La sua matrice di base si sviluppa sul procedimento fotografico che compone la sua natura nella primigenia predisposizione a immortalare un momento, un attimo fuggente che nel momento in cui viene intrappolato, incastonato, arpionato dalle fugaci grinfie del tempo, diventa ricordo, passato, storia. Il cinema è fotografia in movimento ed è storia che acquista tridimensionalità. Anche nella riproposizione di immagini di scottante attualità, nelle narrazioni che vogliono riproporci un realismo e un’istantaneità delle azioni mostrate, stiamo assistendo a un necrologio della realtà: quelle immagini ripropongono azioni morte. Vive durante le riprese, morte nella loro riproduzione. Ed è sempre un dolore tornare a quegli istanti, un dolore la consapevolezza del fluire del tempo. Della sua ineluttabile voracità. Eppure questo ritorno al passato può avere molti esiti, può dirigersi verso percorsi sia positivi che negativi. Il ritorno al passato può essere dolce e malinconico. Può essere distruttivo e depressivo. Può portare alla mitizzazione di un passato mai vissuto ma sentito come glorioso. Può spingerci alla riflessione molto umana della caducità di tutte le cose, quel “consumarsi senza fine di tutto” di ungarettiana memoria, che ci pone liricamente di fronte alla constatazione della nostra finitezza, che non comprende solo noi, ma tutto ciò che ci circonda. In quest’ottica è molto dolce riandare sulle onde di quel mare che ha ispirato il film premio Oscar, tra le produzioni in lingua straniera, nel 1992, quel Mediterraneo (del 1991) di Gabriele Salvatores che diventa già nostalgia al solo ricordo di un mondo, quello di trentatré anni fa, ormai concretizzatosi in “archeologia del presente”. La narrazione del film riguarda un gruppo di soldati italiani impegnati, durante il secondo conflitto mondiale, a realizzare un presidio militare su un’isola greca, nel Mar Egeo, che all’inizio sembra disabitata, ma poi si popola dei pochi abitanti che accolgono integrando gli stranieri che senza rendersi conto passeranno due anni su quella piccola isola e sapranno, solo per caso, che intanto le sorti della guerra e del mondo stanno cambiando. Alcuni di loro torneranno in Italia con la speranza delle grandi opportunità che il cambiamento in corso può offrire loro. L’amara conclusione del film è che alcuni personaggi del film si ritroveranno anziani, dopo più di quarant’anni, disillusi e con la consapevolezza di non aver potuto cambiare nulla. Un altro film che fa della nostalgia un leitmotiv sin dal titolo è un altro premio Oscar, sempre come miglior film straniero, del 1975, quell’espressione romagnola diventata ormai comune che è Amarcord (1973), rievocazione, in chiave onirica, degli anni adolescenziali del regista, il riminese Federico Fellini, ambientato negli anni Trenta del secolo scorso. Come ultimo titolo, in questa rapida carrellata, è da tener presente la realizzazione del film Nostalgia (2022) del napoletano Mario Martone. Tratto da un romanzo di Ermanno Rea, il film si avvale di una superba interpretazione dei personaggi principali, interpretati da Pierfrancesco Favino, Francesco di Leva e Tommaso Ragno. Il protagonista, Felice Lasco, ritorna a Napoli dopo più di quarant’anni, dopo esser fuggito via a causa di un episodio grave che lo ha visto coinvolto insieme al suo carissimo amico di gioventù Oreste Spasiano, che intanto è diventato un temibilissimo e violento boss della Sanità. Felice è un affermato imprenditore e vive con la moglie egiziana a Il Cairo. Ritorna nella città partenopea per accudire l’anziana madre, che di lì a poco morirà, e rivive i momenti della sua adolescenza. Fa amicizia con un prete anticamorra che prova a convincerlo ad andare via, tornare in Nordafrica, dal momento che Felice è deciso a ritrasferirsi a Napoli. Non svelo il finale perché è un film da vedere necessariamente, sia per l’atmosfera onirica, quasi felliniana, che avvolge la capitale partenopea, sia per la sua conclusione che induce all’amara constatazione che spesso cedere alla nostalgia può avere effetti fatali.
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Nostalgia: guardo una vecchia fotografia e cerco il sapore di quell’è stato e non è.