Classe 1936, Antonio Petti è napoletano di nascita, ma salernitano di adozione, disegnatore, illustratore, scrittore, scenografo, ha esposto i suoi lavori in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Filiberto Menna scrisse di lui «è un disegnatore nato», e io credo che nessun’altra definizione lo renderebbe più felice.
Innanzitutto grazie per aver accettato di essere intervistato. Vorrei subito partire dal tema della rivista e chiederle di cosa o di chi ha nostalgia?
È un piacere, grazie a lei. Di sicuro la persona di cui ho più nostalgia è il mio caro amico Luigi Incoronato, penso a lui spesso, vorrei potergli parlare ancora, anche se devo confessare che alle volte ho anche nostalgia dei luoghi, soprattutto di Napoli, della Napoli della mia gioventù.
Pavese attribuiva alla nostalgia la capacità di ricordarci che in fondo siamo esseri fragili. Cos’è per lei la fragilità umana?
La fragilità per me è la forza insita in ogni uomo che è forte proprio perché è sensibile e riesce a sentire e a vivere con più profondità e verità. La fragilità umana è legata alla sensibilità, sono forme di intensità non certo di debolezza.
Una delle figure che meglio descrive la sua storia di disegnatore è sicuramente Pinocchio. Quali sono le differenze tra il suo splendido e guizzante tratto e il personaggio nato dalla penna di Collodi?
Domanda interessante che richiede un attimo di riflessione. Io ritengo che il Pinocchio di Collodi sia un personaggio “mitico”, letterario, simbolico, il Pinocchio dei miei disegni è incredibilmente umano, è un Pinocchio che mi viene da definire quotidiano, nato dalla vita vissuta, fin da subito più di carne, probabilmente è anche più autentico rispetto a quello nato dalla penna del grandissimo scrittore fiorentino, ma questa differenza è molto probabilmente frutto della presunzione di un artista.
A proposito di Pinocchio, secondo lei quali sono gli inganni, le tentazioni, i cattivi esempi in cui possiamo imbatterci? Chi sono il gatto e la volpe dei nostri giorni?
(Stavolta l’artista sorride un po’ beffardo, come a ricordarmi che molte cose sono inevitabilmente cambiate rispetto ai suoi tempi, ma sembra anche suggerirmi che ce ne sono altre che non cambieranno mai). Il gatto e la volpe non sono due personaggi, in realtà sono molteplici perché molteplici sono gli inganni in cui ci imbattiamo. Il gatto e la volpe, a mio avviso, sono i politici, in senso generale, perché a me sembra che la menzogna per loro sia abituale. Il cattivo esempio per eccellenza è rappresentato dai genitori che non educano i figli al rispetto, alla condivisione, alla compassione, questa mancanza, questo atteggiamento umano mi sembra che ai nostri giorni sia abbastanza consistente. Credo che la tentazione più grande resti quella del potere che incide inevitabilmente sulla società, noi siamo esseri sociali innanzitutto e in quanto tali non possiamo fare a meno di essere attratti in quell’orbita che per me è letale. Certo poi oggi ci sono anche i “social” che di sicuro rappresentano altri inganni, tentazioni e cattivi esempi.
Com’è nata la passione per il disegno? E com’è cambiato il suo modo di disegnare nel corso degli anni?
La passione per il disegno è nata a Napoli, avrò avuto otto anni, io facevo il garzone presso un barbiere in via Nazionale, ricordo che una mattina presi un gessetto e disegnai sul marciapiede antistante la bottega un generale, probabilmente per reazione nei confronti del proprietario così irritante e anche un po’ malvagio. Questo evento – è strano – l’ho dimenticato per tanto tempo, perché io nella mia vita sono sempre stato attento al potere e ai comportamenti del potere, ma non avevo mai ricollegato la mia avversione a quel disegno. Già da bambino sentivo il peso dell’autorità che era intorno a me, e non mi riferisco ai miei genitori, che sono sempre stati autorevoli, soprattutto mio padre, senza mai essere autoritari. Quando fui spedito in convitto, per ben sette lunghi anni, scoprii l’arte e la storia dell’arte, ma nello stesso tempo sentii ancora più forte la presenza autoritaria, che si traduceva in un controllo opprimente e costante che non riuscivo ad accettare: è stato un periodo in cui ho sofferto molto. Vede, quando si prova un sentimento così forte, soprattutto per chi è timido – a me succedeva così – si tende a mettere su carta in forma scritta o attraverso il disegno il proprio desiderio di evasione, il proprio malessere. Io, inconsciamente, ho trasferito nel disegno il mio bisogno di libertà e di ribellione, il disegno era una forma di descrizione della sofferenza, di protesta, ma anche di forte ironia rispetto a chi esercitava il potere. Il mio modo di disegnare, sì, è cambiato negli anni, ma poco, la cifra stilistica è rimasta la stessa, perché il mio atteggiamento rispetto alla vita non è cambiato di molto. Di sicuro è maturata la consapevolezza, la coscienza del valore della mia arte.
Se dovesse continuare questa semplice frase: “Disegnare è…”
Disegnare è vitale.
Qual è la mostra che l’è rimasta più nel cuore, e perché?
Di getto direi la prima mostra a Napoli, presso la Galleria San Carlo, con Antonio Della Gaggia, ricordo che fui criticato da un importante esponente dell’ex URSS che era venuto a visitare la mostra. Allora sperimentavo disegni legati all’astrattismo che non piacquero affatto a quel politico che mi giudicò aspramente perché non ero un artista allineato, non rappresentavo la classe operaia, ma io sono sempre stato libero e ho sempre lottato per mantenere la mia autonomia.
A Napoli ha stretto amicizia con alcuni dei più grandi intellettuali del ’900, Luigi Compagnone, di cui – tra l’altro – è stato scenografo dello spettacolo “La ballata di Pinocchio”, Enzo Striano, Domenico Rea, Luigi Incoronato, può dirci in pochi aggettivi quali valori le hanno lasciato in eredità?
Luigi Incoronato mi ha lasciato la sua umanità, la sua generosità; Luigi Compagnone la visione lucida della realtà, l’intelligenza; Enzo Striano l’affetto sincero, incondizionato, e la cultura; Domenico Rea la bellezza dei suoi racconti, anche se non siamo stati amici intimi, credo che lui sia il più grande narratore di Napoli del Novecento, senza offesa per tutti gli altri.
Tra le sue meravigliose figure voglio ricordare anche Masaniello, il protagonista più emblematico della rivolta popolare del 1647. Che cosa rappresenta per lei?
Sentendo la tua domanda mi è venuto immediato un moto di commozione. Io ho profondamente amato Masaniello, perché lui per me è il ritratto della ribellione napoletana, del popolo che si rivolta, ma anche poi del popolo che dimentica, che non fa cultura di quel processo, di quello spirito. Proprio come dopo le “Quattro giornate di Napoli”, il popolo s’infiamma, avvampa, ma poi non sedimenta quel sentimento.
Nella letteratura portoghese esiste una forma di nostalgia per le cose che non sono mai state. Cosa avrebbe voluto per sé stesso che invece non è mai accaduto?
Io non avrei voluto nient’altro rispetto a quello che ho ottenuto: una vita normale, il rispetto degli altri e di me stesso. La cosa più bella che mi è accaduta è il disegno, la mia più grande soddisfazione sta nel fatto che ho ancora la forza e la voglia di disegnare, un desiderio che per fortuna non si è mai spento, perché lo ritrovo intatto ogni volta che prendo in mano un pennino. Non ho rimpianti.
In questo periodo storico dominato – purtroppo – dalla conflittualità e dall’instabilità, che senso può avere l’arte?
L’arte non è mai astratta, è sempre radicata nella vita, l’arte è legata all’uomo. L’arte deve sentire quello che sta succedendo storicamente, l’artista non è, non deve e non può essere un uomo addormentato, l’artista deve essere un uomo sveglio, soprattutto rispetto a quello che gli accade intorno, anche se apparentemente lontano. Bisogna sempre mantenere uno sguardo vigile sul mondo e partecipare alle cose del mondo. L’arte è racconto e testimonianza. Per me è così.
Nell’era dell’intelligenza artificiale, di hardware e software che permettono agli artisti di creare disegni digitali di grande effetto e precisione, qual è il piacere che può dare ancora disegnare su un foglio?
L’odore della carta, ma sicuramente l’errore è il più grande piacere, l’imperfezione: l’errore è vita, la perfezione è la morte.
Ha già pensato al desiderio da esprimere per il suo novantesimo compleanno?
Non esprimo desideri di solito, mi lascio scorrere proprio come gli anni. Ho vissuto serenamente, ci sono arrivato bene alla mia età, con abbastanza energia. Ora sul tavolo ho un disegno che sto terminando e mi meraviglio di ritrovare in quel tratto – anche rispetto ai primi disegni – la stessa forza espressiva. Questa per me è la più grande gioia.
Lo ringrazio per la cortesia e per averci raccontato così sinceramente della sua vita e della sua arte, ma alla fine è ancora lui che, con voce commossa, ringrazia me.


di Pinocchio installata nel parco dell’Irno a Salerno