INTRODUZIONE
Maddalena Illario, Vincenzo De Luca
Ciò che rende questo momento unico è che non siamo semplici spettatori del cambiamento, ma protagonisti che lo guidano. Eppure, molte delle innovazioni di oggi diventeranno presto “i bei vecchi tempi”: ogni capitolo del progresso, prima o poi, si trasforma in nostalgia per ciò che è stato. Paradossalmente, il fiorire della tecnologia d’avanguardia suscita proprio la nostalgia, un’emozione che influenza profondamente il modo in cui reagiamo alle innovazioni, come l’intelligenza artificiale. Una recente ricerca (Jianning Dang e altri: Br J Soc Psychol — 2025) mostra come la nostalgia agisca attraverso due percorsi opposti ma complementari. Da un lato, rafforzando i legami con le persone per noi significative, diventa una risorsa psicologica che incoraggia l’esplorazione dell’innovazione e favorisce risposte positive verso l’AI. Dall’altro, intensificando lo scetticismo nei confronti del cambiamento, può generare incertezza e resistenze verso le nuove tecnologie. Questo ruolo ambivalente della nostalgia può dunque essere orientato sia a sostegno delle innovazioni, sia come strumento critico per riflettere sui loro rischi. La connessione sociale e la curiosità esplorativa restano i due motori positivi che la nostalgia può attivare nel nostro rapporto con l’intelligenza artificiale. I prodotti basati sull’AI possono essere progettati in modo strategico per rafforzare i legami sociali e connettere gli individui al proprio passato. Oggi, però, molte persone vivono il presente come qualcosa da documentare nella speranza che diventi un ricordo prezioso — o per timore che, senza una foto o un video, quel significato possa svanire. I filtri retrò e gli effetti di invecchiamento digitale offrono una patina di autenticità ai ricordi del presente, trasformando le esperienze quotidiane in testimonianze di un’età dell’oro personale, da condividere e tramandare. In questa prospettiva, la nostalgia non è solo un sentimento, ma una forza progettuale che alimenta esperienze attive, personali, memorabili e significative. Resta quindi una domanda fondamentale: quali sono i ricordi tecnologici, le tradizioni e le aspirazioni della nostra comunità? Come possiamo riprogettarla sfruttando tecnologie che guardino al futuro senza recidere il legame con il passato — capaci di includere anche i cittadini spesso trascurati come primi utilizzatori? Queste persone non dovrebbero trovarsi a scoprire innovazioni pensate per qualcun altro, ma essere coinvolte fin dall’inizio, valorizzando i loro tempi, valori e risorse, anche se meno allineati alle narrazioni dominanti del progresso. Proprio da queste prospettive “laterali” può nascere un futuro più umano, consapevole e condiviso. In un mondo che corre verso l’ignoto, la nostalgia può diventare una bussola: non per tornare indietro, ma per ricordarci da dove veniamo e orientarci meglio verso ciò che vogliamo diventare.
NOSTOS E ALGOS: IL CUORE SEGRETO DELLA NOSTALGIA
Doriana di Jorio
«Che nostalgia!» Una locuzione interiettiva che tutti almeno una volta abbiamo pronunciato e, perlopiù, con un lieve sorriso.Eppure la parola nostalgia nasce come espressione di una sofferenza, emotiva certamente, ma capace anche di trasformarsi in dolore fisico lancinante se trascurata, offesa. Serve il greco antico per indagare le pieghe inesplorate di questo termine comune solo in apparenza. Ci viene in aiuto l’etimo della parola desunto dalla lingua degli antichi greci. La lingua greca antica dotava ogni parola di infinite sfumature così da adattarla ad ogni livello interpretativo. Nostalgia, nel caso specifico, si compone di due termini: νόστος (nostos cioè ritorno) e ἄλγος (algos cioè dolore), dolore del ritorno dunque, questo è il significato letterale. La nostalgia è quindi un dolore di tipo emotivo, ma più correttamente evoca la mancanza di qualcosa che è stato e non è più, che ci è appartenuto e non possediamo più, ma a cui ancora si tornerebbe e con gioia. La nostalgia è un dolore proficuo, utile, mai sterile, in certi casi provvidenziale. Ed è l’eroe di tutti i tempi Odisseo con il suo viaggio “di ritorno” leggendario a rendere la nostalgia che gli fece rifiutare l’immortalità offertagli da Calipso, la spinta per realizzare un’impresa epica, niente lo avrebbe distolto dal ritorno a Itaca, da quell’urgenza di riconquistare un passato tutto suo e che mai si rassegnò a considerare perduto. La nostalgia è questo, è l’idea struggente di riappropriarsi, anche solo con il pensiero, di tutto quello che ci ha formati: un luogo, un affetto, un tempo, una condizione, ed è in questo senso che un poema come quello omerico diviene il paradigma di ogni viaggio, specie se dell’anima.
MEMORIA PERSONALE: RACCONTI ED EVOCAZIONI DI TEMPI PERDUTI COME ISPIRAZIONE PER IL PRESENTE E IL FUTURO
Roberto Barra
Sono un medico in pensione, e ho ormai settantacinque anni. La memoria, in questa fase della vita, si fa spesso compagna di viaggio: a volte dolce, a volte pungente, ma sempre viva. Ricordo il giorno della laurea, la prima visita da solo, la nascita delle mie figlie, i viaggi giovanili in un mondo ancora da scoprire. Ricordo anche le difficoltà, ma di quelle non ho nostalgia. Con il tempo ho capito che ricordare non è tornare indietro: è dare senso al percorso compiuto. La memoria personale non è un semplice archivio del passato; è un processo attivo che ricostruisce e rielabora le esperienze, collegando ciò che siamo stati a ciò che siamo oggi. Le neuroscienze ci dicono che ogni ricordo viene “riscritto” dal cervello: l’ippocampo e la corteccia prefrontale integrano emozione e significato, trasformando il passato in risorsa per il presente. Anche la nostalgia, se non scivola nel rimpianto, può avere una funzione vitale. È la traccia affettiva che ci lega alla nostra storia e ci restituisce continuità. Come medico, ho spesso osservato come il racconto autobiografico aiuti le persone a ritrovare equilibrio, identità e benessere. Le ricerche sulla reminiscence therapy confermano che rievocare esperienze positive e significative riduce ansia, isolamento e sintomi depressivi negli anziani, migliorando il tono dell’umore e la qualità della vita. La memoria, dunque, non è solo un ritorno al passato: è una forma di rigenerazione. Raccontare la propria storia permette di scoprire che anche le prove difficili hanno avuto un senso e che, in fondo, la vita conserva una sua coerenza. È un modo per coltivare gratitudine e resilienza, per trasformare i ricordi in strumenti di crescita. Oggi sorrido nel constatare che il Papa è più giovane di me. È un pensiero ironico, ma anche un promemoria del tempo che passa e della saggezza che può accompagnarlo. In fondo, la memoria non serve a trattenere ciò che è perduto, ma a comprendere chi siamo diventati. E in questo riconoscimento fatto di volti, emozioni e momenti risiede, forse, la più autentica forma di benessere.
NOSTALGIA: DIVAGAZIONI SU UNA BOTTIGLIA DI BOLLICINE
Donatella Tramontano
Qualche giorno fa mi è capitato di bere una bottiglia di bollicine di una cantina in voga negli anni ’70- ’80. Un tempo lontano in cui imparammo che le bollicine si potevano bere in qualsiasi momento, non solo ai matrimoni o a Capodanno. In barca da mio padre c’erano sempre delle bottiglie di bollicine e quando si incontrava una barca amica, cioè quasi tutti i giorni, era l’occasione per stapparne una. Ma quando è troppo è troppo, un giorno stufi di tutte queste bollicine, mio fratello e io ne stappammo una e ci facemmo una doccia frizzantissima. Una ragazzata, ridevamo come due scemi, eravamo felici. Chissà se Gae se ne ricorderà. Che nostalgia di quel giorno, di quell’attimo di leggerezza e anche di quegli anni. Era la fine degli anni ’70, molto difficili per il nostro paese insanguinato dal terrorismo e travolto dalla crisi energetica del 1973. Nonostante questo gli anni ’70 furono anni che cambiarono in maniera indelebile il volto del paese. Anni di grandi conquiste sociali e civili, dallo statuto dei lavoratori (1970), alla legge sul divorzio (1970 e il referendum del 1974) alla riforma del diritto di famiglia che riconosce la parità dei coniugi (1975), alla regolamentazione dell’aborto (1978). E in quegli anni le donne italiane cominciarono a “prendersi” spazi di libertà e indipendenza mettendo in discussione il tradizionale modello di famiglia patriarcale. Sebbene il movimento femminista abbia contribuito al cambiamento, sono state donne straordinarie a indicare la via. Tina Anselmi la prima donna ministro, nel 1976, Nilde Iotti la prima donna Presidente del Camera (1979) e scienziate come l’indimenticabile Margherita Hack e Rita Levi Montalcini. E poi ancora scrittrici come Oriana Fallaci e le sue Interviste con la storia, Dacia Maraini, Natalia Ginzburg, solo per citarne qualcuna. Gli anni ’70 furono un decennio di grande fermento creativo, l’arte in tutte le sue forme interpretò e descrisse il cambiamento. Registi del calibro di Fellini, Pasolini, Wertmüller raccontarono e Sordi, Gassman, la Vitti e la Sandrelli interpretarono mirabilmente quella Italia in capolavori della cinematografia mondiale. I cantautori Vecchioni, Dalla e de Andrè e le voci di Mina, Patty Pravo o Milva cantarono l’impegno ma anche un modo nuovo di amare. Anche la moda cominciò a riflettere la rinnovata voglia di libertà, con i jeans a zampa, le minigonne, gli hot pants, l’abbigliamento colorato e le fantasie psichedeliche o rigorosamente geometriche, capi iconici ancora oggi. Non sono solo ricordi nostalgici, ma piuttosto un patrimonio culturale che continua a vivere. Che nostalgia!
I PROFUMI DEL CIBO E LA MEMORIA DEI SENSI
Anna Maria Colao e Sara Diamare
Ci sono profumi che non nutrono il corpo, ma la memoria. L’aroma del pane appena sfornato o del caffè che si diffonde al mattino o ancora il profumo del ragù che sobbolle la domenica sono segnali chimici che, attraverso un intricato sistema di connessioni neuronali, riattivano scene del passato con una vividezza che nessun’altra percezione riesce a evocare. Il sistema olfattivo è infatti l’unico canale sensoriale che raggiunge direttamente il sistema limbico, in particolare l’amigdala e l’ippocampo, senza passare per il talamo. Questa via “privilegiata” spiega perché gli odori possano generare ricordi intensi e immediati, spesso accompagnati da emozioni potenti. È il cosiddetto effetto Proust, descritto già in ambito letterario ma oggi ampiamente indagato dalle neuroscienze. L’olfatto dialoga costantemente con il gusto, costruendo quella che chiamiamo memoria gustativa-emozionale. Ogni esperienza alimentare, in particolare durante l’infanzia, viene consolidata in un circuito integrato tra corteccia orbitofrontale, insula e strutture limbiche, dove il cibo non è solo nutrimento ma linguaggio affettivo. È per questo che i profumi della cucina familiare possono suscitare nostalgia, senso di sicurezza o malinconia: rappresentano una forma implicita di attaccamento, un ponte neurochimico tra passato e presente. Negli ultimi anni, la ricerca ha mostrato come i segnali olfattivi influenzano non solo la memoria episodica, ma anche la regolazione neuroendocrina. L’attivazione del sistema limbico da parte di odori familiari può modulare il rilascio di ossitocina, riducendo la risposta da stress e promuovendo uno stato di benessere psicofisiologico. In tal senso, il profumo del cibo è vettore di nostalgia, ma anche strumento biologico di regolazione emotiva. In un’epoca in cui la percezione olfattiva tende a essere sottovalutata rispetto a quella visiva o digitale, riscoprire l’olfatto significa riconnettersi alla nostra parte più arcaica e affettiva. Il profumo del cibo è, in fondo, una forma di memoria incarnata: un archivio invisibile di emozioni e identità.
LE RADICI NEL PASSATO PER LA FORZA NEL PRESENTE
«Non lasciatevi ingannare dalla nostalgia di quel che poteva essere. Non poteva essere nient’altro, altrimenti lo sarebbe stato». Charles Bukowski
Sara Diamare
La nostalgia non è soltanto un sentimento malinconico, ma un’esperienza complessa che intreccia memoria autobiografica, identità e regolazione emotiva. Svetlana Boym (2001) ne distingue due forme: la nostalgia restorative, che tenta di ricostruire un passato idealizzato, e la reflective, che accetta la distanza e la trasforma in occasione di riflessione e creatività. Dal punto di vista neuroscientifico, la nostalgia coinvolge circuiti legati alla memoria autobiografica (ippocampo, corteccia prefrontale mediale) e al sistema limbico, che attribuisce valore affettivo ai ricordi. Al proposito, nella sua celebre mémoire involontaire, Marcel Proust descrive la potenza di un semplice dettaglio sensoriale che fa riemergere interi mondi interiori. La nostalgia nasce dalla riattivazione della memoria emotiva, sostenuta dagli astrociti, cellule gliali oggi riconosciute come essenziali nel consolidamento dei ricordi. Nagai e altri (Nature, 2025) hanno osservato che, durante il richiamo di esperienze passate, si attivano gli astrociti, contribuendo a rendere i ricordi emotivi più stabili e duraturi e dunque più capaci di evocare emozione nel tempo. Le ricerche mostrano inoltre, che rievocare momenti nostalgici produce non solo emozioni intense, ma anche effetti di autoregolazione come riduzione della percezione di solitudine, maggiore senso di connessione sociale e resilienza emotiva (Batcho, 2013; Zhou e altri, 2012). Sul piano psicologico e clinico, la nostalgia ha un ruolo ambivalente: da forme di idealizzazione regressiva che ostacolano l’adattamento e alimentano la sensazione di malinconia, può trasformarsi in un ponte simbolico capace di sostenere l’elaborazione del lutto e la narrazione della propria identità. In momenti di crisi, infatti, la nostalgia rappresenta per molte persone un filo che lega passato, presente e futuro, aiutando a integrare le perdite e a ritrovare coerenza e senso della propria storia di vita. In ambito delle relazioni d’aiuto, come in un percorso di psicoterapia, la nostalgia può essere utilizzata come strumento trasformativo. Lavorare con i ricordi significativi non significa coltivare rimpianti, ma favorire un contatto affettivo con le radici, da cui ripartire per costruire nuove traiettorie esistenziali. Tecniche narrative, approcci autobiografici o pratiche di reminiscenza sono esempi di modalità in cui la nostalgia diventa risorsa, stimolando resilienza, senso di sé e apertura al futuro. Nella pratica neuroestetica della contemplazione dell’arte possiamo ritrovare il senso archetipico di comunione con le storie emergenti dalle opere d’arte e ricongiungerci nel presente con il passato, rappresentato da ciò che ha preso già una forma espressa nell’opera, ma anche con un possibile futuro, implicito nella tessitura dell’opera dall’artista e rinnovato dalla interpretazione del fruitore. In particolare, con il metodo EEICC@ di Esperienza Estetica Incarnata Creativa Consapevole, sono state somministrate delle opere d’arte, rivisitate attraverso il coinvolgimento del corpo del fruitore, delle sue memorie implicite e della sua creatività nella relazione con l’altro, per il potenziamento delle life skills di operatori sanitari in percorsi di salutogenesi. In una prospettiva di salutogenesi, dunque, la nostalgia non è un ritorno regressivo nel passato, ma un “fattore di senso” che, se integrato in maniera consapevole, contribuisce al benessere psicologico. Diviene un invito a non rinnegare le radici, ma a trasformarle in una forza vitale per abitare il presente con maggiore profondità e proiettarsi nel futuro con creatività. «La nostalgia non è tanto desiderio di ritorno, quanto impulso creativo verso ciò che abbiamo perduto» (Svetlana Boym: The Future of Nostalgia — 2001).
MATEMATICA CANTATA: L’ARMONIA DEL SAPERE TRA MEMORIA E INNOVAZIONE
Rebecca Salmoni e Stefano Busiello
Rievocando la concezione pitagorica del numero come espressione dell’ordine universale, la matematica può trasformarsi da linguaggio astratto a esperienza sensoriale e affettiva. Come osserva Mario Livio, «il numero, nella sua forma più pura, è anche una delle più alte manifestazioni della bellezza» (The equation that couldn’t be solved — 2005). In questa prospettiva, la musica diventa veicolo di memoria culturale ed emotiva. Ogni ritmo e intervallo richiamano la nostalgia di un sapere integrato, dove logica e bellezza coesistono in equilibrio. Tale nostalgia, tuttavia, non è regressione: è un atto generativo che unisce ragione e sentimento. La connessione tra proporzione numerica e percezione estetica, già riconosciuta da Helmholtz (On the sensations of tone, 1863), mostra come la struttura matematica del suono possa evocare emozioni e ricordi condivisi. L’esperienza infatti, mostra che una musica legata a momenti felici può riattivare, anche a distanza di anni, le stesse emozioni e i contenuti associati. Così, laMatematica cantata di BioMateMusici ascoltata durante un momento lieto restituisce non solo il ricordo di quel tempo, ma anche il piacere del suo contenuto matematico. La nostalgia diventa quindi strumento di apprendimento, poiché lega conoscenza e affetto in un’unica esperienza armonica. Come scrive Anjan Chatterjee, «l’esperienza estetica nasce dall’incontro fra percezione e memoria, tra calcolo e sentimento» (The aesthetic brain, 2014). Attraverso la fusione tra formula e melodia, il sapere scientifico viene restituito alla sua dimensione originaria di armonia e proporzione. Nel contesto dominato dall’intelligenza artificiale, la Matematica cantata invita a riscoprire il valore emotivo del sapere, riconnettendo la mente algoritmica con la sensibilità umana. Attraverso la fusione tra formula e melodia, il calcolo torna a essere emozione, e l’equazione racconto.
LE MEMORIE DIGITALI DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Giovanni Di Trapani
La nostalgia è sempre stata una forma di conoscenza del tempo, un dialogo tra ciò che siamo stati e ciò che ancora ci manca. Nell’epoca digitale, questo sentimento ha cambiato forma: non vive più soltanto nei ricordi individuali, ma si diffonde in archivi condivisi, nei flussi incessanti dei social, nelle immagini che gli algoritmi ci restituiscono come memorie del mondo. È una nostalgia programmata, una rievocazione automatica che trasforma l’emozione in dato, il passato in calcolo, la memoria in esperienza replicabile. «Ogni immagine del passato che non si lascia riconoscere dal presente, rischia di scomparire per sempre», ricorda Walter Benjamin. Le intelligenze artificiali imparano a ricordare senza aver vissuto. Addestrate su miliardi di testi, fotografie e suoni, rielaborano i frammenti del nostro passato collettivo fino a generare simulacri di ciò che fu: volti che non esistono, voci che sembrano appartenere a qualcuno, luoghi cancellati che riappaiono come visioni sintetiche. È la nostalgia algoritmica, un sentimento di ritorno non verso un tempo reale, ma verso una possibilità perduta, un passato che non è mai stato e che tuttavia ci commuove. Ciò che le macchine ricordano non è la verità dei fatti, ma la forma del ricordo stesso: la struttura emotiva che accompagna il rimpianto, la dolcezza dell’assenza, la malinconia della distanza. Nel loro linguaggio statistico e impersonale, l’AI riflette il desiderio umano di permanenza, l’illusione che qualcosa possa essere conservato per sempre. Ma ogni archiviazione è anche una cancellazione, e ogni memoria digitale comporta una nuova forma di oblio. Eppure, in questo scenario artificiale, resta intatta la possibilità di una nostalgia positiva: quella che riconosce nel passato un patrimonio di senso e non un rifugio. L’intelligenza artificiale ci restituisce l’immagine del nostro stesso ricordare, ma soltanto lo sguardo umano può trasformare quella simulazione in consapevolezza. Perché ricordare, anche oggi, è ancora un atto di libertà.
ARCHITETTURA INCLUSIVA E MEMORIA: ATTACCAMENTO AL LUOGO E PROGETTAZIONE DI SPAZI ACCOGLIENTI AGE-FRIENDLY PER INVECCHIARE A CASA
Erminia Attaianese
Le persone anziane tendono a preferire la permanenza nella propria casa, scegliendo di vivere la vecchiaia in modo autonomo e indipendente. Questo orientamento, ampiamente riconosciuto, è definito ageing in place, invecchiamento sul posto, e riflette il desiderio di continuità, familiarità e radicamento, anche in presenza di condizioni di fragilità. L’invecchiamento sul posto intreccia tre dimensioni fondamentali: il luogo di residenza, il percorso di vita e l’esperienza soggettiva della vecchiaia. Oltre a rappresentare una preferenza individuale, esso costituisce anche una strategia sostenuta a livello sociale e politico, in quanto è associato a migliori condizioni di benessere per gli anziani rispetto al trasferimento in strutture collettive, e comporta minori costi per i sistemi di assistenza. Sebbene le possibilità di invecchiare nel proprio domicilio dipenda da molteplici fattori, come la qualità dell’abitazione, la situazione economica o la rete di supporto sociale, uno degli elementi chiave che ne favoriscono la realizzazione è l’attaccamento al luogo. Questo concetto racchiude una duplice dimensione: quella privata, legata alla casa intesa come spazio personale, e quella sociale, legata al quartiere come contesto di relazioni e interazioni quotidiane. La casa costituisce uno spazio identitario, che assume un significato profondo che va oltre la sua funzione materiale. Con il tempo, diventa un luogo carico di memoria e simbolismo, uno spazio che riflette la propria identità. Oggetti, arredi, disposizioni spaziali e routine quotidiane richiamano vissuti personali, esperienze familiari e relazioni affettive sedimentate. Anche nelle situazioni in cui la rete familiare non è presente o attiva, la casa continua a rappresentare un luogo di riconoscimento, autonomia e continuità con la propria storia di vita. Questa relazione intensa tra persona e spazio abitativo può spiegare la riluttanza a lasciare la propria abitazione, anche quando essa non risponde più in modo adeguato ai bisogni emergenti o richiede sforzi di adattamento importanti, perché si configura come un luogo in cui memoria, identità e senso di padronanza diventano una parte essenziale del sé. L’attaccamento al luogo, tuttavia, non si esaurisce nello spazio domestico. Esso si estende alla dimensione urbana del quartiere, che funge da ambiente relazionale e cornice della vita quotidiana. Qui si costruiscono legami, si coltivano abitudini, si incontrano persone conosciute e si partecipa alla vita sociale locale. Il quartiere diventa così un’estensione significativa della casa, un luogo in cui ci si sente “a casa” anche fuori dalle mura domestiche. In questo contesto, lo spazio urbano non è solo lo sfondo della vita sociale, ma un fattore attivo, abilitante, che partecipa alla costruzione dell’identità e della coesione comunitaria, e soprattutto dell’autonomia. La materialità del quartiere, costituita da strade, edifici, negozi, aree verdi, è carica di significati simbolici e affettivi. Ed è qui che si intersecano passato, presente e futuro della propria esperienza di vita. Si può individuare una sorta di connessione indiretta tra attaccamento al luogo, benessere e modificazioni cognitive nell’anziano. Un forte attaccamento al luogo può attenuare gli effetti negativi del declino funzionale e dei problemi di memoria legati all’età, fornendo un senso stabile di identità, sicurezza e scopo.
Al contrario, la perdita di memoria può contribuire a indebolire l’attaccamento al luogo se interrompe la capacità di mantenere routine familiari o crea disorientamento in un ambiente un tempo familiare. Gli studi sulla demenza hanno evidenziato una stretta correlazione tra le caratteristiche dell’ambiente di vita e il comportamento degli individui, in particolare in relazione alla memoria. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il declino cognitivo associato alla demenza comporta frequentemente difficoltà nell’orientamento, nella percezione spaziale e nella coordinazione motoria, aumentando così il rischio di incidenti e cadute. Un approccio progettuale mirato, sia negli spazi residenziali che in quelli comunitari, può contribuire in modo significativo a preservare l’autonomia funzionale delle persone e a migliorare la qualità dell’assistenza. Oltre agli aspetti legati alla sicurezza, la progettazione degli ambienti rispetto alle persone con decadimento cognitivo, deve tenere conto di diversi fattori che facilitano l’orientamento e la navigazione all’interno degli spazi. Tra questi si annoverano: l’uso di segnali visivi chiari e punti di riferimento riconoscibili, l’impiego di colori distintivi, un’estetica sobria e planimetrie semplici e intuitive.
L’impiego strategico di contrasti tra colori, texture e illuminazione può aiutare a distinguere visivamente le diverse aree funzionali degli edifici e degli alloggi. Inoltre, le più recenti ricerche nel campo dimostrano che l’integrazione di elementi familiari negli ambienti personali ha effetti terapeutici positivi, contribuendo al benessere emotivo della persona. In questo contesto si inserisce anche la terapia della reminiscenza, che utilizza ambienti e oggetti evocativi per stimolare la memoria nelle persone affette da demenza. Tale approccio aiuta a rafforzare l’autostima e il senso di identità, trasformando gli spazi in veri e propri strumenti terapeutici. Attraverso richiami a eventi passati e stimoli sensoriali familiari, si favorisce infatti l’emergere di ricordi piacevoli e significativi, che risultano, di fatto, condizioni curative. La progettazione inclusiva, nell’ottica dell’ageing in place, comporta la creazione o l’adattamento di spazi abitativi e ambienti urbani di prossimità attraverso strategie architettoniche mirate a sostenere l’autonomia e il senso di appartenenza delle persone anziane. L’obiettivo è permettere loro di continuare a vivere nel proprio contesto di vita, mantenendo familiarità e legami emotivi con i luoghi, preservando così l’attaccamento e la memoria ambientale. Le soluzioni progettuali si devono concentrare sulla definizione di ambienti stabili e riconoscibili, che facilitino l’accessibilità e l’orientamento, integrando tecnologie di supporto e adottando disposizioni spaziali flessibili e adattabili nel tempo. Questo approccio consente un’elevata personalizzazione degli spazi e favorisce il mantenimento di connessioni significative con persone, luoghi e attività della quotidianità, contribuendo a rafforzare il benessere, l’identità e la qualità della vita.
CONCLUSIONI
Serena De Simone e Maria Triassi
La nostalgia non è un rifugio malinconico per allontanarsi dal presente, ma una forza propulsiva e ambivalente essenziale per navigare l’era dell’Intelligenza Artificiale. Viviamo un paradosso unico: più la tecnologia evolve velocemente, più l’emozione del ricordo si intensifica. Questa emozione è un’opportunità: può spingerci ad abbracciare l’innovazione rafforzando i legami sociali e la curiosità esplorativa, trasformandosi in una risorsa psicologica positiva di fronte al cambiamento. Allo stesso tempo, può fungere da strumento critico che ci impedisce di accettare passivamente ogni nuova narrazione del progresso, migliorandolo. La nostalgia si rivela così una vera e propria forza propulsiva per l’innovazione. Non è un caso se le tecnologie AI si nutrono di una “nostalgia algoritmica” programmata, vale a dire utilizza i dati relativi al passato per mantenere l’attenzione degli utenti e generare valore, simula il ricordo, mentre i prodotti digitali di successo sfruttano il desiderio umano di connettersi al proprio passato. Tale nostalgia “tecnologica” si radica nel concetto di nostalgia “umana”, intesa come processo attivo di rigenerazione e identità. Sia le neuroscienze, sia la psicologia clinica, confermano che rievocare il passato non è un ritorno regressivo, ma un modo per dare senso alla propria storia. Essa costruisce resilienza, alimenta il senso di sé e offre le radici per affrontare il futuro con maggiore profondità. La consapevolezza di una nostalgia produttiva può rappresentare anche un’opportunità in termini di inclusione. Come l’architettura age-friendly dimostra che l’attaccamento al luogo e la memoria sono fattori cruciali di benessere (specialmente per la popolazione anziana), così la progettazione del futuro tecnologico deve partire dalla valorizzazione dei tempi, dei valori e delle risorse dei cittadini spesso “trascurati” dalle narrazioni dominanti. Solo includendo queste prospettive “laterali” e trasformando le radici in una forza vitale, potremo garantire che l’era dell’AI non recida il legame con il passato, ma produca un futuro più umano, consapevole e autenticamente condiviso, dove l’uomo non si trova costretto a competere con le tecnologie, ma le utilizza per migliorare sostenibilità ed equità. La nostalgia ci ricorda chi siamo, non per farci voltare indietro, ma per orientarci meglio verso ciò che vogliamo diventare.
AUTORI
Maddalena Illario
Dipartimento Sanità Pubblica, Università degli Studi di Napoli Federico II U.O.S. Ricerca e Sviluppo – Azienda Ospedaliera Federico II
Sara Diamare
A.S.L. Napoli 1 Centro
Rebecca Salmoni, Stefano Busiello
Co-fondatori del canale didattico YouTube “BioMateMusici”
Vincenzo De Luca
Dipartimento Sanità Pubblica, Università degli Studi di Napoli Federico II
Erminia Attaianese
DIARC, Università degli Studi di Napoli Federico II
Serena De Simone
Dipartimento Sanità Pubblica, Università degli Studi di Napoli Federico II
Annamaria Colao
Dipartimento di Medicina Clinica e Chirurgia, Università degli Studi di Napoli Federico II
Maria Triassi
Dipartimento Sanità Pubblica, Università degli Studi di Napoli Federico II
Roberto Barra
La salute in Collina ONLUS
Donatella Tramontano
Università degli Studi di Napoli Federico II
Doriana di Jorio
Reference Site Campania
Giovanni di Trapani
Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Struttura di Supporto al Commissario Straordinario Bagnoli-Coroglio
BIBLIOGRAFIA
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Sara Diamare, Arianna Glorioso: L’ Esperienza Estetica Incarnata: EEICC® — ORIONE Rivista di approfondimento culturale della Fondazione Sinapsi — Anno 9 n. 25 Bellezze —2022
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