Il dibattito sul rapporto tra sesso biologico e genere, terreno di scontro soprattutto negli ultimi anni di rivendicazioni politiche e culturali, di fatto non fa altro che rappresentare la contrapposizione tra natura, intesa nella sua accezione più radicale e immutabile, e la cultura, come luogo di elaborazione sociale. L’oggetto principale di questo dibattito investe principalmente la dicotomia normativa tra identità femminili e maschili, le uniche storicamente riconosciute e inquadrate in un’ottica di legittimità. Un elemento significativo di rottura con i vecchi schemi è rappresentato dagli studi di genere, intesi come un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali attribuiti alla sessualità e all’identità di genere. Nati in Nord America a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta nell’ambito degli studi culturali, si diffondono in Europa Occidentale negli anni Ottanta. Secondo la visione, rimodulata e innovata nel corso degli anni, il genere rappresenta anzitutto una categoria in cui i sessi e i ruoli rappresentano delle costruzioni sociali. Dunque, l’identità maschile o femminile, riconducibile a una inevitabile (ma non ineluttabile) biologia, è costruita attraverso ruoli sociali marcati e definiti; distanziarsi da essi comporta il distanziarsi, molto spesso, da leggi non scritte a cui sembra impossibile contravvenire, tali per cui alle bambine piace il rosa e giocare con le bambole e i cucinini, ai bambini piace l’azzurro, giocare a pallone, per cui non sta bene piangere se qualcosa non va, pena il rischio di essere marginalizzati e stigmatizzati per il proprio modo di essere e di stare al mondo. Come rilevato da Judith Butler, una delle più grandi teoriche contemporanee degli studi di genere, il corpo e l’identità non normativizzata (per cui discostata dai canoni del maschio bianco eterosessuale proprietario) diventano il centro nevralgico di conflitti e rivendicazioni politiche, capaci di contrapporsi alla normatività semplicemente “essendo” e rispondendo alle regole del mondo da soggetti desideranti, più che da oggetti di assoggettamento biologico. A tal proposito, una enorme spinta propulsiva è stata fornita dalle istanze rivendicative della comunità LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex, asessuali), che ha posto al centro delle proprie lotte politiche proprio il tema dell’identità di genere, fuori da forme statuarie di binarismo e marginalizzazione. Parliamo anche delle persone intersessuali, nate con caratteri sessuali che per cromosomi o marker genetici non rientrano strettamente nell’inquadramento maschile o femminile, sottoposte a violente pratiche di medicalizzazione in età precoce, con conseguenze spesso irreversibili e devastanti sui loro corpi, che hanno come unica finalità quella di reindirizzare le soggettività divergenti in categorizzazioni ben precise. Parliamo delle soggettività non binarie, che scelgono di non riconoscersi in una costruzione binaria del genere, ponendo in essere “una critica performativa degli stereotipi e dei due generi binari, vi si confrontano, ne vengono influenzati e influenzano a loro volta”. [[1]] Questo ha condotto da un lato a una serie di gradazioni e sfumature terminologiche e identitarie, dall’altro a un movimento di riconoscimento e rivendicazione che agiscono su un contraltare di lotta politica. La marginalizzazione a cui la visione binaria di genere aveva costretto le soggettività altre, in particolare rispetto alla comunità trans*, condannata culturalmente a forme di stigma esperito, si trasforma attraverso l’autocoscienza rispetto alle pratiche di repressione, in uno strumento di lotta. I corpi non conformi, eccedenti, diventano essi stessi strumento di rivendicazione, e i corpi vivi non possono essere nascosti, relegati al silenzio, soprattutto se hanno qualcosa da dire. Il genere, a oggi, si configura come una conformazione estremamente plastica, resiliente, che da vincolo si può trasformare quotidianamente in veicolo di resistenza alla normatività prescritta. Nella rimodulazione delle nuove forme e pratiche dell’esistere c’è una speranza per tutte le nuove generazioni, per tutti quei ruoli che rigidamente investono le nostre vite fin dalla nascita, e che forse permetteranno un giorno di poter inscrivere la propria storia, nella propria soggettività, in un una costellazione di istanze e pratiche di liberazione collettive.
BIBLIOGRAFIA
Judith Butler: Questione di genere — Edizioni Laterza — 2013
Judith Butler: Fare e disfare il genere — Mimesis — 2014
Graziella Priulla: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole — Franco Angeli — 2013
Cristina Gamberi, Maria Agnese Maio, Giulia Selmi: Educare al genere. Riflessioni e strumenti per articolare la complessità — Carocci — 2010
Rossana Rossanda: Questo corpo che mi abita — Bollati Boringhieri — 2018