L’immagine è volata, come in un film americano, alla porta di casa mia, in particolar modo allo zerbino all’ingresso su cui campeggia la scritta home sweet home. Beh, forse è da qui che partirei per descrivere cosa significhi per me abitare. Abitare un luogo, vivere uno spazio, è un po’ come un abito che ognuno di noi si fa cucire addosso. Così come ognuno di noi dovrebbe poter essere libero di scegliere il tessuto, il taglio e lo stile dell’abito da indossare, allo stesso modo dovrebbe essere libero di costruire intorno a sé un’abitazione confortevole, comoda e a propria misura. Molto spesso ciò non avviene per una serie di motivazioni che in questo contesto non serve analizzare ma, da educatore, il punto sul quale mi piacerebbe porre l’attenzione è come possa, o come debba, essere percepita e vissuta la casa, o uno spazio di gioco, da una persona con una disabilità, percettiva, cognitiva o motoria, in particolar modo da un bambino. Non potendo il bambino costruire da sé il proprio spazio di vita o di gioco, dovranno essere le figure adulte di riferimento a farlo in sua vece, tenendo conto delle sue esigenze e peculiarità. Spesso gli spazi nelle nostre abitazioni non sono grandissimi ma, con piccoli accorgimenti, possono ugualmente essere strutturati a misura dei bambini che li abitano, soprattutto se vivono in una condizione di disabilità o di difficoltà. Innanzitutto, in uno spazio ben definito — che non cambi posizione ogni volta, andrebbe posto uno scaffale basso — a misura di bambino —, messo in sicurezza, dal quale il piccolo possa facilmente prendere i propri giochi senza difficoltà. I giochi, riposti in ceste o contenitori, dovrebbero essere suddivisi in base alla tipologia, per esempio in un contenitore solo peluche, in un altro solo giochi sonori, e così via, di modo che ogni bambino possa trovare ciò che cerca in autonomia. Spesso, anche se non ce ne rendiamo conto, è a partire dall’attenzione che riserviamo a queste cose che favoriamo oppure ostacoliamo un corretto sviluppo del bambino, sia in termini di autonomia che di apprendimento. Pensiamo, per esempio, a una situazione in cui il bambino è sempre costretto a chiedere l’aiuto di un adulto per ottenere un gioco, o per poter iniziare un’attività e pensiamo poi a un’altra situazione in cui al bambino viene offerta la possibilità di muoversi in maniera autonoma, ma in uno spazio opportunamente strutturato. Con il passare del tempo risulterà abbastanza evidente che il bambino che ha avuto la possibilità di sperimentarsi, di mettersi in gioco, di sbagliare e di auto-correggersi svilupperà probabilmente una personalità più sicura e più disposta a gestire le frustrazioni, mentre il bambino che sarà cresciuto in un ambiente dove necessitava sempre dell’intervento dell’adulto potrà più facilmente sviluppare un tipo di personalità insicura e dipendente. Altra cosa che non dovrebbe mai mancare in una casa o in uno spazio educativo è un tappeto, o comunque uno spazio morbido per le attività a terra. La grande pedagogista Maria Montessori, nel suo Metodo, ci ha spiegato bene quanto determinati accorgimenti siano importanti per far sì che il bambino riveli se stesso e quanto ciò sia possibile solo se è lasciato libero di esprimersi. Riguardo la strutturazione dello spazio dovremmo tenere a mente tre principi cardine della pedagogia montessoriana: – a portata di bambino: tutto ciò di cui necessita deve essere raggiungibile; – ordinato: il bambino deve sapere che un oggetto si trova lì e non altrove (questo principio, valido per tutti i bambini, è di fondamentale importanza per chi abbia un disturbo dello sviluppo o una minorazione visiva); – isolato: ogni gioco o materiale deve essere ben riconoscibile e visibile — anche tattilmente — e non sovrapposto ad altri oggetti che ne impedirebbero il riconoscimento. Se tutti questi accorgimenti risultano utili in ambiente domestico, diventano invece imprescindibili in un contesto educativo. Condizione necessaria ma non sufficiente per poter iniziare un lavoro educativo con un bambino con qualsiasi tipo di deficit o difficoltà è che lo spazio di gioco o di lavoro sia ben strutturato, di modo che l’educatore prima di tutti, al suo interno, si muova con sicurezza e disinvoltura e trasmetta la propria sicurezza al bambino che ha di fronte. Sarebbe opportuno, o comunque auspicabile, segnare i diversi angoli della stanza educativa di modo che il bambino sappia, ancor prima di iniziare un’attività, che a un determinato angolo della stanza corrisponde un certo tipo di attività — motoria, a tavolino, di gioco vero e proprio… Questo fa abbassare molto il livello di ansia e favorisce l’attenzione e la concentrazione. L’ambiente, inoltre, deve essere privo di fonti di distrazione e anche la posizione di un eventuale tavolo di lavoro deve essere adeguata — considerando per esempio le fonti luminose o la strutturazione della stanza — tenendo conto delle esigenze di quel bambino, in quel momento. Ciò che può essere utile e facilitante per un bambino potrebbe ottenere l’effetto contrario con un altro bambino. In sintesi mi verrebbe da dire che se habitare un luogo, possedere un luogo, è sinonimo di sicurezza, di padronanza e quindi antesignano di una strutturazione sana di personalità, l’educatore che si interfaccia col bambino deve farlo con competenza e cognizione di causa, soprattutto nei casi in cui il bambino in questione sia portatore di bisogni speciali.
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Se consideriamo che lo spazio mentale appartiene alle madri, come teorizza Wilfred Bion quando paragona la recettività terapeutica, fatta di silenzio e di ascolto, alla capacità di rêverie materna