Nell’istituto, James si imbatte per caso nella bella e sfrontata Sarah Norman – Marlee Matlin –, una giovane sorda dalla nascita, accolta nell’istituto da piccola e poi rimasta lì a ricoprire il ruolo di donna delle pulizie. Tra i due nasce un rapporto particolare e profondo che sfocerà nella riabilitazione più complessa che esista, non quella della disabilità, bensì quella dei sentimenti. Figli di un Dio minore (1986), primo lungometraggio impegnato della regista statunitense Randa Haines e basato sull’omonima opera teatrale di Mark Medoff, racconta una storia semplice ma manda un messaggio complesso e lo fa usando lo stesso linguaggio, quello dei segni, della protagonista interpretata dall’attrice, sordomuta anche nella vita, Marlee Matlin, vincitrice del premio Oscar come Migliore Attrice per la sua interpretazione. Il suo è un linguaggio, seppur silenzioso, audace e sfrontato, è una che non parla ma si fa sentire, ha una personalità forte che trapela dall’uso frenetico che fa delle mani per esprimersi: le dita sono saette che riescono immediatamente a raggiungere gli occhi e il cuore del professor Leeds, che nel suo ambiente è una specie di John Keating, il memorabile professore dell’Attimo fuggente, che adotta metodi musicali alla Suor Maria Claretta di Sister Act per scopi riabilitativi. Un incontro, quello tra i due, inizialmente complicato, dettato dalla curiosità e dalla vocazione professionale di lui e dalla voglia disperata di essere capita di lei, ma che in poco tempo fiorisce in un amore appassionato che sembra non avere ostacoli. Eppure, quando la storia si consolida ufficialmente, ecco comparire il nemico più temuto: il mostro dell’incomunicabilità. Se comprendersi comunicando con le parole, spesso, risulta complicato per ogni essere umano, farlo senza, può diventare un’impresa titanica e devastante: James non prova più gioia nell’ascoltare le note di Bach perché a Sarah non arrivano nemmeno se raccontate a gesti, Sarah che prima era come un libro aperto letto ad alta voce da James, inizia a sentirsi come qualcosa che va a tutti i costi aggiustato e lascia che i fantasmi del passato tornino a bloccarla per sempre. L’amore, come spesso accade, è la soluzione a tutto, ma dietro quella che potrebbe sembrare una mera banalità più volte riscontrata sul grande schermo, si nasconde un messaggio velato che è rivolto a tutti, tutti coloro che sono diversi pur non essendolo nel corpo, tutti coloro che non si comprendono pur non avendo alcuna disabilità: il segreto per trovare un pianeta in cui possano esistere due anime diverse, al di là dei suoni e del silenzio, è non cercare di cambiarsi, di aggiustarsi, di far combaciare a tutti i costi i pezzi di un puzzle che non esiste. Il segreto, svelano i protagonisti del film, è forse quello di migliorarsi accompagnandosi per le strade di un pianeta che non è di nessuno, ma di entrambi. La sordità sembra solo un pretesto, dunque, per raccontare una storia d’amore semplice ed essenziale, senza particolari lodi o infamie, che però tocca ineluttabilmente il cuore di tutti. Lo spettatore percepisce che Sarah e James potrebbero essere due persone qualunque che si perdono per un attimo perché le parole sono troppe o troppo poche e perché i silenzi sono assenti o troppo assordanti. Quando il prevedibile lieto fine si fa spazio, una cosa resta ben chiara seppur spiegata a gesti: l’amore è un linguaggio universale. Dopotutto, come dice Goethe:
Non c’era bisogno di sguardi, di parole, di gesti, di contatti: solamente il puro stare insieme.