La nostalgia — spiegò Johannes Hofer, che inventò la parola nel 1688 — è il dolore connesso al desiderio di tornare in patria. Ma fu Kant a spostare il dolore nostalgico dallo spazio al tempo, ovvero al periodo della giovinezza. Idealizzando il passato, si può arrivare a provare nostalgia persino per i tempi difficili: «Ero più ricco da disoccupato. Non conoscevo tante cose, non avevo tanti bisogni» scrive il nostro Domenico Rea in un racconto (A Domenica…) in cui il protagonista ha nostalgia non solo del passato, ma persino di un futuro che non potrà essere migliore. Tra i cantori più acuti e profondi di questo sentimento che mescola tristezza e felicità è lo scrittore portoghese Fernando Pessoa, che in tre versi dedicati alla campana sintetizza tutto: «Ad ogni rintocco tuo / si fa più remoto il passato / più presente la nostalgia». Lo stesso Pessoa ci avverte che si può avere persino nostalgia del presente: «Vivi il momento con nostalgia già nel viverlo». In verità, Pessoa usa un termine, saudade, che in italiano è intraducibile, come spiega Antonio Tabucchi in un mirabile saggio pubblicato nella raccolta Di tutto resta un poco: «La saudade è una cosa che solo i portoghesi hanno perché hanno una parola per dire che ce l’hanno, ha scritto Pessoa». Ma lo dicevamo all’inizio: ciascuno ha la sua patria (temporale, spaziale, spirituale). Ognuno, per sintetizzare, ha la sua madeleine proustiana. E la mia patria, che non esiste più per come l’ho conosciuta e praticata, è il giornalismo. C’è un racconto poco noto, Notizie sullo stato dell’informazione nell’età della pietra, in cui il geniale Friedrich Dürrenmatt afferma che «il giornale è una delle prime invenzioni dell’umanità» o, meglio, «la seconda di tutte le invenzioni». Una stramberia da cui scaturiscono una serie di assurde e pirotecniche fantasie, come quella dei giornali scritti sulla pietra calcarea e sul granito (“la roccia ideale”). Non manca un elenco di testate assurde: dal Giornale carbonale (“che usciva ogni cent’anni”) al Messaggero del Mare Giurassico (poi “scomparso assieme allo stesso mare giurassico”). Il racconto, un paradossale e comico elogio della stampa che fu, si conclude con l’invenzione dello Stato che è “causa delle guerre” e anche dell’estinzione dei giornali, «i quali potevano vivere solo in quanto istituzioni internazionali al servizio di tutta l’umanità», mentre lo Stato «li degradò a fogli locali».
Il grottesco è uno strumento di critica sociale, e io credo che Dürrenmatt ci abbia voluto dire, fuor di metafora, che proprio lo Stato è uno dei principali nemici del giornalismo. Come dimostra, per esempio, l’accanimento nei confronti del programma di Rai Tre Report, guidato dal giornalista Sigfrido Ranucci, che di recente ha subito un clamoroso attentato. Report è una trasmissione nota per le inchieste, che sono da sempre considerate l’attività più nobile dei mass media. Come spiega il Dizionario pratico di giornalismo, pubblicato nel 1990 da Mursia, «l’inchiesta si propone di andare oltre alle informazioni provenienti dalle fonti ordinarie e finisce per somigliare a una ricerca o, in casi particolari, a un’indagine. Per questo l’inchiesta permette di scoprire situazioni scarsamente conosciute, segnalandole alla pubblica opinione». Oggi sono pochissime le testate che si dedicano alle inchieste. Una carenza recente? Assolutamente no, se lo stesso dizionario, già trentacinque anni fa, segnalava che erano in via di estinzione. Per diversi motivi, certo, come la mancanza di tempo nelle redazioni e la caduta nel nostro Paese di una certa tensione sociale. Ma «alcuni osservatori — ci avverte il dizionario — interpretano questa mancanza di inchieste come il sintomo di un giornalismo nuovamente sottomesso ai potentati economici e politici».
Non è una questione di destra e di sinistra. Ogni governo, l’organo costituzionale dello Stato che esercita il potere esecutivo, tende a preservare se stesso. E, in quanto Stato, ostacola i giornalisti che vanno al di là delle veline per portare alla luce infiltrazioni mafiose, corruzione, connivenze, abusi. Come? Con le pressioni, con l’indebolimento delle redazioni o addirittura con le querele temerarie, quelle che hanno spesso come unico obiettivo l’intimidazione dei cronisti. Credo sia giusto avere nostalgia di quel tipo di giornalismo, quasi del tutto scomparso, che sapeva scavare portando alla luce scandali e prepotenze. Credo sia giusto avere nostalgia di un’epoca in cui il potere accettava il controllo dell’opinione pubblica attraverso l’attività giornalistica, la mia patria. Cosa fare? Arrendersi ai tempi che mutano? O spolverare piuttosto quello che Massimo Recalcati definisce «il secondo volto della nostalgia»? Nel suo saggio La luce delle stelle morte, Recalcati fa riferimento proprio alla Recherche di Proust, quando un pezzetto di madeleine «è sufficiente per spalancare un mondo nuovo e antico insieme». Quell’episodio ci parla di «una memoria che non si limita a custodire e a idealizzare quello che è già avvenuto, ma irrompe nel tempo presente come un fascio di luce inaudito». Ecco, se — per paradosso — la bomba fatta scoppiare davanti casa Ranucci potesse diventare la madeleine dei giornalisti, dando la forza di guardare al passato non solo in modo nostalgico, potremmo tutti avere la forza di impegnarci di più: per non sottometterci al potere, per lasciare meno soli i colleghi sotto attacco e per tornare al giornalismo inteso come cane da guardia del potere, quello che gli inglesi chiamano, appunto, watchdog journalism.
BIBLIOGRAFIA
Massimo Recalcati: La luce delle stelle morte — Feltrinelli — 2022
Carlo De Martino e Fabio Bonifacci: Dizionario pratico di giornalismo — Mursia — 1990
Antonio Tabucchi: Di tutto resta un poco — Feltrinelli — 2013
Friedrich Dürrenmatt: Racconti — Feltrinelli — 1988
Domenico Rea: Opere — Meridiani Mondadori — 2005
Marcel Proust: Alla ricerca del tempo perduto — Mondadori — 2020
Fernando Pessoa: Poesie di Fernando Pessoa — Adelphi — 2013