NEWS, RAPPRESENTAZIONI E STEREOTIPI DI GENERE. UN CASO STUDIO
Le parole, infatti, riflettono posizionamenti ideologici di cui siamo più o meno consapevoli, e che hanno ripercussioni più o meno gravi su coloro di cui parliamo. Il modo in cui ne parliamo di questi ‘altri’ e queste ‘altre’, delle loro identità, delle loro azioni e delle loro vite, e quindi le parole che scegliamo per rappresentarli/le quando li/le incorporiamo nei nostri discorsi non sono semplicemente espressione del nostro pensiero e delle nostre opinioni personali. Al contrario, sono spesso il frutto di potenti condizionamenti sociali e culturali (si pensi, in primis, al patriarcato, al sessismo, al razzismo e all’omofobia), una rete dalle trame invisibili, all’interno della quale siamo cresciut*, ci siamo format* e alla cui perpetuazione finiamo persino per contribuire quando ci facciamo portavoce di parole che ‘trasportano’ significati pericolosi e opprimenti. C’è una forza intrinseca nella lingua, che diventa subito sopruso o espediente di resistenza, a seconda delle situazioni e dei significanti, ma in ogni caso è politica nel senso più ampio del termine. Di questa politica delle parole dobbiamo prendere atto. Tra i termini “sesso” e “genere”, ad esempio, c’è una differenza sostanziale che talvolta viene del tutto ignorata. Mentre con il termine “sesso” ci si riferisce alla dimensione biologica del corpo, con il termine “genere” (dall’inglese gender), si designa un concetto molto più complesso, una categoria sociale e un costrutto culturale, come scriveva la studiosa Judith Butler, che cambia nel tempo e nello spazio. Sesso è corpo, genere è identità in divenire che prescinde dalla binarietà dei sessi maschile e femminile, e che si configura, piuttosto, come un ampio spettro di possibilità. Poiché siamo figlie e figli di un regime prettamente patriarcale, siamo state abituate e abituati a leggere la realtà in maniera binaria e dualistica, a pensare a una corrispondenza ‘naturale’ tra il sesso maschile e il genere uomo, per esempio. Tuttavia, è bene ricordare che la sovrapposizione sesso/genere, ossia vedere come ‘naturale’ la corrispondenza tra sesso e genere, è culturalmente imposta attraverso norme sociali, aspettative e stereotipi potenti che creano gravi pressioni sociali. Quando i soggetti non si conformano alle aspettative dettate dalle ideologie di genere dominanti, quelle che ‘naturalizzano’ la sovrapposizione tra sesso e genere, incorrono in episodi di sessismo, omofobia, transfobia e molti altri fenomeni. La lingua entra a pieno titolo in queste considerazioni, poiché mentre se ne presume l’innocenza, stereotipi e aspettative circolano attraverso la comunicazione, insite nelle scelte linguistiche di chi parla o scrive, perché la lingua è un sistema di rappresentazione. Quando parliamo o scriviamo dipingiamo gli altri e le altre, li/le filtriamo dal nostro punto di vista attraverso un sistema di valori (l’ideologia, appunto) che ci sovrasta e con cui li/le carichiamo di significati aggiunti, tutt’altro che ‘innocenti’. Iniziamo, così, a scoprire la punta di un iceberg enorme. Le rappresentazioni dell’altr* che spesso riflettono ideologie dominanti si muovono attraverso i canali dell’informazione, generando e reiterando meccanismi di disuguaglianza, dominazione e oppressione. Comprendere, alla luce di ciò, che esiste un problema sociale e culturale, se non causato, quantomeno aggravato dai linguaggi dell’informazione è semplice: le notizie dei giornali, dei social, della televisione, mettono spesso in circolo potenti ideologie attraverso scelte linguistiche e schemi narrativi, anche quando queste scelte e questi schemi ci paiono ‘neutrali’ (ma abbiamo già detto che la lingua è essenzialmente politica); allo stesso tempo è stato dimostrato da numerosi studi che le news possono influenzare opinioni e comportamenti. Si creano quindi costantemente dei circoli viziosi difficili da individuare e da disinnescare. Cerchiamo di fare luce su queste problematiche attraverso l’analisi di un caso di cronaca e il modo in cui gli eventi e le persone coinvolte sono stati rappresentati nella stampa italiana nazionale e locale.
IL FATTO
Il fatto di cronaca, tristemente noto all’opinione pubblica, accade nel settembre del 2020, a Caivano, in provincia di Napoli. I protagonisti della vicenda sono Maria Paola Gaglione, il suo fidanzato, Ciro Migliore, e il fratello di lei, Michele. Senza entrare nella dinamica dei fatti, sappiamo dai rilievi delle autorità e da quanto viene riferito dalla stampa che Maria Paola Gaglione rimane vittima di un inseguimento in motorino. La storia è rimbalzata su quasi tutte le testate giornalistiche nazionali (e non solo), con titoli dal sentore voyeuristico dai quali apprendiamo che la relazione tra Maria Paola Gaglione e Ciro Migliore è il motivo scatenante di un tensione mortale col fratello Michele, perché Ciro è un ragazzo trans. Ma andiamo per ordine. L’analisi che propongo qui è di tipo discorsivo, ossia intende mettere in evidenza la carica ideologica che sottende le parole e l’articolazione narrativa dei fatti, e che da essi è sospinta. Questa carica ideologica, come vedremo, risente fortemente di alcuni degli impianti egemonici più persistenti, tra cui il patriarcato, l’ordine eteronormativo, e quindi il sessismo, l’omofobia e la transfobia. Lo studio si avvale degli strumenti della linguistica dei corpora. Per corpus si intende una raccolta di testi, in questo caso articoli di giornali, che vengono poi investigati in maniera semi-automatica attraverso un software che si chiama Sketch Engine. Questo tipo di analisi offre degli spunti quantitativi (cioè numerici o statistici) che fungono da base per delle riflessioni sul modo in cui determinate scelte linguistiche all’interno di un corpus si ripetono e quindi suggeriscono la presenza di discorsi ideologicamente carichi. Per lo studio del caso Gaglione, ho creato un corpus di 430 articoli presi da testate online in italiano. Tutti gli articoli esaminati sono stati pubblicati nell’arco temporale che va dall’11 settembre 2020, giorno in cui sono avvenuti i fatti, all’11 novembre 2020, quando la copertura mediatica degli eventi si è arrestata. Per prima cosa ho interrogato il corpus per verificare come e quanto le testate italiane hanno nominato gli attori sociali, ossia coloro che sono coinvolti negli eventi. Il nome Maria Paola è il più frequente all’interno del corpus (con più di 1000 occorrenze), seguito poi da Ciro (532), Gaglione (521) e fratello (453). Da questi dati preliminari possiamo già ricavare una riflessione importante. Benché il fratello della vittima sia coinvolto negli eventi, viene incluso nelle narrazioni giornalistiche un numero di volte nettamente inferiore rispetto alle occorrenze degli altri attori sociali. Nello step successivo, ho voluto verificare quali sono i verbi più frequentemente utilizzati per raccontare queste vicende. A sorprenderci è la successione di verbi morire (370), uccidere (299) e speronare (279) poiché, in base alle frequenze, ne evinciamo che a farla da padrone sono i verbi che si riferiscono alla condizione della vittima (che è morta), invece che alle azioni che ne hanno causato la tragica fine. Il verbo speronare, ad esempio, che è indicativo della dinamica dei fatti, è utilizzato in numero molto inferiore rispetto a morire, che invece nulla dice circa le azioni, ma indica semplicemente uno stato. I verbi che riferiscono della condizione non sono casualmente i più frequenti. Al contrario, essi permettono di omettere l’agente depotenziandone l’agentività e sopprimendone la responsabilità nell’azione. Soffermiamoci ora sul modo in cui i giornali hanno parlato di Maria Paola Gaglione, prendendo in esame i collocati, ossia le parole che più di frequente sono state usate in associazione al nome Maria Paola. Ne evinciamo che la preposizione di (322) assieme a fratello (101), Ciro (51), fidanzata (31) e sorella (35) sono i collocati più frequenti. Tutti ci parlano di Maria Paola in relazione a qualcun altro (sorella di, fidanzata di). Nessuno ci dice chi era Maria Paola. La sua identificazione nella storia è pertanto ‘relazionale’, ossia sappiamo chi è Maria Paola in relazione ai suoi legami affettivi. Due soli aggettivi, morta (62) e infetta (26), la categorizzano al di fuori delle relazioni sociali, ma in maniera negativa. In un numero statisticamente irrilevante di casi ci viene riferito che è stata inseguita (3), che amava (3) e che è stata punita (4). Solo in questi casi le scelte linguistiche gettano luce sulla dinamica dei fatti e sulle possibili motivazioni che li hanno determinati. Diamo adesso un’occhiata al modo in cui i giornali hanno parlato di Ciro Migliore. Dacché Ciro occorre 532 volte nel corpus, solo in 103 casi sappiamo il suo cognome (negli altri la sua identità è ridotta al nome proprio). Altri collocati includono di (151), compagno (52), mamma (41), fidanzato (32), Maria (56) e trans (31). Anche qui la strategia più frequente è l’identificazione relazionale. Mancano del tutto i verbi di azione, mentre trans classifica Ciro sulla base della sua identificazione di genere. Questo dato necessita un maggiore approfondimento. Se 31 sono le volte in cui si parla di Ciro Migliore come trans, sono ben 216 le volte in cui nel corpus si usa il termine trans. Ciò significa che i giornali hanno fatto spesso ricorso al termine senza associarlo al nome di Ciro, o meglio apostrofando Ciro come trans senza nemmeno ricorrere al nome proprio. Dei 216 casi, 35 volte se ne parla come di un trans, 12 volte si dice erroneamente che sia una trans e infine 6 volte, persino peggio delle precedenti, incontriamo una ragazza trans. In questi casi, non solo il nome di Ciro viene omesso dalla narrazione, ma l’attore sociale è ridotto ad una classificazione di genere, peraltro spesso erronea, che lo riconosce come ‘aggregato’ ad un gruppo o a una categoria e che pertanto ne nega l’individualità. In 16 casi si parla di Ciro Migliore come di Cira:
— «Cira, che però ha scelto di farsi chiamare Ciro»;
— «La relazione Lgbt della sorella Maria Paola, 20 anni, con un trans, Ciro (all’anagrafe Cira) Migliore»;
— «Ciro all’anagrafe è donna, si chiama Cira . Ma lui si sente uomo e vive da uomo».
Questi sopra riportati sono casi di dead-naming e misgendering. Si tratta di due strategie di rappresentazione molto violente: la prima occorre quando le persone trans vengono chiamate con il nome che ormai hanno abbandonato; la seconda consiste nell’usare pronomi sbagliati per parlarne. Entrambenegano l’identità e il diritto ad autoaffermarsi, creando una tensione dialettica tra l’identità imposta e quella scelta (la seconda meno legittima della prima).
CONCLUSIONI
Per concludere quest’analisi, qui riportata in forma sintetica (si potrebbe dire molto altro sulla base dei dati raccolti), ha evidenziato le modalità, spesso violente, in cui i giornali presi in esame hanno parlato dell’altr* nel caso Gaglione. A Maria Paola Gaglione viene negata l’individualità e l’agentività. Difatti, nulla sappiamo di lei, dei suoi desideri e delle sue passioni. Qualche testata ci dice che è stata uccisa perché speronata. Quello che cala su Maria Paola Gaglione sembra un silenzio strategico che la fa oscillare tra l’invisibilità e l’ipervisibilità. È invisibile in quanto vittima di un sistema culturale arretrato, patriarcale e omotransfobico; al contempo è ipervisibile come identità ‘deviata’, punita dal fratello nell’hinterland napoletano. Alcune testate, infatti, riportano le parole di Michele Gaglione, «Era infetta, volevo darle una lezione», e la storia viene così relegata al dramma familiare per distogliere lo sguardo da un problema culturale ben più ampio, di portata nazionale, se non globale. Si tende così a giustificare la mancanza di azione da parte delle istituzioni. Ne deriva che la donna ‘agente’, che sceglie di sottrarsi allo stereotipo di genere, viene raccontata come vittima all’interno dello schema narrativo del dramma familiare che la depotenzia. Quanto si dice di Ciro Migliore non è da meno. Oltre a essergli negata l’individualità, la soggettività e l’agentività, Ciro Migliore viene ridotto alla sua identità di genere, raccontata come uno stigma. Anche lui oscilla tra invisibilità e ipervisibilità. È invisibile come e forse più di Maria Paola in quanto vittima di un sistema culturale arretrato, patriarcale e omotransfobico, ma è ipervisibile come identità ‘deviata’, che ha scatenato l’evento tragico.Il corpo di Ciro è rappresentato come corpo ‘infetto’. Infatti, nella rappresentazione dell’evento come dramma familiare si attribuisce a Ciro Migliore la responsabilità morale dei fatti tragici perché lui ha infranto la norma eterosessista scardinando gli stereotipi di genere. Nello schema narrativo è Ciro a innescare la catena del contagio drammatico perché dai giornali gli viene addossata la colpa di essere Ciro e non Cira. Alla luce di ciò emergono alcuni spunti di riflessione cruciali. Serve più consapevolezza rispetto alle rappresentazioni di genere per poterne disinnescare la carica di giudizio. Allo stesso tempo c’è bisogno di maggiore inclusione nel discorso dell’informazione e di molta più attenzione alla lingua perché a Maria Paola Gaglione e Ciro Migliore, entrambi vittime di un sistema di oppressione eteronormativizzante feroce, possa essere riconosciuta almeno dignità e giustizia nella narrazione.