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Una foto scattata a Scampia nel gennaio 2020.

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Un mondo di periferie

4 Agosto 2020
La periferia è quella parte di territorio che si colloca ai margini del centro. La dialettica centro-periferia ha disegnato le città che conosciamo e la maggiore o minore distanza dal centro ha definito le gerarchie del potere politico, economico e spirituale. Le relazioni economiche hanno definito storicamente il disegno urbano e la dialettica tra centro e periferia.
Una foto scattata a Scampia nel gennaio 2020.

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Un mondo di periferie

4 Agosto 2020
La periferia è quella parte di territorio che si colloca ai margini del centro. La dialettica centro-periferia ha disegnato le città che conosciamo e la maggiore o minore distanza dal centro ha definito le gerarchie del potere politico, economico e spirituale. Le relazioni economiche hanno definito storicamente il disegno urbano e la dialettica tra centro e periferia.

Il modo di produzione agricolo disegnò lo spazio urbano e quello sociale del Medioevo dando vita alla città medievale che collocava ai margini dell’abitato, o addirittura fuori dalle mura, coloro che erano privi di un identità di ceto o di classe. In tal modo la periferia diventò lo spazio della marginalità economica e sociale. Nel disegno della città medievale il centro era occupato dalla Cattedrale, sede del potere spirituale  e dal Palazzo signorile, sede del potere temporale. Poi, a cerchi concentrici si irradiavano i luoghi del commercio e degli scambi. I luoghi della produzione erano prevalentemente gli spazi agricoli collocati fuori le mura e con essi i lavoratori della terra che li abitavano e che rappresentavano lo scalino più basso della scala sociale. Il disagio economico e sociale, e più tardi il disagio abitativo che si accompagnava ad essi, si è collocato quindi storicamente ai margini delle città, cioè nello spazio delle periferie. L’avvento dell’economia industriale ha ridisegnato le periferie, trasformandole in insediamenti monoclasse, destinati ad alloggiare gli operai delle fabbriche collocate ai margini dei centri urbani e, nelle loro propaggini estreme, le masse di diseredati che affluivano nei centri urbani in fuga dalle campagne e alla ricerca di un futuro migliore. L’avvento dell’economia digitale e dell’impresa molecolare ha di nuovo modificato le linee di  confine tra centro e periferia con la progressiva tracimazione di segmenti di periferia nelle aree del centro e viceversa. La città contemporanea ha moltiplicato i centri e le funzioni urbane. Non solo e non più i luoghi della produzione e quelli dell’abitare, tra di loro integrati e l’uno all’altro funzionali, ma sono sorti i luoghi dello svago e quelli dei servizi, i centri residenziali, i centri direzionali, i luoghi del turismo e dell’arte, i luoghi della cultura e della ricerca e un sacco di altri luoghi, per diversi usi. La produzione molecolare ha varcato le mura delle fabbriche, invaso e travolto gli spazi dell’abitare, trasferendo pezzi di produzione fin dentro le camere da letto. Molte aree del centro sono state contaminate dal degrado delle periferie e molti spazi periferici sono diventati centri residenziali. La dialettica centro-periferia ha mutato pelle, travolto i confini canonici e con essi il concetto stesso di comunità tipico della città medievale. Nello spazio urbano contemporaneo la comunità ha perso la connotazione territoriale e si è polverizzata in una miriade di comunità virtuali, abitata sempre meno da gruppi legati da comuni identità culturali e territoriali e sempre più da individui tenuti insieme da deboli legami virtuali. A quante community appartiene oggi ciascuno di noi?

L’impatto dell’economia digitale e globalizzata ha polverizzato la dimensione urbana e con essa la dialettica centro-periferia. I territori hanno divorziato dalle comunità. In essi vivono individui che appartengono a comunità sempre più prive di territorio. Il mondo è sempre più un insieme di metropoli a densità variabile legate tra di loro da periferie che svolgono la funzione di connessione tra un’area metropolitana e un’altra. Le grandi metropoli contemporanee sono sempre più un insieme di periferie, “città diffuse” prive di centro o viceversa. Spazi urbani a geometria variabile che traggono il loro valore dalla densità di servizi, di connessioni, di spazi verdi, spazi collettivi e per il tempo libero, agenzie culturali, e chi più ne ha più ne metta. La comunicazione digitale, lo smart working, l’e-commerce e tutte le nuove forme di connessione stanno modificando i luoghi della produzione, della commercializzazione e del consumo e con essi la forma delle relazioni tra le persone e i luoghi dell’abitare. Tutto ciò non significa che le periferie non sono più il problema di emarginazione e di degrado che abbiamo conosciuto in tutto il secolo scorso. Lo sono ancora e forse ancora di più, perché hanno contaminato il centro ed esportato il degrado fin nel cuore dei centri storici. Lo sono ancora di più perché è diventato sempre più difficile tenerle a distanza di sicurezza dal centro, perché il disagio sociale ha invaso gli spazi protetti, valicando confini ritenuti invalicabili. La globalizzazione dell’economia ha ristretto il mondo e ha  mischiato forse in maniera irreversibile le linee di confine tra centro e periferia. Il processo di urbanizzazione che negli ultimi cento anni ha portato oltre la metà della popolazione del pianeta nelle città ci pone di fronte a due enormi problemi:

— cosa fare dei tanti quartieri di edilizia economica e popolare ormai inglobati negli spazi urbani, dei  tanti quartieri ghetto collocati nelle ex periferie delle grandi città (il Corviale a Roma, Scampia a Napoli, lo Zen a Palermo…) e delle tante favelas, slum, bidonville delle tante metropoli del terzo mondo (Rio, Mumbai, Manila, Nairobi…);

— come mettere un argine alla crescita urbana disordinata e all’abusivismo edilizio, come risanare i tantissimi habitat urbani insani e il degrado dei centri storici e contemporaneamente rispondere in misura adeguata alla domanda di case garantendo il diritto all’abitare dei milioni di nuovi inurbati senza aggravare la situazione esistente.

Il futuro dell’urbanistica dovrà confrontarsi sempre più con questi temi e sempre meno con le grandi opere degli archistar. Una possibile soluzione potrebbe essere un certosino lavoro di manutenzione e riqualificazione dell’esistente  e una strategia di integrazione delle funzioni urbane. La separazione degli spazi in base alle funzioni ha prodotto enormi problemi di sicurezza e di degrado urbano. Esiste una seconda dimensione della periferia che appartiene alla concezione culturale che la definisce nei nostri paradigmi della conoscenza. La periferia come spazio contaminante e pericoloso, luogo abitato da marginali, migranti, irregolari… Mary Douglas, figura prestigiosa dell’antropologia contemporanea, fa risalire gli archetipi della conoscenza alla dicotomia “purezza e pericolo”. Tutto ciò che contamina la purezza viene concepito come un pericolo. La purezza può essere declinata in tante variabili: la razza, l’identità culturale, di ceto o di classe, l’identità religiosa, l’endogamia… Ogni innovazione, ogni nuovo elemento di conoscenza, ogni straniero può essere portatore di contaminazione e quindi di pericolo. Ma è proprio dalla contaminazione che nasce l’innovazione e il progresso. Mary Douglas individua quattro tipi di contaminazione sociale: il primo è il pericolo che preme sui confini esterni; il secondo è il pericolo che deriva dalla trasgressione delle linee interne del sistema, il terzo è il pericolo presente nei margini delle linee; il quarto è il pericolo causato dalla contraddizione interna, quando certi postulati fondamentali vengono negati da altri postulati fondamentali in modo tale che in certi punti il sistema sembra in conflitto con se stesso. La contaminazione nasce nei luoghi di confine, nelle periferie dove si incontrano e si scontrano le differenze. La storia della costruzione e scomposizione delle periferie fisiche, mentali e culturali è una lunga narrazione di contaminazioni e di contagi, dalle quali nascono nuovi costrutti urbani, sociali e mentali, che attraversano tutte le quattro tipologie di contaminazione elencate da Mary Douglas. Secondo il filosofo Emile Cioran, quando Adamo ed Eva mangiarono la mela decidendo di nutrirsi all’albero della conoscenza violando il divieto imposto dall’Onnipotente, decisero di rinunciare all’immanenza per il divenire. Per questo peccato originario furono cacciati dal giardino dall’Eden e condannati alla mortalità e alla fatica. Cioè furono cacciati dal centro del creato e condannati ad abitarne le periferie. Fu il prezzo che decisero di pagare alla conoscenza dalla quale è nato il mondo che conosciamo.

PER APPROFONDIRE

Emile Cioran: La caduta nel tempo — Adelphi — 1995

Mary Douglas: Purezza e Pericolo — Il Mulino — 1996

Aldo Bonomi: La comunità maledetta — Edizioni di Comunità — 2002

Lewis Mumford: La cultura delle città — Edizioni di Comunità — 1999

Richard Baldwin: Rivoluzione Globotica — Il Mulino — 2020

per citare questo articolo

Porfidio Monda:

Un mondo di periferie,

n. 20 - Periferie,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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Sin dagli anni del dopoguerra, le narrazioni di Rossellini, Visconti, De Sica, Germi e altri autori del neorealismo, non ultimi Fellini e Pasolini, documentando la realtà, hanno contribuito a costruire l’immaginario delle periferie che ha assunto un aspetto peculiare.

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Intervista a Carlo Ratti. Il suo nome compare tra i Names You Need to Know di Forbes e i Best & Brightest dell’Esquire. È nella lista delle 50 persone che cambieranno il mondo secondo Wired e tra i 50 designer più influenti in America secondo Fast Company, oltre a essere anche tra i 60 innovators shaping our creative future per Thames & Hudson.

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Qualche anno fa, muovendomi in un’antica biblioteca lagobiondese, entrai nella Sala dei manoscritti e lì capitò tra le mie mani il diario di bordo di Padre Scorza, un missionario lucano vissuto presso un’antica tribù africana. Niente riuscii a sapere della sua vita mentre, in calce ad alcune pagine, lui stesso aveva annotato aspetti di quella tribù che mi avevano particolarmente colpito.