Partendo da una visione naturalizzata di sesso biologico, e passando attraverso le costruzioni sociali che hanno portato all’affermazione del genere, l’esigenza sempre più forte di auto-definire la propria soggettività al di fuori dei rigidi sistemi binari dà spazio a categorie più ampie e meno definitorie, come quelle di genderless o di fluidità sessuale. Il narcisismo caratteristico degli inizi del terzo millennio, e le quasi infinite possibilità di comunicare e promuovere la propria immagine — più ideale e virtuale che reale, offrono nuove opportunità di presentare al mondo le dimensioni identitarie, che assumono un ruolo cruciale in relazione alla loro accettazione o al loro rifiuto da parte del contesto socio-culturale di riferimento. Come scrive Chiara Simonelli nella prefazione del libro di Dèttore e Lambiase, La fluidità sessuale, «In particolare, nelle nostre società occidentali un’identità di genere maschile o femminile molto marcata finisce con l’essere rassicurante». E ancora: «Il genere femminile, con le dovute ma scarse eccezioni, sembra essere il sesso più fluido e quindi anche il più adattabile… (mentre) la costruzione sociale dell’identità di genere maschile, almeno nei paesi occidentali, risente di forti limitazioni e di grandi pretese che offrono in cambio un vecchio beneficio secondario: il potere che ancora oggi è rappresentato dal gruppo degli uomini». In linea con questo discorso, nel suo libro Psicologia della differenza di genere, Bianca Gelli precisa: «Nonostante le enormi trasformazioni sociali e culturali dei ruoli maschili e femminili, persiste tuttora una profonda asimmetria di genere, nelle società occidentali come in quelle orientali, continuando a registrarsi una posizione di disuguaglianza delle donne nei riguardi degli uomini, di discriminazione e assoggettamento, quando non di asservimento». Maschile e femminile sono due categorie complementari che si escludono reciprocamente. Insieme all’età, il genere costituisce un potente organizzatore mentale che serve a collocare in categorie note ogni essere umano. Infatti quando incontriamo una persona per la prima volta, in modo velocissimo la riconosciamo come appartenente a un genere e ne ipotizziamo più o meno l’età. La psicologia dello sviluppo ci dice che bambini e bambine sviluppano precocemente la capacità di percepire se stessi e gli altri come maschi o femmine. La differenza tra maschio e femmina affonda le sue radici in precise determinanti biologiche: il sesso genetico o cromosomico, il sesso gonadico, il sesso endocrino e il dimorfismo sessuale del cervello. In alcuni casi i caratteri sessuali fenotipici possono divergere dal sesso genotipico in relazione a un’alterazione del livello degli ormoni mascolinizzanti o femminilizzanti. La biologizzazione delle differenze sembra così ricondurre l’identità di genere e il ruolo di genere al sesso geneticamente determinato, lasciando alle persone la possibilità di collocarsi all’interno di una rigida categorizzazione di tipo duale, delineando percorsi interpretativi fortemente deterministici e riduzionistici. Se però ci allontaniamo dal fondamentalismo sessuale dell’approccio biologico, la prospettiva socio-costruzionista tende a riferire le matrici della differenza sessuale a tutti quegli elementi che rientrano nella categoria di genere, ossia a specifici processi socio-culturali, storici e politico-ideologici. Le rappresentazioni della mascolinità e della femminilità diventano allora espressione di dinamiche sociali più che biologiche. Quindi, se con il termine sesso si denota l’appartenenza a una categoria anatomica e biologica (maschio/femmina), con il termine genere il riferimento si sposta sul piano dell’esperienza psicologica, culturale, e inevitabilmente politica delle categorie del maschile e del femminile. Inoltre, a differenza della coppia maschio/femmina, le parole maschile e femminile sono caratteri che entrambi i sessi possono avere in sé. A questo punto il binarismo sessuale non è più (e solo) una struttura della realtà ma della conoscenza. È proprio la critica all’uso di quel binarismo sessuale che per secoli si è manifestato come rigida gerarchia dei ruoli — consegnando alla biologia l’origine della subalternità femminile, che ha portato all’affermazione del concetto di genere, all’interno di un processo di presa di coscienza da parte delle donne della profonda asimmetria tra i ruoli sessuali. Verso la fine degli anni Sessanta negli Stati Uniti, gender diventa la parola chiave del pensiero femminile-femminista, intercettando nel tempo vari saperi (psicologia, sociologia, antropologia, filosofia e altri) e varie prospettive (costruzionismo, decostruzionismo e post-modernismo). Successivamente, il termine genere entra nel linguaggio scientifico quando escono due testi che segnano una svolta in quest’ambito: The psychology of sex differences (1974), delle psicologhe Maccoby e Jackin, e The traffic in women (1975), dell’antropologa Gayle Rubin. Nello stesso periodo Sandra Bem propone il concetto di androginia, come tentativo di trovare un modello che combinasse caratteristiche maschili e femminili. Riprendiamo le parole di Bianca Gelli: «Se sin qui, la donna è stata definita come il secondo sesso (de Beauvoir, 1949), essa ora si autodefinisce il primo genere». E l’epilogo, dopo circa settant’anni di studi sulla differenza sessuale, può risultare sorprendente: uomini e donne non sono affatto diversi, sotto una molteplicità di aspetti. Attualmente, la posizione femminista che si oppone alla teoria della differenza sessuale sostiene la tesi di una soggettività “al di là dei generi”, ipotizzando il superamento del dualismo sessuale e delle polarità dei generi in favore di una nuova soggettività sessualmente indifferenziata. Sebbene il genere rappresenti un notevole passo avanti del pensiero rispetto alla ristrettezza insita nel concetto di sesso, esso continua a configurarsi come una categoria che tende a riproporre realtà di tipo duale. Parallelamente a processi di decostruzione del patriarcato e del paradigma eterosessuale, la teorizzazione postmoderna porta a un ripensamento del concetto di genere, che viene destrutturato fino a essere annullato, per consentire l’emergere dei generi, della differenza nelle differenze e dell’identità nella molteplicità di forme identitarie possibili. Il discorso appare quindi polarizzato sulla valorizzazione della soggettività, o meglio, delle soggettività.
PER APPROFONDIRE
Margherita Graglia: Le differenze di sesso, genere e orientamento — Carocci — 2019
Taurino: Psicologia della differenza di genere — Carocci — 2005
Bianca Gelli: Psicologia della differenza di genere — Franco Angeli — 2009
Davide Dèttore, Emiliano Lambiase: La fluidità sessuale — Alpes — 2011
Filippo Petruccelli, Chiara Simonelli, Roberta Grassotti, Francesca Tripodi(a cura di): Identità di genere. Consulenza tecnica per la riattribuzione del sesso — Franco Angeli — 2014