Ha una formula semplice ma efficace: studenti e docenti si confrontano sule sfide del nostro tempo e delle nostre comunità per progettare insieme nuove visioni del futuro. Affrontiamo temi come il federalismo fiscale, il governo aperto, la memoria storica partendo dalle notizie di cronaca e dai temi delle giornate dedicate ai fatti storici e alla sensibilizzazione nei confronti di un argomento di interesse internazionale. Con la dottoressa Simona Libera Scocozza, giurista e assegnista di ricerca, facciamo coaching: guidiamo gli studenti nell’individuazione dei/delle docenti e degli/delle esperti/e con cui dialogare e studiare gli argomenti. Due docenti, uno/a per area, in modo da avere le prospettive degli studi politici e politologici e di quelli comunicativi e mediologici. Tra di loro e con noi gli/le studenti focalizzano i temi di discussione, indagano fonti che non sono solo i testi d’esame. Poi, a loro volta, gli/le studenti dei corsi di laurea magistrale fanno mentoring alle matricole dei corsi triennali. E così, al tempo dell’isolamento per la pandemia, con #FuturoInCorso promuoviamo un confronto interdisciplinare, intercorso e intergenerazionale, tra studenti e docenti per riflettere insieme su concetti giuridici, fenomeni sociali, linguaggi mediali e lingua italiana. Abbiamo una chat e un canale Teams molto attivo anche perché la condivisione delle idee non ha orari 😉 Insieme abbiamo deciso il tema che è diventato l’oggetto di studio di un laboratorio che attraversa i semestri. Il tema di quest’anno è l’identità di genere.
IL LABORATORIO DEGENERI
Con le associazioni ALF – ASP – FormaMentis – Link e gli/le studenti semplicemente interessati al tema, dal 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, periodicamente discutiamo di questioni che riguardano il diritto all’identità di genere, dando vita al laboratorio che abbiamo denominato DeGeneri.
Nel Laboratorio DeGeneri si discute di tante questioni che riguardano il genere: il diritto all’identità di genere, le nuove violenze al tempo dei social, le pubblicità e il marketing diretti a persone non binarie. Partiamo da casi mediatici per analizzare linguaggi mediali, norme, giurisprudenza e carte costituzionali per la libertà di rappresentare se stessi ed essere rappresentati correttamente.
Studi, leggi, sentenze, notizie, pubblicità, discussioni sui social sono stati passati in rassegna per progettare l’iniziativa realizzata per la giornata internazionale sui diritti umani, lo scorso 10 dicembre, e per produrre il video sui termini che denominano le nuove forme di violenza al tempo dei social.
CASE STUDY
Ho guidato le riflessioni segnalando due notizie, una internazionale e una nazionale, sulla libertà di scegliere la propria identità di genere e sulla violenza denominata “body shaming”. Fatti mediatici che riguardano fenomeni sociali diffusi a livello globale e locale: la notizia sulla volontà dell’attore Elliot Page di voler essere chiamato “Elliot” e la notizia di una stilista trans offesa all’aeroporto di Catania. Due casi mediatici che ci hanno indotto a fare riflessioni sull’uso della lingua, sul diritto all’identità di genere e sulle rappresentazioni mediatiche. Preliminare è stata proprio la riflessione linguistica sulla lingua inclusiva e sul linguaggio gender-neutral, cioè che non si riferisce specificamente a un sesso o a un genere e che serve a evitare le cosiddette “discriminazioni linguistiche”. Abbiamo anche discusso sull’uso dei termini angloamericani per denominare le nuove forme di violenza: revenge porn, victim blaming, slut shaming, doxing, body shaming, e stalking, anglicismo ormai lessicalizzato anche nella norma. Tanti termini angloamericani per colmare i vuoti terminologici della nostra cultura e che tendono a non avere equivalenti in lingua italiana — anche perché per i media è più facile prenderli in prestito. La notizia della stilista trans offesa èun caso di body shaming esplicito: dileggio pubblico di una persona che, attraverso il suo stesso corpo, rivendica di rappresentarsi ed essere riconosciuta nel genere al quale sente di appartenere. La notizia dell’attore che rivendica di essere chiamato con il nome scelto per sentirsi chi vuole essere è un caso di body shaming occulto. I media attraverso un’arma potente, l’uso della lingua, mostrano la loro indifferenza verso il protagonista della notizia. Notizia che è proprio relativa alla deissi sociale e all’uso degli allocutivi per rispettare l’identità di genere scelta.
I media italiani sono incorsi nel deadnaming,altro prestito integrale angloamericano che indica la pratica ritenuta offensiva da gran parte della comunità transgender di usare il nome di nascita di una persona transgender (cioè un nome che è «morto») senza il consenso del soggetto che intenzionalmente l’ha cambiato.
COME HANNO NOTIZIATO QUESTI FATTI I GIORNALI ITALIANI?
Repubblica il 27 novembre così titola la notizia della stilista Cori Amenta: «Catania, insulti in aeroporto a uno stilista trans».Per poi modificare in seguito alle proteste dei lettori: «Catania, insulti in aeroporto a una stilista trans». La notizia del cambio di nome dell’attore Elliot Page, invece, suscita un ampio dibattito nelle redazioni dei quotidiani generalisti Corriere della Sera e Repubblica. Tanto che è proprio la questione linguistica a diventare notizia. In entrambe le redazioni si discute sui pronomi e gli articoli da utilizzare per rivolgerci a lui, Elliot, ma anche per riferirsi alle persone che non si riconoscono binarie e vogliono essere libere di scegliere, di essere e di essere riconosciute per come vogliono rappresentarsi ed essere rappresentate. Così il Corriere il 2 dicembre: «Il titolo giusto sul coming out di Elliot Page e la polemica sul deadname».La stessa giornalista che firma l’articolo richiama un suo precedente articolo su un’altra vicenda di cronaca, questa volta ancora più vicina a noi perché accaduta a Giugliano in Campania. Anche in questa occasione l’uso della lingua ha fatto notizia: «Maria Paola, Ciro e la «relazione lgbt»: una precisazione sul linguaggio del caso Caivano. Le polemiche sui termini usati per raccontare la storia di Maria Paola Gagliano e di Ciro Migliore, il suo compagno, che è un ragazzo transgender».
Anche Repubblica il 2 dicembre notizia la discussione linguistica con il titolo: «Elliot Page, le parole per dirlo: ecco cosa abbiamo imparato finora». I giornalisti si chiedono se bisogna chiamare l’attore che ha scelto una nuova identità di genere al maschile come vuole o al femminile come alla nascita. Si interrogano su quali pronomi e articoli è corretto usare e perché. È proprio il protagonista e la stessa notizia a rispondere a questi quesiti, ma la risposta vale per la lingua angloamericana. Elliot Page suggerisce di usare il pronome “They” con valenza di pronome singolare invece di plurale che per gli attivisti delle comunità LGBTQ+ rimanda a un referente non-binario per riferirsi a una persona transgender. Per questo nuovo uso il pronome “They” è stato scelto come parola dell’anno 2019 dal dizionario statunitense Merriam-Webster.
UNA QUESTIONE LINGUISTICA
Questa è una discussione linguistica che qui in Italia deve uscire fuori dai media specializzati e dalle comunità LGBTQ+ perché le identità non binarie sono una realtà da rappresentare comunicando in modo rispettoso e non discriminante. Ed è una questione linguistica da affrontare anche per la lingua italiana. Dunque, è bene riflettere nelle aule universitarie su come usare correttamente l’italiano per rispettare l’identità di genere, su come riconoscere e contrastare forme di dileggio pubblico e di indifferenza mediatica, entrambe espressioni della assenza di rispetto verso chi vuole essere riconosciuto per chi è. Il nostro nome comunica la nostra identità. Mi chiamo Daniela.
SITOGRAFIA
Elena Tebano: Il titolo giusto sul coming out di Elliot Page e la polemica sul «deadname» — Corriere della sera — 2 dicembre 2020
Pasquale Quaranta: Elliot Page, le parole per dirlo: ecco cosa abbiamo imparato finora — la Repubblica — 2 dicembre 2020
Giulio Cavalli: Il linguaggio di certi giornali sul caso di Caivano rivela l’arretratezza italiana sull’omotransfobia — TPI — 14 settembre 2020
Il Post: “They” è la parola dell’anno per il vocabolario Merriam-Webster — 11 dicembre 2019
TRA I LIBRI DI DANIELA VELLUTINO
L’italiano Istituzionale Per La Comunicazione Pubblica — il Mulino — 2018