C’è un tempo segnato
Che dovevamo sognare.
(Ivano Fossati)
Nel dipinto del 1882 intitolato Ulisse e Calipso, Arnold Böcklin (1827 – 1901), uno dei principali esponenti del simbolismo tedesco, raffigura Ulisse in un angolo, quasi con la testa china, avvolto in un drappo nero, che guarda lontano il mare e il cielo grigio che si incontrano all’orizzonte. «Seduto sulla riva, gemeva come sempre/lacerandosi l’animo con lacrime, lamenti e dolori,/guardava piangendo il mare infecondo» (Odissea, libro V). Questi versi ritraggono la sua profonda sofferenza legata al desiderio di tornare a Itaca, a Penelope, a Telemaco, ma anche al suo essere condannato all’immobilismo in quella prigione dorata dell’isola di Ogigia e a non poter assecondare la propria natura di inseguire l’altrove e la conoscenza. Calipso è ritratta languidamente distesa su una roccia, vicino a una caverna, con il mare sul lato. Lo sguardo della ninfa è rivolto verso l’amato già presa dalla dolenza per la consapevolezza della sua prossima partenza. Il quadro di Arnold Bocklin e il rimando all’Odissea mettono in evidenza diversi aspetti del sentimento dolce e amaro, come lo definisce Pessoa, della nostalgia. La nostalgia del nostros, della propria terra, come nell’etimologia stessa del termine: Nostros, casa e Algos, dolore, sofferenza. Nostalgia non è, però, solo di un luogo, di un tempo passato, ma anche il desiderio di tornare a un ciò che si era in quel luogo e in quel tempo, di ritrovare e rivivere una versione passata di noi stessi magari abbellita ed addolcita. Secondo alcune interpretazioni, nel dipinto di Bocklin viene individuata un’altra forma di nostalgia, la nostalgia per il “Paradiso perduto” costituita per il pittore dalla grecità come epoca mitica di civiltà.
Di contro, invece, Max Horkheimer, co-fondatore della Scuola di Francoforte, nel 1970, due anni prima di morire, introdusse il concetto di “nostalgia del totalmente altro”. Il filosofo si riferiva alla speranza dell’avvento di un tempo utopico di là da venire in cui si sarebbe potuto contrastare l’attuale società tecnocratica onnipervasiva. Società che si caratterizza per una dittatura più subdola dei totalitarismi novecenteschi, per una drammatica riduzione della sensibilità etica nonché per considerare l’altro come oggetto da usare e non con cui tentare di dialogare. Questa speranza, sentita da Horkheimer come nostalgia, riguarda la possibilità che l’ingiustizia sociale non sia l’ultima parola, che esista una redenzione da essa e di giustizia assoluta al di fuori delle dinamiche mondane. Orizzonte questo che oggi mi appare sempre più remoto. Il neologismo nostalgia nasce in ambito medico il 22 giugno 1688 con la Dissertatio medica de nostalgia dello studente in medicina Johannes Hofer all’università di Basilea. Essa descriveva una malattia, a volte anche mortale, che colpiva i soldati svizzeri allontanati dalle loro valli per combattere in luoghi lontani. Alla fine del settecento e poi nell’ottocento col romanticismo si ha il passaggio della nostalgia da malattia a sentimento. Nel tempo il concetto è andato assumendo un alone semantico sempre più esteso, incorporando in essa eventi anche molto lontani tra loro, il ritorno a una propria personale Itaca, al Paradiso perduto, all’infanzia e con un ossimoro, come afferma Antonio Prete, persino al futuro.
«Ah, se potessi esprimere / in parole semplici e precise / la nostalgia di essere un altro , la nostalgia di non essere qui, di non essere questo / ma di essere in un altro luogo / e un’altra cosa» (Pessoa: Il libro dell’inquietudine)
La frase di Pessoa è la parafrasi che racchiude il rimpianto per un vissuto di incompletezza e per un senso di alienazione dalla propria esistenza. Questa forma di nostalgia può essere ben rappresentata dall’iconica immagine, tratta dal film Amarcord, del passaggio del transatlantico Rex da Rimini. Volutamente Fellini ce lo mostra con una enorme sagoma di cartone illuminata, come un’illusione, un miraggio, e sotto di esso donne e uomini, piccole presenze su minuscole barche, che salutano l’enorme nave, sconosciuti viaggiatori, ma anche loro stessi in altre impossibili vite. La psicoanalisi ha abbracciato la nostalgia come un aspetto significativo dell’esperienza umana. Freud (1907) individuò le basi di essa nel desiderio di ritornare in un luogo familiare e segreto, sulle tracce lasciate da antiche esperienze quasi dimenticate che fantasie più recenti hanno successivamente modificato e abbellito: un desiderio frustrato di un ritorno simbolico alla madre (1933). Nel suo saggio Un disturbo della memoria sull’Acropoli (1936), in seguito a una esperienza personale, evidenziò la tensione tra la realtà presente e il rifugiarsi nel passato come mezzo di difesa psicologica di fronte alle sfide o ai cambiamenti nella vita. Sottolineò come il desiderio di ritornare a un periodo passato, percepito come più sicuro o confortante, può fungere da barriera emotiva, capace di impedire la crescita personale e la capacità di adattamento a nuove condizioni di vita specie in momenti di stress o di incertezza per il futuro. Ernst Kris, esponente di spicco della psicoanalisi dell’Io, considerò invece questa regressione, che si ha anche nella nostalgia, non solo una difesa patologica, ma anche una funzione adattiva nel riuscire transitoriamente ad avvicinarsi e trarre energia psicologica da fantasie, modi di pensare e sentire anche inconsci del passato.
Gli psicoanalisti ungheresi Michael e Enid Balint, pur nell’ambito delle psicoterapie, parlarono anch’essi di regressione benigna a uno stato di armonia totale, a quell’essere stati amati, a essere stati curati (l’“amore primario” per questi autori), tipico della condizione prenatale o della primissima infanzia come spinta alla possibilità di affrontare cambiamenti esistenziali e trasformazioni del sé. Ulisse in questa prospettiva non rappresenta solo l’anelito che ci spinge verso un ritorno a ciò che è stata la nostra infanzia, a una familiarità originaria matrice di ogni altra successiva, ma è il simbolo moderno del travagliato viaggio della conoscenza, soprattutto di noi stessi, viaggio a esempio ben descritto nell’Ulisse di James Joyce (1922). Già Omero adombra questa ricerca del suo eroe nell’undicesimo libro dell’Odissea quando Tiresia predice a Ulisse, disceso nell’Ade, non solo il ritorno a Itaca, ma anche una nuova partenza dove porterà un remo, dunque una nuova conoscenza, a genti primitive che non sanno del mare, e dell’uso del sale. La nostalgia, parola di dolore, un dolce dolore, secondo Antonio Prete può aprire un varco nel sempre uguale del quotidiano attraverso una sorta di rispecchiamento nella propria storia personale, nel proprio sé più intimo e nascosto. In questa ottica essa ha a che fare anche col narcisismo, quello sano e vitale (il narcisismo libidico di Rosenfeld). Proprio nel momento in cui il soggetto ritrova con nostalgia il suo essere stato in un tempo passato, i sogni che aveva, può emergere un anelito a cercare di declinare nel presente e nel futuro ciò che quel voler essere rappresentava attraverso altri oggetti d’amore, altre relazioni, altre modalità da investire nella propria esistenza. In sostanza nel trasformare, se possibile sublimare, quel sentimento dolce e amaro di perdita, per esempio, in versi, immagini, musica (il fado, il tango, e simili).
Un pensare/fare creativo che se non è completamente consolatorio può essere, però, lenitivo di quel vissuto di mancanza, dell’incompletezza a essere, determinata dall’inesorabile trascorrere del tempo e dalle vicende esistenziali che ad esso si accompagnano. La nostalgia, dunque, nel suo rimandare a un antico senso di sicurezza legato alla madre, a mio parere, costituisce un tentativo inconsapevole di ritrovare quelle esperienze primarie di rêverie, di sintonizzazione bambino-madre. In esse il terrore ancora senza nome, legato alla fame, al dolore fisico, e ad altre situazioni. viene accolto, compreso il più delle volte dalla madre e rimandato al piccolo con azioni quali il dare il seno, il latte o non darglielo e cullarlo, accarezzarlo, parlargli dolcemente, cantandogli una ninna nanna… Azioni che acquietano quella sofferenza trasformandola in benessere, forse in beatitudine. Sono esperienze di un completo appagamento in cui le sensazioni che accompagnano il seno, il latte, il canto, la voce, si vanno trasformando in emozioni, diventano memorie implicite, inconsapevoli. Memorie che non scompaiono, ma riemergono associandosi a un evento, un suono, a delle parole, a un incontro, a una separazione. Ritornano, anche in forma di nostalgia, per un inconsapevole desiderio di ritrovare quel senso di estremo appagamento, certo irraggiungibile, ma che può diventare anelito, spinta a provare ancora e ancora altre esperienze, altri legami, altre possibilità di noi stessi.
Certo, come afferma Borgna, oltre a nostalgie che possono essere di stimolo, vitali ce ne sono altre che, cristallizzandosi in un pensiero dominante, fanno sprofondare il soggetto in una forma depressiva di fronte a inconsolabili perdite. Augusto, operaio specializzato, mai rassegnato a un lavoro dipendente, ora, a 76 anni, vive in un dolore melanconico per l’angustia della sua vita attuale senza possibilità di futuro. È prigioniero di un passato in cui, grazie alla sua determinazione e nonostante enormi difficoltà, era riuscito a creare un locale di cabaret in cui aveva fatto esibire comici che sarebbero poi diventati famosi. Aveva successo, denari, consensi e ammirazione, finanche da suo padre, sempre critico e svalutante nei suoi confronti. Poi le gelosie, la persecuzione di importanti abitanti dello stabile in cui era sito il locale e di istituzioni sollecitate da questi, fu costretto a chiudere la sua creatura e a perdere quanto guadagnato non solo in termini economici, ma anche di immagine di sé. Una insanabile ferita narcisistica che, nonostante sia riuscito solo in parte a lenire attraverso la realizzazione di sculture con materiali di risulta, non gli ha dato una qualche forma di consolazione. Come Le Mille e una notte si potrebbe continuare a descrivere la nostalgia, a parlarne, ma mi piace concludere queste note guardandola come un sentimento che può anche aiutare a non sprofondare nell’abisso di un quotidiano, di un flusso senza consapevolezza e senza un «Aprile (che) è il mese più crudele, genera lillà dalla terra morta, mescola memoria e desiderio, pungola radici ottuse con pioggia primaverile» (da La terra desolata di Thomas Stearns Eliot).
Penso a essa, dunque, soprattutto come una risorsa che ci potrebbe proteggere dalla perdita di senso di noi stessi, specie nelle fasi complesse o finali della nostra vita, dando valore a ciò che siamo stati, a ciò che siamo, all’aver provato a superare i nostri stessi limiti anche senza successo, al di là delle contingenze che ci hanno oppresso e che ci opprimono. Dopo aver usato un troppo di parole, ritengo che in definitiva solo la musica ci avrebbe potuto consentire di provare e capire emozionalmente il senso più intimo racchiuso nella nostalgia. Ognuno ha un suo modo di provarla e unici per ciascuno di noi sono i brani che la possono richiamare. In questo momento per me sono C’è tempo di Ivano Fossati, e In a Sentimental Mood suonata da Duke Ellington e John Coltrane… E a voi?