Abbiamo scomodato Le Mille e una notte come incipit per affrontare il tema proposto da Orione in quanto è di tale vastità che quasi annichilisce. Poi torneremo sulle ragioni di questa scelta. Risulta estremamente complesso provare a trovare dei confini al concetto di bellezza, che di per sé sembra avere un valore assoluto, più del brutto in cui si possono individuare tutta una serie di possibili sfaccettature. Per cercare di trovare un filo possibile del discorso vorremmo proporre due diverse linee prospettiche. La prima riguarda la bellezza come incantamento, meraviglia di fronte a un gesto, alla natura, all’arte nelle sue varie forme… Incantamento in quanto perdita dei confini tra sé e ciò che ci implica nell’incontro con essa. L’altra riguarda invece l’ossessione della bellezza che racchiudiamo nella famosa frase della matrigna di Biancaneve: «Specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?». Come acutamente evidenzia Linciardi,1 Grimilde passa il tempo ad ammirarsi allo specchio e a chiedersi non se è bella, ma se è “la più bella”. Una bellezza che, lungi dal darle piacere, rompe ogni relazione con l’altro, e, di fatto col riconoscimento di sé.
Ritrovare la nostra immagine nel riflesso dello specchio, avere una percezione realistica e non idealizzata di come siamo, compresi imperfezioni, limiti e difetti è indubbiamente rassicurante. André Green parla in questo caso di un “Narcisismo di vita”, in quanto esso costituisce il cemento stesso che mantiene l’unità costitutiva dell’io.
Per contro, nella contemporaneità vi è una preoccupante deriva caratterizzata dal prevalere di una cultura dell’indifferenza, dell’apparenza, dalla pervasività di un diffuso narcisismo mortifero, opposto all’altro, che rendono problematiche e poco autentiche non solo le relazioni sociali, ma anche l’incontro col proprio esserci. Jean Clair, storico dell’arte, mette in evidenza come anche nell’ambito dell’estetica uno dei temi principali che hanno caratterizzato la nostra epoca è quello che egli racchiude nella formula: «Narciso si trasforma in Medusa».2
Medusa, in origine (VIII secolo) fu rappresentata come una donna orripilante, successivamente si trasformò in una creatura seducente, ma sempre con serpi al posto dei capelli, come mostra un quadro di Caravaggio. La sua figura, attraente e repellente, attirava lo sguardo, paralizzava, pietrificava.

Medusa rimanda alla dolorosa evidenza del mondo di oggi, ne è un emblema, in quanto rivela l’altra faccia dell’era delle immagini, ci conduce dietro l’apparenza, dove il mondo diventa immondo, stabilendo così uno stretto legame tra bellezza e orrido. Narciso, nel perdersi in Medusa, afferma Clair, finisce per svuotare di senso la propria immagine, imprigionandola in un terrifico ed estraniante vuoto. È, in definitiva, quello che sempre André Green ha descritto come narcisismo di morte.3 In esso il soggetto prova vissuti di incompiutezza, di inadeguatezza che lo portano a inseguire il fantasma di un oggetto onnipotente, idealizzato e sfuggente senza mai trovare una pacificazione. Questo discorso, che costituisce un aspetto molto pervasivo dell’attualità, assume una possibile esemplificazione nel ricorso sempre più diffuso alla chirurgia estetica, che si sta diffondendo anche tra i giovani di età inferiore ai 25 anni. Come Grimilde, però, il più delle volte non si raggiunge mai un reale appagamento per cui diventa necessario controllarsi continuamente per scoprire nuovi difetti, altri inestetismi, reali o presunti, su cui intervenire. E ancora, ancora, senza mai fine! Di fatto si è finiti pietrificati nello specchio di Medusa, espropriati della possibilità di riconoscere sé stessi. L’immobilità dei visi, resi inespressivi, congelati, esito di ripetuti interventi di chirurgia plastica, di continue iniezioni di botox, secondo lo psicanalista Sarantis Thanopulos,più che un tentativo di cancellare le rughe, nasconde la paura di vivere, dell’ineluttabilità del trascorrere del tempo: «La terribile malattia che infesta il nostro tempo». Il quadro di Georges de la Tour (del 1638 circa) con la Maddalena penitente che nello specchio vede un teschio, la morte, racchiude efficacemente il senso di questo perdersi. Esiste, però, anche una valenza positiva implicita nella dimensione della bellezza, come abbiamo precedentemente accennato: è quella della meraviglia, dell’incanto, dell’identificazione/fusione ad esempio con il paesaggio, con l’oggetto estetico, con l’altro… Theodor Lipps,4 nel 1906, propose una prima teoria scientifica dell’Einfuhlung,5 letteralmente “immedesimazione, sentire dentro” nel rapporto con la natura, proposto inizialmente da autori romantici tedeschi del XIX secolo, quali Herder e Novalis. Tale concetto, che sarà poi trasposto in quello di empatia, fu definito da Lipps come la percezione delle proprie forze vitali in oggetti sensibili quali, ad esempio, quelli che le varie forme d’arte esprimono. Secondo alcune linee di tendenza della psicoanalisi la fruizione artistica, dando ad essa un’accezione estensiva come incontro con la bellezza in qualunque forma essa si manifesta, comporta la messa in risonanza di parti arcaiche relative alle prime relazioni oggettuali (madre-bambino), addirittura alla vita prenatale comunque presenti nella nostra psiche anche se in forma non simbolizzata. Il rapporto dell’uomo con la bellezza non è la semplice registrazione di un qualcosa di esterno, ma una complessa costruzione attiva di significati in un intreccio inestricabile di emozioni, di parti arcaiche dell’inconscio, di diversi tipi di memoria,6 nonché di aspetti legati alla cultura che elicita al tempo stesso godimento e conoscenza, ma a volte, anche disagio. Il 12 agosto 1867 Fёdor Dostoevskij, accompagnato dalla moglie Anna di fronte al Cristo morto di Hans Holbein il Giovane, (1522) restò completamente avvinto da quell’opera. Descrisse successivamente l’emozione che quella visione gli aveva procurato, quel suo annichilimento attraverso due personaggi del suo romanzo L’idiota, il principe Myškin, il protagonista e Ippolit. La psichiatra e psicoanalista Graziella Magherini, nel 1977, studiando un campione di 106 turisti stranieri in visita a Firenze colti da un improvviso malessere psichico costituito da una sorta di transitoria estasi contemplativa al cospetto di opere d’arte e capolavori di enorme bellezza, descrisse una sindrome specifica chiamandola Sindrome di Stendhal.7
Numerosi sono stati i tentativi, in vari ambiti e nel corso dei secoli, di capire la funzione, il significato che gioca il rapporto dell’uomo con la bellezza oltre a quello estatico. Platone, ad esempio, nel Convivio parla della possibilità di raggiungere il bene e la verità attraverso il bello. Delle innumerevoli interpretazioni date a questa questione vorremmo qui evidenziarne due. La prima è quella che Stendhal racchiude in una frase lapidaria: «La bellezza è una promessa di felicità», l’altra la mutuiamo da Emanuele Severino8 nel suo commento all’Infinito di Leopardi. Egli pensa alla bellezza come possibilità di “vedere dal di fuori le regole della vita… la bellezza diventa la potenza con cui si guarda l’impotenza delle cose…(ma) lo stesso riconoscere l’irreparabile vanità di ogni bello e di ogni grande… è una bellezza e una grandezza che viene dall’anima”. È proprio questa bellezza dell’andare oltre l’ovvietà del quotidiano che se non salva ha qualcosa di consolatorio.
…così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.
L’incontro con la bellezza, dunque, può momentaneamente esorcizzare il senso di impotenza di fronte alla caducità del mondo, all’angoscia della morte. Tema questo vastissimo a cui possiamo solo far cenno senza ricorrere ad argomentazioni teoriche, ma citando la fine del racconto: «Les Muets» di Camus (1957) e una breve sequenza tratta dal film, Oci Ciornie, (1987) diretto da Nikita Sergeevic Michalkov, ispirato ad alcuni racconti di Anton Cechov.
Il protagonista del libro di Camus, l’operaio Yvars, di fronte alla bellezza del panorama che si poteva ammirare dalla sua terrazza sul porto di Algeri «…rimase immobile, di fronte al mare su cui calava già il crepuscolo da un capo all’altro dell’orizzonte… avrebbe voluto essere giovane, e che Fernanda lo fosse ancora, sarebbero partiti, per un altrove di là dal mare». Di là dal mare, anche se il tempo era ormai passato, c’era qualcosa che andava oltre la nebulosa anche crudele del quotidiano. Una “promessa di felicità” in quella bellezza che lo pervadeva e che, in qualche modo e per un breve istante, riusciva a lenire il dolore del presente e la nostalgia per ciò che non sarebbe più potuto appartenere alla loro possibilità di esistenza.
Nel film Oci Ciornie c’è una scena che rappresenta nelle brevi sequenze di un bellissimo gesto questa stessa “promessa di felicità”. Marcello Mastroianni, dopo un litigio con la moglie con cui ha un rapporto oramai devitalizzato si reca alle terme dove incontra una bellissima donna russa dagli occhi neri (Oci Ciornie) e con cui avrà una intensa notte d’amore che lo farà sentire più giovane e attraente. Un vento improvviso solleva il cappello di Oci Ciornie e lo fa volare al centro dei fanghi neri, tra ninfee e fiori gialli. Marcello Mastroianni, vestito di bianco, panciotto compreso, si alza in un inchino misurato e, dietro un sorriso appena accennato, entra nella vasca, raccoglie il cappello, un fiore, torna indietro e, con lo stesso morbido inchino, porge alla giovane donna cappello, fiore e braccio. In quell’elegante gesto viene rappresentato tutta la forza e l’intensità della promessa di felicità racchiusa nell’incontro del protagonista con la bellezza di Oci Ciornie.
Concludiamo queste note tornando a Shahrazàd. Anche Shahrazàd ogni notte riesce a sopravvivere, a vincere la morte, ad affermare il proprio essere viva rispetto all’angoscia dell’inesistenza attraverso la bellezza della nuova storia che racconterà.
«…rispose Shahrazàd: – Questo è poco rispetto a quello che vi racconterò la notte prossima, se sarò in vita e se il re mi ci farà restare. Ora, il re si disse in cuor suo: «Giuro che non la ucciderò finché non avrò ascoltato il resto del suo racconto». (dalle Mille e una notte)
NOTE
1 Vittorio Lingiardi: Arcipelago N. Variazioni sul narcisismo — Einaudi — 2021
2 Jean Clair: Medusa — Abscondita — 2013
3 Andreé Green: Narcisismo di vita, narcisismo di morte — Raffaello Cortina — 2018
4 Theodor Lipps (Wallhalben 1851 – Monaco di Baviera 1914), filosofo e psicologo, è uno dei padri fondatori della psicologia moderna. A lui si deve la più articolata riflessione del Novecento sul concetto di empatia in un saggio intitolato Empatia e godimento estetico.
5 Il termine è stato coniato da Robert Vischer nel 1873.
6 Nelle attuali ricerche delle neuroscienze è stato ipotizzato, infatti, che nell’apprezzamento estetico possano essere coinvolti i cosiddetti neuroni specchio, la memoria implicita, che contiene esperienze non passibili di ricordo cosciente, né verbalizzabili oltre ai contributi della memoria esplicita o dichiarativa, legata invece ad una dimensione simbolica.
7 Fu proprio Marie-Henri Beyle, in arte Stendhal, che nel 1817 raccontò nel suo libro Roma, Napoli e Firenze la prima manifestazione di questo disagio da lui provato durante la sua visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze. Non a caso, questa sindrome è anche nota con il nome di Sindrome di Firenze.
8 Emanuele Severino: Del Bello — Mimesis — 2011