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Per la copertina Orione n. 22 "Genere", Illustrazione di Bruna Pallante, omaggio a Freddy Mercury

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Crossdressing, tra mito e realtà

1 Aprile 2021
Nel 2016, in occasione dell’uscita del mio secondo romanzo, partecipai come relatore, nell’ambito del Salone del Libro di Torino, a un convegno sul crossdressing.
Per la copertina Orione n. 22 "Genere", Illustrazione di Bruna Pallante, omaggio a Freddy Mercury

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Crossdressing, tra mito e realtà

1 Aprile 2021
Nel 2016, in occasione dell’uscita del mio secondo romanzo, partecipai come relatore, nell’ambito del Salone del Libro di Torino, a un convegno sul crossdressing.

Parlai per un’oretta, in tubino e tacchi a spillo, intervistato da una giornalista esperta in storia dell’abbigliamento, quand’ecco che, verso la fine, feci caso a un particolare. Presi il microfono e pronunciai queste parole: «Ci rendiamo conto che, su questo palco, di crossdresser ce ne sono due?». In effetti, la giornalista che dialogava con l’uomo in tubino e sandali era in giacca, pantalone e Oxford stringate.

Nessuno se n’era accorto: né fra i relatori né fra il pubblico. Tanto siamo abituati a vedere le donne vestite da uomo, che non penseremmo mai di affibbiare loro il titolo di crossdresser. Viceversa è così raro, per non dire unico, incappare in un uomo vestito da donna, che la qualifica s’impone in automatico. È esigenza identificativa, aiuta chi osserva a comprendere ciò che vede.

Il crossdressing esiste dall’inizio dei tempi. Definisce le persone che indossano capi convenzionalmente riservati al sesso opposto. Sfumato nell’evo antico, quando i vestiti erano più unisex di oggi, il concetto è divenuto pregnante nell’era cristiana, a causa del diffondersi di monoteismi basati sull’insuperabilità delle differenze fra i sessi. Eppure anche qui, a sottolineare la natura convenzionale del fenomeno, va notato che basta mettersi d’accordo su quello che si può o non si può indossare. Se esistesse una macchina del tempo e tornassimo al Rinascimento, avremmo l’impressione che tutti gli uomini di allora fossero crossdresser: minigonne, calzamaglie aderenti, scarpe scollate, tessuti damascati e coloratissimi. Non è la forma degli abiti a sancire il loro gender di destinazione, bensì soltanto la prassi. I due termini — crossdresser e crossdressing — sono invalsi in Italia da poco più di cinque anni. Posso dire, con un po’ d’orgoglio ma anche tanta umiltà, che sono entrati nel linguaggio comune a seguito di un servizio dedicatomi dal Corriere della Sera il 20 ottobre 2015. Quel video, posto in apertura di home page, fu il primo lancio mediatico del fenomeno su grande scala, perché per la prima volta offrì al pubblico, attraverso la mia case history, le connotazioni a tutto tondo di ciò che sino ad allora veniva spregevolmente definito “travestitismo”. Ahimè non esiste in italiano una parola neutra per identificarci. Fatto il primo passo, occorre comprendere in profondità.

PERCHÉ QUALCUNO SI VESTE CON GLI ABITI DELL’ALTRO SESSO?

Per le donne fu essenzialmente un fatto di comodità ed ebbe una data d’inizio ben precisa: lo scoppio della prima guerra mondiale, a cavallo fra il 1914 e il 1915. Le città si svuotarono di uomini, impegnati al fronte, e ciò costrinse le donne ad assumere i ruoli dei loro mariti, fidanzati e fratelli. A tale scopo dovettero abbandonare gli abiti ingombranti che indossavano sino ad allora. Quel genio di Coco Chanel ne approfittò, e fu così che l’altra metà del cielo cambiò per sempre.

Ma gli uomini? Per noi è più complicato. Ebbene sì, almeno in questo siamo più complessi delle donne. La società cristiana, coi suoi anatemi (vedi sopra), ci rende poco inclini ad abbandonare le illusioni del power look, cioè dei vestiti che esprimono mascolinità senza equivoci. Di conseguenza, in un secolo abbiamo preferito stare a guardare l’evoluzione delle donne piuttosto che evolverci a nostra volta, e ci ritroviamo ancorati agli abiti dei nostri trisavoli. Il crossdressing maschile permane marginale, e, nei rari casi in cui si esprime, è spinto da motivazioni particolari. Nella mia esperienza ne ho identificati sette tipi:

— la scelta professionale, tipica degli attori che si esibiscono in ruoli femminili;

— la protesta contro le convenzioni, incarnata da quelli che si mettono una gonna e scendono in piazza con lo stesso spirito con cui i nostri genitori negli anni Settanta indossavano l’eskimo;

— la stimolazione eccitatoria, che estremizza, attraverso l’auto-contemplazione allo specchio, la maschilissima tendenza a eccitarsi per ciò che si vede;

— l’espressione di omosessualità, che può valere anche per le donne;

— il primo passo verso il cambiamento di sesso, pure valido per le donne;

— il segno di una scissione interiore, tale per cui di giorno si va in ufficio in giacca e cravatta, e la sera si indossano parrucche, seni finti, microabiti e calze a rete, e ci si reca nei locali ad hoc.

E infine il settimo tipo, mio e dei pochissimi come me, esito della mancata integrazione, nell’intimo, fra la parte maschile e la parte femminile. Laddove essa non avvenga spontaneamente, come nella quasi totalità dei casi accade durante l’infanzia prima e l’adolescenza poi, può assumere la forma del bisogno imprescindibile di indossare abiti dell’altro sesso. Avviare un’esperienza di crossdressing è socialmente complicato, come sono complessi tutti gli inizi di cose davvero nuove. La natura umana resiste agli scostamenti dalle comfort zone, individuali o collettive che siano. La prima donna che indossò un paio di pantaloni in Italia, nel 1896, fu arrestata, processata e incarcerata per indecenza. A me, che fui costretto a lasciare un posto di lavoro invidiabile da direttore di una rivista, è andata pure bene, a confronto. Quando poi, com’è successo alle donne, il crossdressing si fa trend e va per la maggiore, allora diventa moda e non dà più alcun problema. Al punto che, oggi, il guardaroba femminile può contare su decine di migliaia di capi maschili espressamente disegnati e realizzati: potenza della legge della domanda e dell’offerta. Ma la vera morale è che affibbiare etichette sessuali stile LGBTQC+ è sbagliato. Siamo persone, non lettere. Prima che etero, gay, lesbiche, trans o qualsiasi altra cosa siamo esseri umani con una sessualità biologica subordinata a quella psicologica. Quando si dice che dal punto di vista fisico siamo o solo maschi o solo femmine si dice il vero: nella zona inguinale abbiamo o il membro maschile o quello femminile (e c’è comunque l’importante eccezione degli ermafroditi). Però spesso ci si dimentica che a monte dell’inguine abbiamo il cervello, il nostro centro direzionale, dove ognuno custodisce un esclusivo mix psicologico di maschile e femminile, irripetibile come le impronte digitali o il timbro della voce. A tutti è dato l’obbligo civile di identificare questo mix e di viverlo in pienezza — laddove non arrechi danno alla gente, e il crossdressing di sicuro non ne arreca — lasciando agli altri pari libertà di vivere il loro. Ho parlato di obbligo, sottolineo. Questo percorso è un dovere prima ancora che un diritto: rinunciarvi significa reprimersi, e le persone represse diventano pericolose perché cercano vendetta.

BIBLIOGRAFIA

Michela Proietti e Maria Teresa Veneziani: La storia di Stefano–Stefania — Corriere della Sera — 20 ottobre 2015

Monica Coviello: Mi vesto da donna ma sono etero e mi sento uomo — Vanity Fair — 17 maggio 2016

Intervista di Daria Bignardi a Stefano Ferri, L’Assedio (Nove), 19 febbraio 2020, piattaforma DPlay

Mary Adorno: Cosa significa crossdresser, la storia di Stefano Ferri a L’Assedio da Daria Bignardi per abbattere gli stereotipi — Cosmopolitan — 25 febbraio 2020

Stefano Ferri and the world of crossdressing — The People Ahead and Behind — 11 novembre 2020

Angela Bianchi: The smiling freedom of crossdressing: meet Stefano Ferri — Diversity Styling by Virgo Image — 24 gennaio 2021

VIDEOGRAFIA

TRA I LIBRI DI STEFANO FERRI

per citare questo articolo

Stefano Ferri:

Crossdressing, tra mito e realtà,

n. 22 - Genere,

gennaio-aprile 2021

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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Chiunque stia leggendo questo articolo si sarà ritrovato inevitabilmente, volente o nolente, ad ascoltare, attentamente o distrattamente, interpretazioni o conclusioni sul mito dell’androgino, il racconto riguardante le metà che Aristofane espone a tutti i commensali durante simposio di Platone.