Bellezza e femminilità sono due concetti che viaggiano a braccetto sin dall’alba dei tempi, in un rapporto complicato e a volte contraddittorio che trova la propria essenza in quel ricco corteo di luoghi comuni comprendenti idee illuminanti quali:
— L’Uomo Vero/Maschio è un villico puzzolente e così deve essere.
— La Vera Donna/Femmina deve essere sempre liscia e profumata, di peli può avere solo i capelli.
E altre amenità che per praticità non menzioneremo. Per quanto oggi, in un’epoca femminista come la nostra (e menomale!), frasi come quelle sopracitate possano sembrarci anacronistiche, resta comunque verità universalmente riconosciuta quanto sia difficile far evolvere alcune idee ormai consolidate nella mente delle persone e applicate da millenni alla società. Dicevamo, la bellezza: il culto che ne abbiamo oggi rasenta la religione. La parola d’ordine è perfezione, ogni difetto è bandito. Per ogni viso, coscia o seno ci sono canoni e forme impeccabili, da riprodurre in serie, in una sorta di versione alternativa de La fabbrica delle mogli di Ira Levin in cui la perfezione diventa una chimera da inseguire per il prestigio sociale che da essa deriva. Parlo al femminile non a caso poiché è indubbio che siamo proprio noi donne ad avere da sempre il rapporto più complicato con Sua Maestà la Bellezza: in un valzer di disperazione e body positivity, di diete e auto convincimenti vari, lei è lì che ci scruta sprezzante dallo specchio, da quando proviamo il primo paio di scarpe con il tacco a quando, in piena rivoluzione ormonale, ci tormentiamo per la marea di brufoli che proliferano sul nostro viso. Ma se è pur vero che «chi bella vuole apparire un poco deve soffrire», risulta quanto meno mendace pensare alla bellezza solo come sofferenza e sacrificio. Il discorso è decisamente più complesso e sfaccettato ma, per quanto mi riguarda, potrei sintetizzarlo così: la bellezza è potere e ce lo dimostrano i più grandi specchi della società di tutti i tempi… i libri.
Quando ero bambina (e forse un po’ anche ora) mi entusiasmavo molto quando, leggendo un libro, trovavo un personaggio che portava il mio nome; un gioco che adoravo fare era cercare un filo che unisse me e la mia omonima di carta: potete immaginare le risate con le Elena shakespeariane de Il sogno di una notte di mezza estate e Tutto è bene quel che finisce bene, primi fulgidi esempi di friendzone al femminile nelle quali, invero, mi rispecchiavo tanto. Il primo incontro con il mio nome dentro un libro, però, è stato quello con una figura ingombrante. Niente meno che la più bella del mondo: Elena di Sparta. Immaginate la mia felicità alla notizia: in quegli anni in cui la società non faceva altro che ripetermi quanto fosse fondamentale per una donna essere bella e attraente, io scoprivo di condividere il nome addirittura con La più bella. Ne ero molto fiera, lo ammetto, almeno finché, a circa diciassette anni, non mi presentai a un ragazzo che mi piaceva e lui mi salutò con un radioso: «Ah! Porti il nome di una santa e di una puttana!». Sorvolando per un attimo sulla santa (Sant’Elena imperatrice, onomastico il 18 agosto), il sospetto che Elena di Troia non fosse molto amata dai lettori maschi mi aveva già sfiorato quando i miei compagni delle medie, sostituendo la preposizione semplice con l’articolo determinativo, mi fissavano sghignazzanti ma, devo dire, la vera e propria rivelazione l’ho avuta presentandomi a quel ragazzo: quella frase racchiudeva in sé il concetto di dicotomia insito nell’idea stessa della bellezza come potere. Nel suo ottimo saggio Il mostruoso femminile, Jude Ellison Sady Doyle scrive che gli uomini hanno sempre creduto che le donne potessero distruggere le città facendo sesso o, parafrasando, che gli uomini avessero una paura folle dell’attrazione generata dalla bellezza femminile, un dono oscuro e potente come quello di Elena, capace di distruggere Troia scegliendo semplicemente di andare a letto con Paride anziché con Menelao. Ma c’è un’altra faccia della medaglia, una santa per ogni puttana: per ogni Elena ci sono una Beatrice che tanto gentile e tanto onesta pare capace di fare da guida in Paradiso o ancora una Laura, splendente, pura e perfetta come la natura stessa. Forse il problema delle donne generate dalla penna degli uomini sta proprio in questo: nella femminilità ridotta a una percezione maschile che parte dalla presenza o meno della bellezza e che analizza le conseguenze che derivano dalla scelta di sfruttare o meno questo dono. Anna Karenina, Emma Bovary ed Effi Briest, per citarne alcune, hanno in comune tre caratteristiche fondamentali: sono belle, sono infelici, sono state create da uomini. L’adulterio, che nei romanzi ottocenteschi è spesso conseguenza di quella bellezza inespressa, avvizzita nella monotonia e nella poca considerazione, porta nascosto dentro un presagio: quando una donna prova a sfuggire alla sua condizione sfruttando la propria avvenenza, finirà male. Che poi la seduzione contenga un nucleo di repulsione, da cui gli uomini farebbero meglio a guardarsi bene, ce lo ricordano tutta una serie di memorabili ritratti di donna-mostro che riempiono le pagine (maschili) della letteratura mondiale: da Matilda, affascinante personificazione demoniaca e causa di perdizione del monaco Ambrosio ne Il monaco di Lewis a Carmilla, la vampira protagonista dell’omonimo racconto di Le Fanu, fino ad arrivare alle veneri putride cantate da Baudelaire e Rimbaud. Come non citare, poi, sempre nell’ambito vampiresco, la memorabile Lucy Westenra in Dracula di Bram Stoker? Una volta morsa da Dracula, simbolo stesso della lussuria, Lucy smette i panni della nobile signorina per bene, prossima alle nozze e diventa una creatura della notte che si aggira per la città alla ricerca di bambini a cui succhiare il sangue… e ciò non sembra dispiacerle: girls just want to have fun, insomma! Create per ammonire il lettore a guardarsi bene dalle promesse di piacere della bellezza, ormai non più indice di qualità morali e spirituali come in passato, è interessante notare come le dark ladies finiscano per affascinare e catalizzare l’attenzione del lettore più che spaventarlo. Oltre queste figure di donne bellissime e fatali, sante o mostruose, comunque anormali, fanno capolino quelle donne create da donne, che in letteratura hanno contribuito a ridisegnare la figura femminile: mentre per un uomo sembrava difficile pensare a una donna normale che si concepisse come né angelo né diavolo, le varie Jane Eyre, Jo March, Scarlett/Rossella O’ Hara, Elizabeth Bennet fornivano visioni di un femminile decisamente diverso in cui la bellezza, anche se c’è, viene messa in secondo piano da un insieme consistente di altre qualità fondamentali, carattere e spirito in primis. Anche Scarlett, che può apparire dissonante nell’elenco citato, in realtà, seppur descritta come bellissima e per questo altezzosa, nel corso di Via col vento evolve decisamente in una figura più complessa fatta di forza, resilienza e speranza. Con il passare dei secoli le immagini delle donne tra le pagine si trasforma e, insieme a loro, muta il concetto stesso di bellezza: cresce la voglia di emanciparsi dall’idea di un bello conforme a un particolare canone, sia esso quello della femme fatale peccaminosa e tentatrice o quello della ragazza dolce, metà amante metà madre per il protagonista di turno. Le donne vogliono cambiare e vogliono portare con loro la bellezza per esprimere al massimo il proprio potere, libero dai condizionamenti degli sguardi e dei giudizi maschili. Proprio perché la bellezza è in realtà multiforme e fluida, le autrici vogliono volare via da ogni definizione. Vogliono le ali, in pratica. Come quelle che Angela Carter nel 1984 appunterà magistralmente alla schiena della sua Fevvers, la donna alata protagonista di Notti al circo: una Venere cockney alta quasi due metri, dalla voce “dagli echi metallici” e “il viso grande quanto un piatto da portata”. Esagerata sotto ogni punto di vista, la trapezista volante è La donna nuova, pronta a distruggere i canoni, pronta a spiccare il volo e a divertirsi un mondo lasciando tutti a bocca aperta, completamente conquistati da quella sua nuova e bizzarra bellezza.

BIBLIOGRAFIA
Ira Levin: La donna perfetta — Beat Edizioni— 2018
Omero: Iliade — Einaudi — 2014
Jude Allison Sadly Doyle: Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne — Tlon — 2021
Dante Alighieri: Rime. Giovanili e della vita nova — Rizzoli — 2009
Francesco Petrarca: Canzoniere — Mondadori — 2004
Lev Tolstoj: Anna Karenina — Einaudi — 2017
Gustave Flaubert: Madame Bovary — Mondadori — 2016
Theodore Fontane: Effi Briest — Garzanti — 2014
Matthew Gregory Lewis: Il Monaco — Mondadori — 2014
Joseph Sheridan Le Fanu: Carmilla. La vampira e il detective dell’occulto — Feltrinelli — 2016
Charles Baudelaire: I fiori del male — Mondadori — 2016
Arthur Rimbaud: Opere — Feltrinelli — 2010
Bram Stoker: Dracula — Mondadori — 2016
Angela Carter: Notti al circo — Fazi editore — 2017