Davanti a questo gesto i capi dei partiti di governo hanno avuto reazioni molto forti, nonché la gran parte dei quotidiani italiani e anche stranieri, tanto che Renzi è stato persino definito demolition man dal Financial Times. Nonostante sia consapevole della gravità della situazione politica vorrei qui spostare la vostra attenzione e mettere il faro sulle due ministre mute in quella scena. Personalmente le avevo sempre seguite con attenzione e interesse perché si erano distinte per i notevoli provvedimenti che hanno contribuito a far approvare. La ministra Bonetti, ad esempio, per il piano per la famiglia, il cosiddetto Family act — che ha migliorato in senso rivoluzionario le politiche dello stato verso la famiglia — e Teresa Bellanova, che ha lottato per far approvare la legge contro il caporalato che è stata la missione di tutta la sua vita da ex bracciante agricola di Ceglie Messapica. Tutti ricordiamo la sua commozione nell’annunciare l’approvazione della legge a compimento forse anche del suo progetto di vita di donna sposata, non a caso, con un magrebino conosciuto in Marocco durante una missione sindacale della CGIL. Due ministre eccellenti dunque, due grandi donne! Ma…. Il loro silenzio mi ha spiazzata. Non riuscivo a capacitarmi. Così ho riflettuto e il pensare mi ha fatto vedere di più. E, in un certo senso, mi ha ri/velato altro di loro. Avevo letto infatti una lettera aperta a loro indirizzata da parte della filosofa Luisa Muraro, pubblicata su una rivista politica femminile e girata sul web nonché ripresa da numerosi quotidiani nazionali. In sintesi la filosofa chiedeva alle due ministre: «Non prestatevi alle dubbie manovre di Matteo Renzi… Non lasciate che sia lui a parlare e decidere per voi… Perché non siete Ministre a disposizione di Renzi, ma del Governo… Vi chiediamo dunque una prova della vostra indipendenza politica: mirate alla libertà femminile e al bene comune». Dunque mi aspettavo almeno un segnale di questa libertà femminile invece con disagio abbiamo seguito la scena: si sono presentate e sono state in silenzio per tre lunghi quarti d’ora. Personalmente ho sofferto per loro! Due donne così grandi, due ministre del Governo mortificate, ridotte pubblicamente a figure ancellari del Patriarca. Ora mi chiedo: che avrebbero dovuto/potuto fare? Mi viene incontro Virginia Woolf. Sì, la grande scrittrice inglese può aiutarci ad affrontare questo nodo. Nel suo saggio Le tre ghinee (Three Guineas) che fu pubblicato nel giugno 1938, quando in Europa si annunciava una nuova, grande guerra, l’autrice risponde a un’associazione pacifista maschile che aveva chiesto a lei, già molto famosa, un contributo per finanziare iniziative che scongiurassero le minacce di guerra. Questa la risposta singolare di Virginia: «Possedendo tre ghinee decido di ripartirle in tre opere di beneficenza che potrebbero ottenere il risultato di prevenire la guerra:
— la prima ghinea andrà a un college femminile povero di mezzi, a condizione che vi si insegnino «la medicina, la matematica, la musica, la pittura, la letteratura. È l’arte dei rapporti umani; l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri, insieme alle arti minori che le completano: l’arte di conversare, di vestire, di cucinare». Sono le arti che favoriscono la pace.
— La seconda ghinea andrà a un’associazione che favorisce l‘ingresso delle donne alle libere professioni, purché non siano professioni gestite o influenzate direttamente da uomini. Se le professioni potessero essere esercitate dalle donne, esse ne sarebbero trasformate grazie al loro particolare, diverso, modo di essere, e di qui potrebbe venire un aiuto importante a scongiurare la guerra.
— La terza ghinea… sarebbe opportuno che andasse a un‘associazione femminile pacifista: la si potrebbe chiamare la «Società delle Estranee». Sarà formata da «figlie, sorelle di uomini colti» e dovrà essere molto diversa dalle analoghe associazioni: «non avrà alcuna sede, alcun comitato, alcuna segreteria; non convocherà riunioni, non organizzerà convegni». Non vi si terranno cerimonie e non si presteranno giuramenti, e il primo dovere delle aderenti sarà quello di non combattere mai con le armi e di rifiutarsi, in caso di guerra, di fabbricare armi e di prestarsi a fare le infermiere, come accadde nella guerra precedente.
Ecco la decisione finale di Virginia: sottrarsi di fatto alla richiesta che le viene fatta, «non
starci, non colmare le altrui mancanze». Ecco allora la scelta che avrebbero potuto/dovuto fare le due ministre: NON PRESENTARSI! A volte, infatti, soprattutto per una donna, l’esserci, nel luogo dove si è aspettate, funziona come detrazione dell’Essere. Se ci sono, lì dove vado, sono meno. E il fatto che io non ci sia, lì dove dovrei essere, modifica qualcosa in me che mi sottraggo e modifica anche il contesto in cui sono aspettata e non mi presento. Non farsi trovare lì dove si è aspettate crea uno spostamento del piano simbolico sia per chi non si presenta sia per chi aspetta. Si crea cioè uno spostamento di senso o un ribaltamento di senso anche nel contesto dove si è aspettate e a cui ci siamo sottratte. Perché la mancanza di me crea vuoto anche nel discorso, nel contesto simbolico dove sono inserita e a cui mi sottraggo. La questione di fondo è che la donna tende “naturalmente” ad essere lì dove è aspettata. E lei è aspettata li dove vi è richiesta (pretesa?). L’esserci di una donna allora non è sempre (quasi mai?) un atto di libertà, cioè un essere lì a partire dal suo Desiderio. Spesso il suo essere li è un atto mimetico o volontaristico. Lei risponde al bisogno senza chiedersi, interrogarsi sui motivi profondi, sul suo desiderio. Non si pone mai le domande: ma io voglio veramente essere lì dove sono attesa? È questo il mio Desiderio o sto rispondendo al desiderio di mio figlio, mio marito, mia madre, mio padre? Allora il suo stare può essere solo un esserci, a casa, a scuola, al lavoro, senza Essere. Ma così, il suo essere lì, diventa un dover essere, al massimo un voler essere. Capita spesso infatti che una donna è aspettata non in funzione di sé, ma di un tu. Risponde cioè al bisogno di un altro/a, non al suo. E nella gran parte dei casi soccorre un tu senza sapere lei chi è. È un processo che inizia molto presto. Fin da bambina impara a soddisfarsi, ha godimento, prende senso di sé, rispondendo alla richiesta di un tu, riempiendo cioè o integrando il senso o colmando il vuoto altrui. Come se ne esce da questa che io chiamo “la prigione di miele”? Non è facile ma «se rinunciamo a questo godimento, se reggiamo il vuoto, se non ci soddisfiamo colmando le altrui mancanze» (sostiene la filosofa Luisa Muraro, e anche la mia esperienza lo può confermare), può accadere qualcosa dentro di noi e fuori di noi. Può accadere un cambiamento, un’espansione di senso. Anche un ribaltamento simbolico. Insomma, cosa voglio dire e faccio fatica a dire?
Per una donna la libertà non è gratuita e tantomeno lo è l’indipendenza simbolica sia che sia ministra, insegnante o casalinga. Bisogna assumersi la responsabilità di fare un lavoro, un percorso per acquisire un giudizio autonomo a partire da sé, per collocarsi nel proprio ordine di senso. Serve prima un passaggio: diventare donna, diventare soggetto, collocarsi nel proprio ordine di senso. Solo allora una donna potrà stare al mondo a partire da sé. Il percorso è lungo e non è facile. Si possono fare le scorciatoie? Certo, ma si corre un rischio. Lo corrono soprattutto le giovani donne che, giustamente, hanno fretta e voglia di contare di più. È il rischio dell’Inclusione in un Ordine simbolico che non contempla l’essere donna. Cioè esserci nel mondo senza essere me stessa donna. Aderire a un ordine simbolico già dato tradendo il proprio essere donna e il proprio genere. Col rischio cioè, di diventare, magari, anche delle seducenti giovani uome nemiche delle donne…