Con questa fredda storia di illusione e presa di coscienza Mathieu Kassovitz segna l’inizio del suo film simbolo, L’odio, un viaggio lungo un’intera giornata all’interno di una banlieue parigina contrassegnato dallo spirito di vendetta, dalla rabbia e dalla disillusione. Una periferia in subbuglio, esplosa la notte precedente: il ferimento di un giovane dimostrante, la faccia dura di Vincent Cassel nel film che lo ha consacrato, che alimenta in sé tutta la voglia di rivalsa di una generazione. Protagonista del film è la periferia parigina, che fa da sfondo ai sogni infranti di un gruppo di giovani disillusi. Così, come in altre situazioni simili per l’individuo, soprattutto se giovane e legato ad una forte empatia con l’ambiente di provenienza, risulta molto difficile distaccarsi dalle proprie origini, anche quando, purtroppo, è necessario per poter ricercare un futuro migliore. La vita che si irradia nelle periferie è molto diversa da quella che si osserva nelle grandi città. Lontano dai grattacieli, dalla vita esasperata dal lavoro e dalla sempre più accentuata perdita di soggettività dell’individuo, la vita corre veloce: la maturità arriva subito, molto spesso, tuttavia, si intreccia con una fragile solidità di affetti o di cultura e il passo falso che lascia precipitare dal palazzo di cinquanta piani de L’odio è breve. La periferia, anche se in un primo momento ci porta a pensare a qualcosa di lontano dal centro, abbandonato, dimenticato, entra prepotentemente in quello che è il mondo contemporaneo. Pieno di contraddizioni, ma anche di voglia di emergere. Una voglia di allontanarsi dalla periferia non in virtù di un rifiuto di essa ma, la maggior parte delle volte, per indirizzare il proprio destino verso un avvenire migliore e, molto più spesso, per regalare una stabilità economica ai genitori che hanno fatto di tutto per crescere i figli in un ambiente sano e pulito. Abbandoniamo quindi lo stereotipo del giustiziere dei più deboli, Vincent che nel film si lascia chiamare Vinz, alla ricerca di verità e vendetta per pareggiare i conti onorando Abdel, un suo coetaneo che resterà in bilico tra la vita e la morte durante tutto il film prima di un doppio tragico epilogo. Avviciniamoci a personaggi che hanno vissuto in periferia, materiale o ideologica che fosse, e hanno portato avanti sogni, speranze, ambizioni fino a poter realizzare i propri sogni e consacrarsi raggiungendo l’obiettivo che si erano prefissati, molto spesso ostacolati proprio in quel contesto da chi doveva rendere più facile il loro percorso. Basti pensare alla periferia culturale di Gavino Ledda, povero ragazzino analfabeta che fa di tutto per acquisire un’istruzione, sciogliere i nodi della lingua italiana, affermarsi nel mondo accademico, nonostante le opposizioni del padre padrone, che dà anche titolo al suo più celebre romanzo. Un giovane pastore che abbatte tutti gli stereotipi della sua condizione sociale e diventa uno dei più importanti linguisti italiani. La periferia allora diventa scudo per la crescita di un individuo, un percorso frastagliato, ricco di incognite, di pericoli, ma anche di esperienze vere, genuine, in cui la casa del vicino diventa la propria casa e si ha la consapevolezza di ritrovarsi al sicuro anche nel posto meno tranquillo del mondo. Banlieu, Bidonville, Favelas. Parole che ritroviamo quasi quotidianamente tra le pagine dei giornali, che frequentemente non riusciamo a capire fino in fondo e che, spesso, non quanto necessario, aumentano la nostra curiosità, ci avvicinano a un mondo che conosciamo poco, che vediamo soltanto in tv, al cinema o su Internet. Un mondo a volte estremizzato che non ci lascia cogliere la verità in toto. Trovare un punto di visto obiettivo, la giusta distanza per osservare ciò che ci interessa e ci appartiene. Fare in modo che, anche se la “caduta” dovesse sorprenderci, l’atterraggio possa essere ovattato, riuscire, alla fine, ad acquisire qualcosa dalla caduta e non raccogliere l’altro estremo della crudezza della vita difficile, quella che porta Vinz alla morte, inaspettata e folgorante, nella scena finale de L’odio. La “caduta” deve essere un nuovo stimolo, per poter vivere in tranquillità e senza rimpianti la vita, in periferia o in città, in famiglia o in solitudine. È così che i ragazzi che abbandonano le loro case d’infanzia e si spostano nelle grandi città per studiare, per lavorare, per utilizzare le loro abilità per crearsi un futuro, spesso si trovano in difficoltà nel nuovo ambiente. Visti con occhio sospetto per via delle loro origini, etniche, culturali o sociali, oppure costretti a uniformarsi ai canoni di una vita diversa, che li costringe ad abbandonare quelli che erano i modi, gli usi, i costumi di una realtà vera, che li aveva cresciuti e che nella sua crudezza gli aveva fatto sia da madre amorevole che da padre padrone.
| IL FILM | |
| TITOLO | L’odio |
| REGIA | Mathieu Kassovitz |
| ANNO | 1995 |
| PREMI | Premio per la miglior regia al Festival di Cannes, 1995 |