Ce lo diciamo nel 2021, ma quel giorno siamo in un minuscolo paese del Cilento, nel 1950 o giù di lì; siamo in una camera da letto in un freddo dicembre, ma siamo, in realtà, nella sala ricevimenti di un affollato e rumoroso locale in un caldo agosto. Qual è la realtà? Quella che stiamo vivendo noi o quella che stai vivendo tu? Noi siamo noi, noi siamo l’unità minima di relazione, la triade nel viaggio che ci vede come protagonisti: io, tu, noi. Cos’è che vivi tu, tu sola, al di fuori della nostra triade? Cosa vedi? Dove sei? Chi c’è alle tue feste? Ti diverti? Ti manchi? Ti manco? Ti manchiamo? Una nonna e una nipote che si parlano, una nonna che si è allontanata già prima di morire, restando in poltrona, ma tornando al suo paese d’origine e una nipote adulta che sente di essere tornata alla fase dell’egocentrismo tanto studiata da Piaget: il bambino tra 0 – 3 anni vive in una sorta di monologo esteriorizzato, dove il centro è lui, come la nipote che, nel suo monologo esteriorizzato, è centrata sulla sua perdita, sul suo vissuto, sul suo non potere essere presente a quel battesimo, tanto dal voltarsi e andare via. È tipico del bambino, almeno fino ai 7 anni di età, attribuire agli altri ciò che egli stesso sente, non vi è differenziazione tra la sua realtà e quella esterna, prescindendo dai vincoli causali di spazio e tempo. È errato immaginare le interpretazioni magiche come invenzioni arbitrarie, sarebbe più corretto definirle come spiegazioni degli eventi. Cosa succede nella vita adulta? Il pensiero magico sparisce quando si smette di “dormire” con gli occhi serrati la notte dell’epifania perché la Befana non vuol trovarci svegli? Sparisce quando non corriamo più giù per le scale ad aprire i doni che ci ha lasciato nonostante non fossimo stati buoni durante l’anno? In realtà, dinanzi ad eventi connotati da un forte significato personale, abbiamo spesso la necessità di attingere a credenze magiche che possano proteggerci dalla sensazione della perdita di significato stessa.
«Nonna, cammina»
«Lo sto facendo»
«Sei ferma»
«Non prenderti gioco di me». Il neurologo la chiamò “aprassia”, perdita dello schema motorio, succede alle persone con demenza, disse. Demenza? Nonna ha dolore alle gambe, è questo che non la fa camminare più, le radiografie lo confermeranno e non avrà più paura di cadere. Le radiografie sono state refertate male, non avremmo dovuto farle ad ora di pranzo. Nonna immagina il battesimo perché non è abituata a trascorrere troppo tempo in camera, portiamola giù, tornerà a cucinare. «Nonna, due polpette ora me le fai? ». Non è vero che non ricorda la ricetta, non mi negherebbe mai questo desiderio, e allora torno tra quattro giorni, quattro giorni saranno sufficienti, non mi vedrà, le mancherò, e si alzerà per cucinare. La nipote si arrende al pensiero magico: il solo fare le radiografie la farà camminare, andare a trovarla ogni 4 giorni la farà rialzare per cucinare, cambiare ambiente la riporterà al presente e la strapperà da quel battesimo che solo lei conosce. Ma il pensiero magico di una nipote, purtroppo, si scontra spesso con quello più resistente di una nonna ormai cognitivamente fragile. Il pensiero magico, inteso come pensiero caratterizzato da illogicità e assenza di prove a sostegno di idee spesso bizzarre, è da sempre associato a patologie di natura psichiatrica e più raramente viene raccontato in relazione a disturbi di natura neurologica, come nel caso della demenza. La demenza è una sindrome caratterizzata da un declino delle funzioni cognitive a cui si associano diverse manifestazioni psicopatologiche. Le cause possono essere, oltre a malattie degenerative del sistema nervoso centrale, traumi cranici, ictus e altre condizioni che compromettono il normale funzionamento del cervello. Contrariamente a quanto si crede, la demenza colpisce prevalentemente le persone anziane ma non è una conseguenza naturale ed inevitabile dell’invecchiamento. E’ È una condizione di declino della memoria, del linguaggio, della percezione, dell’attenzione e di altre funzioni cognitive, che interferisce con il funzionamento della persona nella vita quotidiana, portando così alla perdita di autosufficienza. Ed è nel declino di queste facoltà mentali, nelle crepe che si creano pian piano nella normalità del funzionamento cognitivo, che si insinua l’illogicità, la bizzarria, il pensiero magico. Si può assistere, così, all’emergere delle confabulazioni, falsificazioni involontarie della memoria causate da una compromissione delle strategie di recupero dei ricordi, dall’incapacità dei sistemi di controllo frontale di “assemblare” in modo corretto i ricordi. E allora la persona rievoca un evento realmente accaduto, ma non in quel luogo e in quel momento, ricorda eventi in modo confuso rispetto alla linea temporale, per cui una persona deceduta può tornare in vita. L’illogicità può coinvolgere anche la rappresentazione del corpo: lesioni temporo-parieto-occipitali possono provocare fenomeni dispercettivi rispetto all’integrità del proprio corpo, a illusioni come il vedere e percepirsi all’interno di un duplicato della propria persona. Si può arrivare persino a credere che gli arti non ci appartengano più, che non abbiamo solo due braccia, che non abbiamo più gli organi interni. Si può credere che un nostro caro non sia quello vero, che sia stato sostituito da una copia, identica. E poi, oltre ai disturbi, ci sono le persone: c’è Maria che quando torna a casa vuole essere portata “a casa sua” perché quella non la riconosce più e ricorda la casa d’infanzia, motivo per cui il figlio la porta in macchina, fa il giro dell’isolato e la riporta finalmente a casa, questa volta quella vera. C’è Antonio che di notte è convinto che in realtà sia giorno. C’è Giulia che pensa di stare a scuola e che la andrà a prendere il papà, mentre arriva la figlia alla quale si presenta e fa un sacco di complimenti. Ci sono i caregivers, che dopo aver inizialmente rifiutato, contrastato, negato, hanno abbracciato il pensiero magico dei loro cari e lo hanno utilizzato per il suo scopo più importante: dare un significato laddove non c’è, dotare di senso una realtà insensata, donare dignità e rispetto, gettare un’àncora in un mare di incertezze. C’è una nipote che ricorre al pensiero magico di scrivere della nonna, per risentirne il sapore.
BIBLIOGRAFIA
American Psychiatric Association: DSM V – Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Raffaello Cortina – 2014
Costanza Papagno, Giuseppe Vallar: Manuale di Neuropsicologia. Clinica ed elementi di riabilitazione – Il Mulino – 2007
Dario Grossi, Luigi Trojano: Neuropsicologia dei lobi frontali. Sindromi disesecutive e disturbi del comportamento – Il Mulino – 2013
Jean Piaget: Il giudizio morale nel bambino – Giunti – 1932
Joan Didion: L’ anno del pensiero magico – Il Saggiatore – 2008