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Dettaglio di copertina, Omaggio a Lady Diana, Illustrazione di Bruna Pallante

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Il concetto di bellezza in equilibrio fra cultura e salute

4 Maggio 2022
Dal punto di vista antropologico, la bellezza corporea tende ad essere collegata a rituali di tipo sociale e a ideali spesso dibattuti e/o criticati.
Dettaglio di copertina, Omaggio a Lady Diana, Illustrazione di Bruna Pallante

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Il concetto di bellezza in equilibrio fra cultura e salute

4 Maggio 2022
Dal punto di vista antropologico, la bellezza corporea tende ad essere collegata a rituali di tipo sociale e a ideali spesso dibattuti e/o criticati.

Maddalena Illario

I concetti di bellezza e salute sono collegati in maniera ambigua.1 Dal punto di vista antropologico, la bellezza corporea tende ad essere collegata a rituali di tipo sociale e a ideali spesso dibattuti e/o criticati. Il concetto più ampio di bellezza viene declinato in diversamente a seconda dei contesti socioculturali, e la sensibilità moderna ha definitivamente attualizzato la relatività culturale della bellezza, concetto già affermato da Michel de Montaigne, che nel 1595 scriveva «la bellezza è quello che le persone vogliono vedere». La bellezza è naturalmente collegata a questioni di salute, intesa in senso ampio, riferito alla sensazione percepita e oggettiva di benessere psicofisico. Le finalità estetiche e quelle curative possono entrare in conflitto o fondersi, grazie a un’ampia varietà di tecnologie mediche e pratiche sanitarie, ma bisogna sempre ricordare che la bellezza è in relazione alle trasformazioni socioeconomiche della modernità e della globalizzazione.2 La bellezza, quindi, non è un dominio distinto dell’esperienza sociale, rispetto all’esperienza psicologica e al contesto ambientale e culturale in cui si trova. Il presente contributo è finalizzato a fornire una prospettiva poliedrica sulla relazione tra bellezza e salute, attraverso elementi di riflessione da collocare in una matrice multidimensionale che facilita l’identificazione di collegamenti e sinergie tra le componenti che la arricchiscono.

LA COMUNICAZIONE AL TEMPO DEI SOCIAL E IL SUO IMPATTO SUL BENESSERE PERCEPITO

Emilia D’Anna, Sara Diamare

La rivoluzione digitale ha consentito la strutturazione di uno spazio altro nel quale poter esistere, comunicare e stringere relazioni. Con il passare del tempo, la nostra vita quotidiana è stata permeata dalla tecnologia, tale per cui è davvero difficile pensare a un’azione che non richieda la mediazione di uno strumento digitale; oggi chi siamo, cosa desideriamo, chi vogliamo essere e come vogliamo essere, è alterato dal rapporto quotidiano che intratteniamo con la tecnologia e in particolare con i social network. L’intrusione del web ha portato a una ridefinizione del rapporto con il reale, con l’Altro e con il Sé. Si parla di un Sé che esiste contemporaneamente su due dimensioni e che ne è influenzato; ciò determina una serie di cambiamenti anche a livello di interazione e di linguaggi, tale per cui si pone rischio di «una perdita di significato, della simbolizzazione, lo svanire dell’immaginario e lo svanire del reale oggettivo in una deregulation del principio di realtà».3 Oggi le informazioni viaggiano soprattutto attraverso i social, i quali si presentano come strumento per la definizione di ciò che è considerato socialmente accettabile e cosa, invece, non lo è. Un esempio riguarda proprio la dimensione corporea, considerando l’esposizione a modelli irrealistici a cui le ragazze, ma anche i ragazzi, sono costantemente esposti, e che vengono elevati a ideali di bellezza da raggiungere. Se fino a dieci anni fa questi venivano presentati solo tramite la televisione o le riviste, oggi sono alla portata di tutti tramite i social che hanno un carattere di immediatezza maggiore rispetto ai mezzi di comunicazione più datati. È l’esposizione a questi media che porta ad una progressiva internalizzazione di quello che è il thin ideal, ovvero l’ideale di corpo perfetto accettato dalla società. Se i social ne rappresentano un’esasperazione, la visione del corpo-oggetto è in realtà da sempre stata presente nella nostra cultura. La principale conseguenza è il vissuto di vergogna relativo al proprio corpo che non appare conforme a quello “sponsorizzato” dai media, che quindi viene costantemente osservato e sottoposto a diete dimagranti. Esattamente come l’esposizione a modelli irrealistici è legata alla presenza di sentimenti di rifiuto e disprezzo per il proprio corpo vissuto come troppo distante dall’ideale, così la possibilità di rivedersi in un’immagine più vicina a sé e, quindi, alla realtà permette di apprezzarsi e rispettarsi di più. Tali risultati appaiono congruenti con un ulteriore studio del 20204 che mostra come i media non debbano necessariamente essere solo portatori di messaggi sbagliati, ma che anzi possono generare una visione positiva del proprio corpo5 se ciò che viene mostrato è inclusivo e rispetta la diversità. I risultati hanno evidenziato come la relazione e i sentimenti legati al proprio corpo siano decisamente più positivi rispetto a un’esposizione a contenuti che si distaccano dalla realtà o sono rappresentativi solo per una minima percentuale della popolazione.

IL CORPO NASCOSTO E L’ADOLESCENZA: DISMORFOFOBIA E DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

Emilia D’Anna, Sara Diamare 

La visione distorta di un particolare tratto del proprio corpo, senza che ve ne sia ragione, è definita dismorfofobia. Chi ne soffre è spesso portato a nascondere quella parte o a mettere in atto strategie per ridurre il disagio legato alla sua presenza; in certi casi si ricorre anche a un uso massiccio della chirurgia estetica per poter eliminare il problema. Essa rientra tra i disturbi ossessivo-compulsivi secondo il DSM-5 e a soffrirne sarebbero uomini e donne in egual misura6 seppur con le dovute differenze. Si associa spesso, oltre che al disturbo ossessivo-compulsivo, anche a soggetti con una storia di disturbo d’ansia e di disturbi dell’alimentazione come anoressia e bulimia. L’anoressia nervosa è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dall’eccessiva preoccupazione per il proprio peso corporeo e da una paura estremamente pervasiva di ingrassare; ciò ha come risultato un eccessivo controllo sulla propria alimentazione nel tentativo di mantenere il proprio peso significativamente basso, quindi inferiore al minimo atteso. Nonostante il termine anoressia etimologicamente faccia riferimento a una mancanza di appetito, esso non risulta tuttavia adeguato a descrivere il disturbo in oggetto, tenendo conto che l’appetito viene generalmente conservato ma è la dinamica di controllo sul proprio peso corporeo che non consente un’adeguata ingestione di cibo. Come accennato, essa si accompagna a una visione distorta del proprio corpo, che viene vissuto come perennemente sgradevole ed inadeguato. Si parla, quindi, della presenza di tratti dismorfofobici, in quanto persiste una preoccupazione ossessiva per una parte del proprio corpo. La paziente anoressica non riesce a percepire in maniera realistica la propria immagine corporea; ciò va a complicare il quadro dell’anoressia, in quanto la paziente non riesce a vedere quanto sia effettivamente emaciata e questa mancato riconoscimento alimenta la ricerca di un ideale di peso che non verrà mai soddisfatto perché la percezione del proprio corpo non sarà vicina al proprio prototipo ideale. La bulimia nervosa, anch’essa annoverata tra i disturbi del comportamento alimentare, si presenta con episodi ricorrenti di abbuffate seguiti da forme di compensazione, come vomito autoindotto, uso di lassativi, esercizio fisico estremo o, in certi casi, il digiuno. Anche qui è presente una preoccupazione costante per il proprio peso corporeo, ma a differenza dell’anoressia nervosa, i soggetti affetti da bulimia in sottopeso sono generalmente in percentuale minore rispetto ai normopeso o a chi è in sovrappeso. Inoltre, è presente maggiore consapevolezza riguardo al disturbo, e questo genera spesso maggiori sensi di colpa. Entrambi questi disturbi possono insorgere durante l’adolescenza, che per sé è una fase estremamente delicata nella quale il nostro corpo inizia ad evolvere.5 Ci troviamo di fronte a una sua profonda modificazione, a cui si accompagna un cambiamento nelle relazioni interpersonali e familiari, nello sviluppo della sessualità e nel progressivo abbandono di tutte quelle posizioni infantili che erano state mantenute fino a poco prima. Proprio a causa di tutti questi cambiamenti bruschi che rompono l’equilibrio raggiunto durante l’infanzia, l’adolescente può sperimentare vissuti di scarsa autostima e basso valore del Sé, dettati proprio da una scarsa capacità ad adattarsi.7 Generalmente, questi elementi si manifestano nel momento in cui ci si rapporta con i pari e si iniziano a formulare paragoni dai quali il proprio Sé ne esce sempre sconfitto. Ci si sente in forte disarmonia con il mondo esterno ma anche con sé stessi e con il proprio corpo esperito come deformato.8 L’adolescente si sente come se fosse sospeso su un filo molto sottile dove da un lato vi è la dipendenza tipicamente infantile e dall’altra la loro «lotta a consistere, ovvero a sentirsi reali».9  In alcuni casi può portare allo sviluppo di vissuti ansiosi e depressivi, ma di solito è un sintomo temporaneo che, per quanto pervasivo, tende a diminuire di intensità man mano che l’adolescente sviluppa la propria identità e comprende il proprio valore. Nel rapporto Spotlight on adolescent health and well-being del 19 maggio 2020, l’Ufficio regionale europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) fornisce una interessante panoramica sul benessere psicologico e sulla salute fisica di circa 230 mila ragazzi in età scolare. In particolare, l’Italia rileva la frequenza di sintomi di natura psico-fisica (sentirsi nervoso, mal di testa), l’uso problematico dei social media, ma anche il persistere di abitudini alimentari scorrette. In questo periodo di pandemia tali problemi tendono ad acuirsi e spesso esitano in disordini alimentari che non facilitano la costruzione di un’immagine di sé appagante. Sul cibo si declinano cioè istanze complesse ed emotivamente pregnanti che hanno a che vedere con il vissuto del corpo e della sua bellezza nella relazione con l’altro.

LA CULTURA ALIMENTARE PER LA BELLEZZA IN SALUTE

Daniela Laudisio, Chiara Graziadio, Annamaria Colao

Il cibo riveste un ruolo chiave nel benessere in tutte le fasi della vita. Un’alimentazione completa e bilanciata, con alimenti funzionali rappresenta una vera e propria cura di bellezza: le sane abitudini alimentari, associate alla conoscenza dei nutrienti, preservano e migliorano la nostra salute ed il nostro aspetto. Una pelle tonica e luminosa, capelli lucenti e unghie sane possono essere ottenuti attraverso cibi antiossidanti che contrastano i danni da invecchiamento e stress. Gli inestetismi e i segni di un precoce invecchiamento (rughe, acne, caduta dei capelli, unghie sfaldate), possono essere indizi di squilibri nutrizionali: il cibo è una fonte di bellezza, che rispecchia lo stato di salute, routine di bellezza in formato “edibile”. Mangiare sano per essere in salute significa anche poter esprimere al meglio la propria bellezza: la forte cultura alimentare e culinaria del nostro paese rappresenta un alleato per questo connubio: l’olio extravergine di oliva, fonte di acidi grassi polinsaturi dal prezioso potere antiossidante, frutta e vegetali ricchi di antiossidanti naturali, come i polifenoli e il resveratrolo del vino rosso, possiedono spiccate azioni anti-ageing. Il pesce azzurro e la frutta secca e oleosa rappresentano un concentrato di omega-3 che non solo proteggono il nostro cuore e il sistema cardiocircolatorio, ma contribuiscono a mantenere elastica e giovane la pelle, riducono l’infiammazione, proteggono dalle radiazioni UV, dalle scottature solari e persino dal foto-invecchiamento. Frutta e verdura contengono vitamine e antiossidanti, potenti alleati della nostra bellezza. Arance, limoni, pompelmi, peperoni, fragole, a elevato contenuto di vitamina C, come la vitamina A e gli alimenti ricchi di probiotici come yogurt e kefir svolgono una duplice azione sulla salute e sulla bellezza, mantenendo un intestino sano.10-16

LA PELLE CHE CI PARLA

Gabriella Fabbrocini

La pelle non è soltanto la nostra interfaccia col mondo esterno, ma rappresenta anche lo specchio del nostro benessere fisico. Non è, infatti, raro ritrovare sulla nostra pelle segni di patologie sistemiche spesso non ancora diagnosticate: la pelle si comporta spesso come organo “spia”, permettendo, a un occhio attento, di fare diagnosi prima che la malattia si manifesti. Numerosi sono gli esempi al riguardo: il dermatologo diventa così medico internista con competenze che facilitano sinergie in ambito endocrinologico (es. strie rubrae in pazienti con Sindrome di Cushing), gastroenterologico (es. lichen planus in pazienti con epatite c), ematologico (es. amiloidosi) o oncologico come nelle sindromi paraneoplastiche (es. acrocheratosi paraneoplastica di Bazex, eritema necrolitico migrante). Il nuovo modo di vedere la cute dovrebbe essere quindi “cutis sana in corpore sano”. Per questo è indispensabile non sottovalutare segni e sintomi al loro apparire, sottoponendosi a una visita specialistica dermatologica ogni qualvolta la nostra pelle parla, ma non siamo in grado di comprenderne il linguaggio.

MENS SANA IN CORPORE SANO: L’IMPORTANZA DI UNA VITA ATTIVA A TUTTE LE ETÀ

Guido Iaccarino

Mantenere uno stile di vita sano e attivo a tutte le età aiuta a prevenire l’insorgere di patologie croniche, migliora la gestione delle stesse permettendo di usare meno farmaci, e ne riduce le complicanze acute. Questo avviene a tutte le fasce d’età, ed i vantaggi dell’esercizio fisico sono indipendenti da quando si inizia a praticarlo regolarmente. È chiaro però che a ciascuna età corrispondono esercizi fisici appropriati, per questo è importante il controllo medico quando si decide di iniziare a praticare uno sport in età avanzata. Lo screening clinico effettuato presso i centri specialistici di Medicina dello Sport permette di identificare programmi di Attività Fisica Adattata (AFA) alle esigenze cliniche. L’AFA è costituita da programmi di esercizi fisici, disegnati sulle condizioni di salute di coloro ai quali è rivolta, con l’obiettivo di rallentare la progressione della malattia cronica e migliorare la qualità della vita quotidiana. Gli effetti dell’AFA, infatti, includono la perdita e il controllo del peso, l’aumento della forza muscolare e della resistenza. L’AFA inoltre facilita la socializzazione e migliora l’umore e dell’autostima. Per questo motivo, nell’ottica di trovare soluzioni sostenibili per contrastare l’aumento delle patologie croniche dovuto all’invecchiamento della popolazione, gli Enti regolatori sovranazionali quali l’OMS e la Commissione Europea invitano gli stati a dotarsi di politiche di promozione della AFA. L’Italia ha recepito questi inviti, e il 3 novembre scorso ha adottato il documento con le Linee di indirizzo sull’attività fisica. Revisione delle raccomandazioni per le differenti fasce d’età e situazioni fisiologiche e nuove raccomandazioni per specifiche patologie con un Accordo Stato-Regioni. Le nuove linee di indirizzo del Ministero della Salute sottolineano l’importanza dell’approccio strategico life-course, per setting e di contrasto alle diseguaglianze di genere e sociali, che può avvalersi anche dell’AFA.

ARTE, CULTURA E SALUTE

Donatella Tramontano

Al pari di una dieta equilibrata e all’attività fisica, l’esposizione alla bellezza concorre a custodire e favorire un buono stato di salute. Anche se ognuno di noi trova la bellezza in cose diverse, una musica, un quadro, un luogo, un libro, quella esperienza della bellezza variamente percepita attraverso i cinque sensi, ci fa stare bene, un tempo sospeso oltre gli affanni, i dolori e le difficoltà. Le neuroscienze hanno dimostrato che quando contempliamo un capolavoro si attiva l’area celebrale del piacere aumentando la produzione di serotonina. E ancora l’esperienza del bello regola gli ormoni dello stress come il cortisolo. L’Organizzazione Mondiale della Salute attraverso l’Health Evidence Network ha raccolto le prove scientifiche che l’arte è nutrimento e cura per la salute umana. L’analisi di 3.000 studi ha dimostrato il contributo dell’arte nella promozione del benessere e nella prevenzione di una serie di malattie fisiche e psicologiche. È il potere curativo della Grande Bellezza!

L’ARTE COME ESPERIENZA DEL SÉ

Giuseppe Auriemma

«La pittura è una poesia muta, la poesia è una pittura cieca.»
Leonardo da Vinci, Trattato della Pittura (XVI secolo)

L’esperienza estetica a contatto con le manifestazioni artistiche, fa parte della natura umana. Tutte le civiltà, hanno trovato il modo di esprimere le proprie emozioni, prima ancora che in forma logica, attraverso musica, canto, danza, pittura. Estetica deriva dalla parola greca Αἴσϑησις (Aìsthesis) «sensazione», «percezione», «capacità di sentire», «sensibilità». L’esperienza estetica, in questo caso, consiste proprio nel fatto che qualcosa cattura la nostra attenzione, producendo in noi, in modo del tutto inspiegabile e imprevedibile, emozioni e stati d’animo molteplici. Emozioni che si sentono non sono tutte lisce, leggere… la paura è ruvida, la rabbia pesante… Quel qualcosa che per esempio, sperimentiamo quando si produce un’esperienza multisensoriale davanti alla bellezza di un’opera d’arte come un quadro di grande artista. Per capire questo profondo intreccio tra opera d’arte e l’esperienza artistica che coinvolge la totalità della persona in tutte le sue dimensioni, fisiche, psichiche, relazionali, e spirituali, gettiamo lo sguardo sulla genesi e dinamica generativa di un’opera d’arte. L’esperienza artistica (come pratica e come fruizione) è considerata, nella nostra cultura, una dimensione separata dalla vita quotidiana e prerogativa di “specialisti” detentori di un sapere difficilmente accessibile. L’arte e l’espressione nascono dall’interazione con l’ambiente, all’insegna di un processo adattivo e creativo (assimilazione-accomodamento).

L’arte “lavora” sui sentimenti umani, e la produzione artistica incarna in sé questo lavoro. Sentimenti, emozioni, passioni, entrano nel contenuto dell’opera d’arte ma, in questa, si trasfigurano. Il processo artistico, allo stesso modo effettua una metamorfosi del materiale dell’opera, effettua anche una metamorfosi dei sentimenti. Il senso di tale metamorfosi sta, secondo Vygotskij, nel fatto che i sentimenti s’innalzano dalla sfera strettamente individuale per universalizzarsi e divenire sociali. Il senso e la funzione d’una poesia sulla tristezza non stanno affatto nel trasmettere a noi la tristezza dell’autore, nel contagiarci con essa (sarebbe questa una cosa triste per l’arte, commenta Vygotskij), bensì nel trasformare questa tristezza in modo che, agli uomini, si riveli qualcosa di nuovo, in una più alta, più umana verità di vita.17 Secondo Dewey, l’arte è il miglior mezzo di comunicazione: in quanto linguaggio, l’arte veicola e inventa significati, attraverso uno specifico mezzo (pittura, scrittura, musica) che può essere particolarmente adatto per un tipo determinato di comunicazione. «Ricostruire la continuità fra le opere d’arte, i fatti, le azioni e le passioni di tutti i giorni, che sono universalmente riconosciuti come costitutivi dell’esperienza.18 Maslow, aderendo alla concezione di Dewey, sostiene che l’artista nel creare dà semplicemente forma all’esperienza e questa motivazione è la profonda finalità del creare. In tal senso l’espressione è il risultato di una motivazione intrinseca: l’artista non deve far altro che ascoltare e creare, trasformando l’esperienza. L’ascolto dell’esperienza è ciò che persegue l’artista. Cosa accade nel poeta o nell’artista nel momento in cui si sente spinto a creare? Arieti parla di creatività come Sintesi magica. Ma sintesi di cosa? Il segreto della creazione estetica non consiste solo nella capacità di trasformare i propri sentimenti, ma di far combaciare più elementi, che investono anche l’aspetto più razionale del pensiero. R. M. Rilke:19 Lasciar compiersi ogni impressione e ogni germe di un sentimento dentro di sé, nel buio, nell’indicibile, nell’inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l’ora del parto d’una nuova chiarezza; questo solo si chiama vivere da artista: nel comprendere come nel creare. Ma qual è la “voce” dell’esperienza, che cosa dobbiamo ascoltare, come ci parlerà? In altre parole, di che cosa è fatta l’esperienza? Qui la psicologia ci può essere d’aiuto nell’individuare quelle dimensioni che costituiscono la griglia dell’esperienza soggettiva: la dimensione immaginativa, la dimensione del vissuto corporeo, la dimensione emozionale-empatica, la dimensione comunicativo-relazionale. L’immaginazione come pensiero euristico e artistico è punto di intersezione tra arte e conoscenza. In Immaginazione e creatività nell’età infantile, Lev Semënovič Vygotskij tratta l’immaginazione come facoltà essenziale nella vita dell’uomo: «L’attività creativa […] rende l’uomo un essere rivolto al futuro, capace di dar forma a quest’ultimo e di mutare il proprio presente».20 L’immaginazione è una facoltà essenziale del creare, del progettare, ma anche del conoscere, come sostiene Lorenzetti: «Non si può raggiungere conoscenza senza attraversare l’immaginazione, senza la capacità d’inventare, di usare la fantasia; senza esercitare il pensiero creativo: l’ideare elementi che consentono l’accesso alla conoscenza della realtà».21 L’immaginazione può essere intesa, oltre che come modalità conoscitiva (logica e/o estetica), come facoltà autopoietica, strumento di trasformazione guaritiva e/o autorealizzante.

L’ESPERIENZA ESTETICA INCARNATA CREATIVA CONSAPEVOLE: EEICC®

Arianna Glorioso, Sara Diamare

La complessità dell’esperienza estetica esige, per essere compresa, una dimensione attenta a sviscerare la complessità dei fenomeni considerati e valorizzare l’orientamento epistemologico. In particolare, le ultime ricerche in campo neurofisiologico e neurobiologico e i contributi dedicati a tale orientamento mirano ad individuare nell’estetica la presenza di processi di conoscenza che costituiscono la matrice dell’intelligenza creativa. Secondo la Teoria Triarchica dell’Intelligenza di Sternberg essa è legata all’intuizione, si realizza nella capacità di inventare, scoprire, immaginare, ipotizzare, affrontare con successo situazioni insolite per le quali le conoscenze e le abilità esistenti si mostrano inadeguate. Essa si connota diversamente dall’intelligenza logica di tipo astratto, che esamina la realtà analiticamente. L’arte, quale creazione dell’inedito, si presta a un’istantanea e provvisoria interruzione del flusso del senso per accedere ad un’intuizione che genera l’opera. Il prodotto creativo, traduzione del corpo e del gesto che lo genera, esprime l’intero mondo di conoscenza dell’artista e della sua coscienza, fino ad attivare una simulazione motoria nel cervello di chi guarda ed esperire nuovi modi di vedere ed essere nel mondo. «Il pittore ‘apporta’ il proprio corpo», dice Valéry: «È prestando il suo corpo al mondo che il pittore cambia il mondo in pittura. Un corpo operante e attuale, quello che non è un pezzo di spazio, un fascio di funzioni, ma un intreccio di visione e movimento». E dunque, le leggi dell’esperienza estetica sono le stesse che regolano le funzioni cerebrali del sistema visivo e cognitivo sia dell’artista che genera l’opera che del pubblico che la immagina. I processi cognitivi immanenti all’immaginazione dell’arte, generano l’opera, che è “materia”. È da questa intuizione che nasce l’idea di una nuova tecnica denominata Esperienza Estetica Incarnata Creativa Consapevole, che con una sigla diventa EEICC® di S. Diamare e M. Montalto.22 Il nome scelto per questo metodo nasce mutuando L’Esperienza estetica di Vezio Ruggieri23 e la Simulazione incarnata di Vittorio Gallese24, autori dei quali le autrici psicoterapeute a indirizzo psicosomatico condividono non solo la terminologia ma l’impostazione scientifica di fondo. A sostegno di un utilizzo consapevole della capacità percettiva ed estetica si pone l’obiettivo di stimolare il contatto e la comprensione di aspetti profondi della propria esistenza condividendone il senso, per risolvere in modo creativo ed adattivo eventuali problematiche o disagi psicosomatici. Vezio Ruggieri, nel suo libro L’esperienza estetica, afferma che la percezione artistica avviene attraverso una decodificazione imitativa, ossia riproducendo lo stimolo in maniera fisica. Dunque, il ruolo del corpo e della percezione che ne ha l’individuo può condizionare il contatto con l’opera d’arte sulla quale vengono proiettati i relativi vissuti. Nell’opera d’arte si manifesta, attraverso azioni motorie, l’espressione del momento esistenziale dell’artista. Ciò viene colto dal fruitore direttamente a livello corporeo attraverso variazioni di tensioni muscolari che veicolano emozioni. Tale processo di tensione-detensione corporea è prodotto da un meccanismo che Ruggieri chiama “decodificazione imitativa”. Queste tensioni corporee parlano di una singola storia individuale e sono messaggere, a un livello più arcaico, della storia dell’intera umanità. Il movimento traduce infatti, la situazione psicofisica dell’individuo poiché va nello stesso “senso simbolico” della sua dimensione psichica. Attraverso un percorso di riappropriazione corporea e di decodificazione imitativa dell’opera d’arte, utilizzando l’empatia come risorsa è dunque possibile modificare la prospettiva del mondo e di sé stesso. La somministrazione in gruppo o individuale necessita di poche ore, preferibilmente guidati da un esperto nella metodica. In particolare, tre sono le fasi di cui la tecnica si costituisce:

  • la visualizzazione guidata.  La visione estetica permette la percezione consapevole di un ampio spazio immaginario che consente di avviare una rielaborazione dei contenuti intrapsichici messi in moto dal contatto con l’opera e l’apertura verso l’altro attraverso un’attenzione non focalizzata. L’attenzione non focalizzata permette una consapevolezza diffusa, ovvero l’altro stato di coscienza che influenza costantemente la nostra percezione. Questa si basa sulla percezione dell’unità della natura, su un intimo senso di fusione e di appartenenza. Ecco che questa prima fase di visualizzazione guidata, trasforma l’informazione percepita dai sensi in sensazioni. 
  • La rielaborazione gestuale del vissuto favorisce la coscientizzazione dell’identificazione e lo sviluppo dell’empatia. Perché vi sia linguaggio, creazione e fruizione artistica, è necessaria la risonanza relazionale tra individuo, altri individui e mondo. Nella zona pre-motoria frontale è allocato il Sistema Mirror che si attiva reagendo agli stimoli acquisendone immediatamente il significato, in modo da attuare un apprendimento per diretta imitazione. Ciò produce un’azione condivisa a distanza, per la quale percezione e esecuzione si collocano in uno schema rappresentativo di coinvolgimento empatico. 
  • L’azione motoria, invece, incoraggia la crescita della creatività, delle capacità di coping e il miglioramento delle capacità relazionali. Luogo di trasformazione è il corpo che consente la connessione e la sinergia. Queste sensazioni sono la base del sentimento di esistere nella misura in cui l’attività dei diversi distretti entrano a far parte di un nuovo contesto unificante ed unificato che è alla base della struttura dell’Io. Si entra ora in contatto con l’opera d’arte attraverso un rispecchiamento modulare e si riproduce, con la postura, una scultura che avvia un processo di identificazione immaginando di collocarsi sugli stessi piani spaziali della forma selezionata. 

Questa è una modalità attiva di coinvolgimento emotivo e di empatia che consente un rispecchiamento consapevole, che è anche metafora per indicare due soggetti che entrano in un rapporto molto stretto, una gestalt unica. Si sfata il luogo comune secondo cui imitare ha la valenza del copiare automaticamente: al contrario questa azione consente di entrare in accordo corporeo ed in sintonia con il mondo dell’artista e attraverso la sua opera dialogare con il proprio inconscio. Attraverso la rappresentazione artistica diventa possibile contattare e comprendere, smorzando l’effetto emotivo immediato, gli aspetti profondi della propria realtà psicologica ed esistenziale, arrivando ad una catarsi, che sarà intesa per avviare un processo di riequilibrio psicosomatico e di sviluppo della creatività. Tale metodica rappresenta una nuova frontiera dell’apprendimento, della creatività e del riequilibrio psicosomatico, partendo dalla percezione del vissuto nell’ambito dell’arte, della neuro-estetica e della psicologia. Si sperimenta una didattica dell’arte più coinvolgente che consente il recupero della storia e della cultura attraverso la condivisione del vissuto espresso nell’opera d’arte; inoltre, permette di ampliare la capacità immaginativa per esplorare nuove potenzialità interiori ed analizzare i contenuti intrapsichici legati a connotazioni simboliche di disturbi psicosomatici. In un’ottica preventiva è stata sperimentata, in contesti di promozione della salute quali i “Salotti del Benessere”25-26 – percorsi brevi di sensibilizzazione a sani stili di vita ed all’acquisizione delle life skills ed in pubbliche piazze, nelle università e in ospedali – promotori di salute per veicolare messaggi di riappropriazione percettiva ed empowerment psicocorporeo. Perciò questa tecnica è stata utilizzata per la formazione di studenti che si avvicinano al lavoro di operatori della salute, e di aggiornamento del personale infermieristico per azioni volte al benessere e al bell-essere.

LA BELLEZZA SALVERÀ IL MONDO?

Sara Diamare
L’aforisma di Dostoevskij: la bellezza salverà il mondo  citata ne L’Idiota ci riporta al concetto di estetica: dottrina della conoscenza sensibile, del bello, del naturale e dell’artistico. Per estensione, «l’esperienza del bello» (Treccani) capace di modificare in meglio diversi aspetti rilevanti per il nostro benessere. Un modello di studio della bellezza in psicologia3 coinvolge tre angolazioni: la bellezza della natura, dell’arte e della morale, quest’ultima celebra un’elevazione che nasce osservando le virtù di un altro essere umano. L’elevazione a cui ci porta tale visione della bellezza comporta un senso di calore, apertura ed espansione tesa all’azione. Provare un sentimento di elevazione nell’osservare la bellezza in una condotta umana induce, nell’osservatore, il desiderio di avvicinarsi a quella condotta, di adottare un comportamento pro-sociale; ovvero migliorare sé stessi. Perciò è fondamentale che gli aspetti emotivi siano coinvolti per capire cosa intendesse Dostoevskij: la nostra capacità di sperimentare il senso del bello può influenzare le nostre emozioni, dunque i nostri pensieri, intenzioni e persino le nostre azioni verso l’altro. La bellezza è una delle strade che conduce ad un senso di vicinanza e universalità rispetto al prossimo.33 Incantarsi dinanzi alla bellezza di un paesaggio favorisce il decentramento dell’attenzione rispetto al sé (unselfing), la trascendenza e l’altruismo, genera emozioni positive e un senso di benessere. Apprezzare la bellezza nelle sue diverse forme è indice di benessere, sia edonico, di piacere immediato, che eudaimonico per lo sviluppo e crescita personali.34 Bellezza e del senso di universalità inducono la speranza, intesa come risorsa di resilienza, elemento protettivo rispetto all’insorgenza di ansia e depressione.35 L’esercizio alla bellezza rappresenta per tali motivi una strategia preventiva nei confronti della psicopatologia, specialmente per l’età evolutiva.

ARMONIA DELL’AMBIENTE URBANO E BENESSERE DELLA COMUNITÀ

Mario Losasso

Nel paesaggio urbano delle città storiche italiane, quartieri, strade e edifici restituiscono bellezza e armonia. Dietro ad esse ci sono degli architetti, ma «molto prima di loro, ci sono i principi, gli amministratori, gli artigiani, i costruttori, c’è il cittadino medio e tutti i portatori di quella cultura da cui nasce la bellezza diffusa».36 Secondo Renzo Piano, infatti, l’armonia dell’ambiente urbano è opera collettiva e induce altrettanta armonia nelle comunità. Tuttavia, questo rapporto di dipendenza dell’uno come specchio dell’altro, si esplicita anche all’inverso, poiché in tante periferie, alla “desertificazione” dell’ambiente corrisponde la desertificazione dei valori interiori. Interventi per nuove qualità urbane basate sull’armonia dell’arte o dell’ecosistema urbano inducono a credere nella reversibilità dei processi di degrado. Iosif Brodskij, in Fondamenta degli incurabili, ricorda che «si è ciò che si guarda», descrivendo l’immedesimazione fra osservatore-fruitore e contesto, capace di restituire il benessere a partire dalla bellezza che, come «sospensione del pericolo, è ciò che salva dalla perdita».37

POTENZIALE IMPATTO DI BELLEZZA E CULTURA PER LA FORMAZIONE IN SANITÀ PUBBLICA

Maria Triassi

L’educazione in generale e, in particolare, quella orientata alla formazione di persone che opereranno nei servizi per i sistemi pubblici, dovrebbe costruire, oltre che la professionalità, un sistema culturale in grado di tenere conto delle sfide etiche. A supporto di questo sistema è necessario costruire processi educativi che insieme al valore pratico trasmettano anche un valore estetico. Esistono molti filoni di pensiero che mettono in relazione la bellezza con la capacità di creare valore per la società. Educare al sentimento della bellezza, aiutare i soggetti in formazione ad avere coscienza e controllo delle proprie emozioni estetiche, significa allora non pretendere di indicare ciò che è bello e ciò che è brutto, ma formare quella che Daniel Goleman chiama competenza emotiva, cioè l’insieme di abilità pratiche necessarie per l’autoefficacia dell’individuo nelle transazioni sociali che suscitano emozioni, con la consapevolezza di come l’elaborazione del sentimento della bellezza sia fondamentale per l’intelligenza emotiva. Ne viene fuori l’idea di una bellezza che coincide con il “far bene per star bene”. Bellezza come “pratica”, come “cura”, come salute delle comunità e dei territori, come benessere e qualità della vita, come strumento di welfare sociale. Un approccio complesso, che richiede il concorso di diversi settori: l’arte, la cultura, il design, la scienza, l’innovazione. L’impatto di questo approccio per la formazione in Sanità Pubblica può essere importante per due ordini di motivi: praticare la formazione in un contesto non degradato, costruire percorsi formativi che tengano conto di questo aspetto, determina una migliore capacità negli operatori di comprendere a fondo l’importanza del benessere e della relazione empatica. Riconoscere nel tema della bellezza la relazione con la cura e il benessere, determinando una capacità di influenzare i processi decisionali, riguardo all’erogazione dei servizi di salute, verso un’allocazione delle risorse che tenga conto di questo aspetto in modo permanente. Riconoscere alla bellezza un potere riabilitativo significa migliorare i processi di educazione, di crescita e di cura.

LA DIMENSIONE DELLA BELLEZZA PER LA CREAZIONE DI VALORE NELLE ORGANIZZAZIONI

Lorenzo Mercurio

Nonostante un corpo crescente di prove scientifiche accumulate negli ultimi 25 anni, il pensiero del design organizzativo ha quasi completamente ignorato il ruolo della bellezza nella vita e nella performance organizzativa. Il concetto di bellezza è stato oggetto di dibattito fin dall’antichità tra e all’interno di diversi domini di ricerca, come la filosofia, l’estetica, la storia e la sociologia. Filosofi classici e contemporanei, come Platone, Aristotele, Kant, Hume, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche, Dewey, hanno contribuito significativamente al perfezionamento e alla logica del concetto di bellezza. La bellezza è un aspetto importante dei risultati organizzativi, specialmente dei prodotti e dei servizi. La bellezza è incorporata nei processi organizzativi, come la leadership e la governance, la comunicazione, il reclutamento, il controllo o la valutazione. Gli ambienti organizzativi interni ed esterni, come gli edifici, i paesaggi, la disposizione fisica degli spazi di lavoro e degli uffici, l’aspetto e le caratteristiche personali dei dipendenti incarnano elementi di bellezza. Anche l’immagine e la visione che l’organizzazione diffonde all’interno e all’esterno attraverso la sua identità, i suoi valori e i suoi comportamenti sono importanti per l’esperienza della bellezza organizzativa. Alcuni autori suppongono che «la performance organizzativa potrebbe essere migliorata dalla bellezza dei prodotti e dei servizi, e indirettamente dall’estetica dei processi di lavoro organizzativi, dalle strutture organizzative, dal benessere personale dei dipendenti e dai progettisti organizzativi con un alto grado di sensibilità estetica» (Weggeman M., Lammers I., Akkermans H.: Aesthetics from a design perspective – Journal of Organizational Change Management – 2007). L’attenzione all’estetica organizzativa — per esempio — ha senso per i dipendenti o potrebbe essere una prospettiva fruttuosa per i manager è una questione che può essere analizzata da diversi punti di vista, non di meno l’attenzione del management per aspetti meno razionali nelle organizzazioni come la passione e il sense-making per migliorare il benessere nelle organizzazioni. A questo punto si può individuare un concetto di bellezza nella progettazione organizzativa e orientarlo al miglioramento delle performance. Uno dei punti sui quali può essere opportuno lavorare è la definizione di sistemi organizzati dove la chiarezza e l’equità di obiettivi, processi, sistemi di valutazione possa rappresentare un concetto di bellezza organizzativa basilare.

CONCLUSIONI

Padre Pasquale Incoronato

Nel film Wonder, il protagonista è un bambino che nasce con una deformità al volto. Richiama l’attenzione e non viene accettato. È considerato diverso, e le persone si allontanano da lui senza neanche conoscerlo. Il preside della scuola dice a un allievo: «Non può cambiare il modo in cui si vede, ma tu puoi cambiare il modo in cui lo guardi». Questo bambino finisce per cambiare i suoi compagni, tirando fuori il meglio di loro. Ciò che c’è di vero in loro. La loro bontà nascosta, la bellezza che viene dal di dentro. Leggevo giorni fa: «Lì dove non ci sono bellezza e verità, l’individuo perde anche la libertà naturale di lasciarsi attirare dalla bellezza delle cose, dagli ideali e dalla speranza di costruire questa libertà a misura della propria storia, per quanto piccola e limitata possa essere». La “salus” come salute/salvezza è tale nella misura in cui si declina con la verità, e non con la mistificazione, la quale abbrutisce qualsiasi ricerca per la salus, e inquina tutti i rapporti e le relazioni vere. In questo tempo post-pandemico abbiamo bisogno di cercare una “salus” che sappia ridare bellezza alla ricerca di un benessere, che fonda la sua epistemologia sulla cultura dell’incontro e non della separazione. Separare e dividere porta con sé solo bruttezza. Occorre che si sviluppi la disciplina mentale di cercare le cose positive, e poggiarci sopra l’attenzione. Diventare estimatori di bellezza. L’apprezzamento vuol dire capire la bellezza. «La bellezza vi salverà» dice Dostoevskij, la verità è bellezza, la bellezza è verità.

Di che cosa avete parlato? È vero principe che una volta avete detto che la “bellezza salverà il mondo”? Signori» prese a gridare a tutti, «il principe afferma che la bellezza salverà il mondo! Ed io affermo che idee così frivole sono dovute al fatto che in questo momento egli è innamorato. Signori, il principe è innamorato, non appena è arrivato, me ne sono subito convinto. Non arrossite principe, mi impietosite. Quale bellezza salverà il mondo?»

A rivolgere queste parole al principe Miškin, protagonista del romanzo di Fëdor Dostoevskij, è il giovane tormentato Ippolito. Quello di bellezza è il nome che si dà all’inequivocabile manifestarsi del bene. Un insieme di qualità che non hanno necessariamente a che fare con la forma armonica, perfetta e intatta. Quanto piuttosto i tratti dell’irremovibilità con cui la bontà custodisce la propria perseverante giustizia. A costo di tutto. Anche di perdere la perfezione della forma. È il bello del bene. La bellezza è in un fiore, non commestibile, non aumenta in nulla la sopravvivenza, la bellezza del tramonto non aumenta la mia sopravvivenza; il fatto che io sia in grado di capire la bellezza del cielo stellato non aumenta la mia sopravvivenza. Il tempo che viviamo di frammentarietà e incertezza si ripercuote anche sul senso della bellezza, che sembra aver lasciato spazio al consumo effimero, momentaneo, di questa, come se si trattasse di un prodotto da ‘usare e gettare’, destinato a sfumare all’istante. La sfida dei nostri tempi è curare la bellezza, declinando il bene e il buono che c’è in ciascuno di noi, cercando la verità nelle piccole cose, quelle che assicurano la buona e vera “salus”.

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25 Sara Diamare: I Salotti del Benessere. ASL Napoli 1 Centro — Ariello Editori — 2015

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29 Umberto Morelli: Conflitto. Identità, interessi, culture — Meltemi —  2006; in particolare il capitolo terzo, Mancanza e conflitto

30 Silvana Borutti: Per un’ontologia dell’incompiutezza (Kant, Heidegger, Wittgenstein, Freud), in F. Affergan et al, Figure dell’umano, Le rappresentazioni dell’antropologia —  Meltemi — 2005

31 Alfonso Maurizio Iacono, Aldo Gargani: Mondi intermedi e complessità — Edizioni ETS — 2005

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34 Martínez-Martí, M. L., Avia, M. D., & Hernández-Lloreda, M. J.: Appreciation of beauty training: A web-based intervention — The Journal of Positive Psychology — 2014

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36 Renzo Piano: Il mestiere più antico del mondo – Micromega n. 2 maggio-giugno – 1996

37 Federico Ferrari: Si è ciò che si guarda. Omaggio a Brodskij — Antinomie — 2020 QRCODE: https://antinomie.it/index.php/2020/01/21/si-e-cio-che-si-guarda-be-almeno-in-parte-omaggio-a-iosif-brodskij/

AUTORI

Maddalena Illario
Dipartimento Sanità Pubblica, Università degli Studi di Napoli Federico II

U.O.S. Ricerca e Sviluppo – Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II

Vincenzo De Luca
Dipartimento Sanità Pubblica, Università degli Studi di Napoli Federico II

Sara Diamare
U.O.C. Qualità e Umanizzazione ASL Napoli 1 Centro

Donatella Tramontano
Dipartimento di Medicina Molecolare e Biotecnologie Mediche, Università degli Studi di Napoli Federico II

Giuseppe AuriemmaU.O.S.M. 31, ASL Napoli 1 Centro

Arianna Glorioso
U.O.C. Qualità e Umanizzazione ASL Napoli 1 Centro

Emilia D’Anna
U.O.C. Qualità e Umanizzazione ASL Napoli 1 Centro

Giovanni Tramontano
U.O.S. Ricerca e Sviluppo – Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II

Guido Iaccarino
Dipartimento di Scienze biomediche avanzate, Università degli Studi di Napoli Federico II

Annamaria Colao
Dipartimento di Medicina clinica e Chirurgia, Università degli Studi di Napoli Federico II

Mario Losasso
Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Napoli Federico II

Gabriella Fabbrocini
Dipartimento di Medicina clinica e Chirurgia, Università degli Studi di Napoli Federico II

Pasquale Incoronato
Parroco presso S. Maria del Pilar – Ercolano (NA)

Maria TriassiDipartimento Sanità Pubblica, Università degli Studi di Napoli Federico II

Lorenzo Mercurio
Dipartimento Sanità Pubblica, Università degli Studi di Napoli Federico II

per citare questo articolo

Pro.M.I.S.:

Il concetto di bellezza in equilibrio fra cultura e salute,

n. 25 - Bellezze,

maggio-agosto 2022

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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Per chi progetta cose, dall’architetto che progetta case a chi, come me, progetta la comunicazione, il concetto di bellezza è indissolubilmente legato a quello di funzione d’uso: se una cosa funziona e raggiunge l’obiettivo per cui è stata pensata, allora è bella.

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Ho capito che avevo scelto la persona perfetta per parlare di Bellezza come ideale estetico, quando Mauro Situra, dopo pochi secondi dal nostro incontro, mi ha detto «Le etichette le mettiamo sulle bottiglie di vino, quando parliamo di bellezza parliamo di libertà, di interpretazione, di amore e di personalità».