Il dato sosteneva che nel Medioevo un uomo medio entrava in contatto nel corso della sua esistenza con 40 immagini artificiali. Solamente 40, in una vita intera. Un’immagine al giorno, per un mese e mezzo. Al tempo in cui frequentavo l’università, una decina d’anni fa, un uomo medio veniva in contatto con 600.000 immagini artificiali al giorno. Oggi, probabilmente, mentre scrivo, sono molte di più. Non serve commentare la sproporzione. Oggi il mondo è fatto di immagini. Tutto, ma proprio tutto, passa di lì. Su ogni livello. Pensate alla politica: i contenuti dei programmi politici sono sempre trattabili, riformulabili, esposti al compromesso. Quello che gli elettori giudicano, di frequente, è la performance retorica. Come parla il candidato. Come si presenta. La sua capacità comunicativa. L’immagine che ci trasmette. Pensate ai social network. Chiunque li usa, non fa che costruire un’immagine di sé. Una narrazione, che di frequente diverge dalla realtà, da quel che veramente siamo. Foto su foto, video su video, status su status. Un emoji dopo l’altro. Se Pirandello dovesse scrivere oggi Uno, nessuno e centomila, avrebbe una serie di grattacapi numerici. Siamo produttori di immagini. Via pc, via cellulare, via droni e camere di controllo, via Google Glasses, persino. Occhi che posano sullo sguardo su loghi, vetrine, schermi e schermetti, tabelloni e via elencando. Occhi che creano immagini. E ogni immagine prodotta, non lo si dimentichi, è prodotta perché vuole qualcosa dal suo interlocutore. È costruita per dimostrare qualcosa, per testimoniare qualcosa. Spesso, alla stessa immagine, sfuggono dei sensi, dei significati. Spesso produce effetti indesiderati. Ma serve, quantomeno, capire quali sono gli effetti desiderati. E serve capirlo per potersi difendere. Per parlare lo stesso linguaggio. Per proporre un confronto. Per questo, mai come oggi, è necessario sapere leggere le immagini. Sono l’alfabeto della contemporaneità. Purtroppo, dell’analfabetismo funzionale fa parte anche l’analfabetismo visuale. Me lo dicono i film che vengono prodotti. Me lo dicono le persone che parlano di cinema. Me lo dicono le persone che non sanno distinguere una news vera da una falsa. Trovo che mai come oggi la critica dell’audiovisivo, non solo la critica cinematografica, possa avere un ruolo fondamentale. Proprio oggi che purtroppo la critica è diventata un rumore tra gli altri, nell’indistinto vociare dell’opinionismo, nella dittatura del «dico la mia», della tuttologia da tastiera: mai come oggi si producono recensioni. Mai come oggi avrebbero bisogno, tutte queste recensioni, di confrontarsi con l’unica domanda che ha un senso:
❝Cosa vuole da me questo film?❞
Un film – ma anche uno spot, una fotografia, un videoclip musicale – ci offre una visione del mondo. Inquadra, monta. Ci impone un punto di vista sulle cose. Non bisogna valutare quello che c’è nell’immagine. Ma quello che l’immagine produce dentro di te. Dentro la cultura condivisa, dentro i pregiudizi diffusi, dentro quello che un tempo chiamavano buon senso – e non è detto che lo sia. Chi se ne importa dei vostri giudizi. Bello, brutto, e così via. Soppesiamole queste immagini. Capiamole. Non facciamoci travolgere. Prendete i film sui disabili. Quante volte abbiamo visto film che ci dicono che un disabile può essere – parola fascistissima – normale? Che un disabile può essere un eroe? Che può essere come se non fosse disabile? Io trovo che un film giusto, sulla disabilità, debba essere un film capace di raccontare la singola funzionalità di un individuo. Ogni persona funziona a modo suo. Per quello che è. Senza piagnistei, senza eroismi. Non per quello che potrebbe essere. Solo così, per esempio, il racconto della disabilità potrebbe essere un racconto corretto, giusto, lontano da patetismi lavacoscienze, da visioni falsate per provare compassione a buon mercato. Tutto oggi passa per l’emozione. Bassa. Anche il cinema. Ogni immagine. Per una visione migliore, dobbiamo imparare a capire come queste immagini vengono costruite. Capire i problemi che ci pongono. Metterle continuamente in dubbio. Smontarle. Reinquadrarle. E poi, una volta capite, produrne di migliori.