Un paradosso che ci invita a cambiare per essere sempre più noi stessi, un movimento in avanti che sembra lasciarci dove siamo o addirittura riportarci indietro: sempre uguali e sempre diversi, intenti a distaccarci da qualcosa che al tempo stesso ricerchiamo. Mi viene in mente la scala a chiocciola: continui giri che ti riportano allo stesso punto ma ogni volta un gradino più su… o più giù! È così che penso alla nostalgia. Eppure spesso, quando pensiamo al dolore per il ritorno (etimologia di nostalgia), pensiamo a quel dolore per la paura di perdere le certezze — non importa quanto piccole o grandi — che ci impedisce di andare avanti incatenandoci a una storia che mentre ci risucchia le energie ci tiene anche in vita. Detta così, sembra che la nostalgia sia la condanna a una staticità, una immobilità che sa di rassegnazione, che non ha futuro ma solo ricordi, che non spinge verso ma allontana da. Perdonatemi ma… no! Non posso credere che sia così. Non voglio crederci. Ricordate Se il tempo fosse un gambero, quel meraviglioso spettacolo di Garinei e Giovannini? A un certo punto Adelina e Max cantano «Se il tempo fosse un gambero che a retromarcia va, vorrei ritornà subito a sessant’anni fa. Per me sei sempre giovane: è come una magia! Adele, me congratulo ce n’hai de fantasia! I giorni e l’anni passano che ce volete fa, ma i bei ricordi restano: ce vengono a trovà!».
Più che il ritorno a un passato illusoriamente migliore e tragicamente triste, credo che la nostalgia sia il continuo ritorno, meglio ancora la fedeltà alla promessa che la vita ci ha fatto quando siamo venuti al mondo, una promessa che non cambia mai ed evolve sempre, in cui siamo noi ad evolvere per realizzarci come uomini e come donne. Il grande inganno a cui dobbiamo fare attenzione è quello di rimanere intrappolati tra un passato irripetibile e un futuro irraggiungibile, tra il bisogno di scappare e la necessità di rimanere. Uno stato senza tempo perché mai vissuto nel presente, qui ed ora nel quale solo possiamo essere vivi. “The heroes dead young” — gli eroi muoiono giovani – dicono gli americani. È questa la trappola: credere che il futuro sia pericoloso per cui meglio rinchiudersi nel passato evitando, perciò, il momento presente. Ma la nostalgia non è questo. Piuttosto, è un trampolino di lancio, le radici da cui la linfa vitale può giungere fino ai rami più alti e farci crescere sempre più. Il fatto è che abbiamo paura, una grande paura. «La nostra più grande paura non è quella di essere inadeguati. La nostra più grande paura è quella di essere potenti al di là di ogni misura. È la nostra luce, non la nostra oscurità che più ci spaventa. Agire da piccolo uomo non aiuta il mondo, non c’è nulla di illuminante nel rinchiudersi in sé stessi così che le persone intorno a noi si sentiranno insicure. Noi siamo nati per rendere manifesta la gloria che c’è dentro di noi, non è solo in alcuni di noi è in tutti noi.
Se noi lasciamo la nostra luce splendere inconsciamente diamo alle altre persone il permesso di fare lo stesso. Appena ci liberiamo dalla nostra paura la nostra presenza automaticamente libera gli altri». Questa citazione che ascoltiamo alla fine del film Coach Carter è una perfetta descrizione di cosa deve o non deve essere la nostalgia. «Se il tempo fosse un gambero che a retromarcia va, facciamo che l’ipotesi diventi una realtà, potresti ripercorrere la vita in su e in giù, scegliendo di rivivere il giorno che vuoi tu e ritrovarti giovane scegliendoti l’età: se il tempo fosse un gambero che a retromarcia va!». Sarebbe bello muovere gli eventi nel tempo a piacimento… ma anche i pezzi di un puzzle, messi senza seguire il loro ordine, mostrano un quadro – una vita! – deformato. La nostalgia, allora, è la possibilità di scegliere chi essere partendo da chi siamo, vincendo le illusioni e le delusioni. È un dolore, come quello del parto, che genera vita. Parafrasando Garinei e Giovannini, è un gambero che sempre avanti va!