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Una questione di uguaglianza

12 Dicembre 2019
L’articolo 4 della Costituzione Italiana, principio fondamentale dell’ordinamento repubblicano, recita: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».

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Una questione di uguaglianza

12 Dicembre 2019
L’articolo 4 della Costituzione Italiana, principio fondamentale dell’ordinamento repubblicano, recita: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».

Nel nostro ordinamento, seppur non si configuri come un diritto soggettivo perfetto, il lavoro è un valore centrale: è appunto l’elemento su cui si fonda la nostra Repubblica. La possibilità di svolgere un lavoro dà dignità alla vita di ciascuno e offre la possibilità di esprimere le proprie capacità e attitudini. Allo stesso tempo il lavoro è per ciascuno un dovere, che permette di contribuire al progresso economico e sociale dello stato e della collettività. Ma il mondo del lavoro è pieno di problemi, dal lavoro nero, alla disoccupazione, al precariato, al lavoro minorile. In Europa, in Italia e in particolare al Sud il precario sistema produttivo si aggrava sempre più e si assiste alla riduzione della produzione e alla chiusura delle fabbriche. Al Nord le aziende puntano all’introduzione di tecnologie avanzate e sfruttano la manodopera a basso costo offerta dagli immigrati. Cambia il modo di produrre e aumenta il lavoro in nero specie al sud dove i tassi disoccupazione sono altissimi. I giovani devono fare i conti con la richiesta da parte delle aziende di personale flessibile, scompare l’idea rassicurante del posto fisso che garantisce sicurezza e reddito certo, ma diventa sempre più radicata l’idea di doversi adattare alle esigenze produttive, l’idea di cambiare spesso lavoro, accettando contratti temporanei, e si vede svanire la speranza che le competenze apprese durante i percorsi scolastici e formativi rappresentino una garanzia per l’inserimento futuro.  Il senso di incertezza e di precarietà attraversa i generi e le generazioni; l’esperienza della perdita del lavoro è comune tra i giovani ma anche tra i genitori ormai adulti, mamme e papà con figli a carico. Quando si perde il lavoro si sperimentano tutte insieme emozioni forti e destabilizzanti che hanno ripercussioni su tutti i membri della famiglia: prima fra tutte la paura per il futuro, ma anche la solitudine, la rabbia, la frustrazione. Molto spesso si rompono gli equilibri costruiti in anni di vita insieme e ci si separa perché non è sempre facile comprendere cosa provi l’altro e affrontare insieme il cambiamento.

IL LAVORO PER LE MAMME

Nella società attuale inoltre sono ancora molto marcate le differenze di genere: le donne fanno meno carriera degli uomini, sono discriminate nel salario, è precluso loro l’accesso alle posizioni di vertice, tendono a prediligere generalmente, ma involontariamente, lavori part-time. Il welfare per l’infanzia è estremamente carente e le donne fanno fatica a conciliare lavoro e famiglia spesso rinunciando esasperate dalla difficoltà di gestire tante, troppe cose.  Ancora oggi purtroppo per le mamme lo stesso inserimento lavorativo risulta difficoltoso, quasi come se la maternità fosse un limite allo svolgimento delle proprie mansioni. Ancora di più lo è per le mamme che si fanno carico dell’accudimento e della gestione quotidiana dei propri figli con disabilità. Per queste mamme uno spazio di espressione e di indipendenza economica troppo spesso è impensabile. Il carico fisico, emotivo, psicologico che grava inevitabilmente quasi esclusivamente sulle madri le confina in un vuoto di relazioni sociali e profonda solitudine. Il lavoro delle mamme con figli disabili in realtà ha una valenza terapeutica, perché dà la possibilità di staccare dalla difficile routine e crea la possibilità di esprimere le proprie potenzialità. Il lavoro per una mamma è uno stacco necessario per ricaricarsi e tornare a casa con uno spirito più leggero, risollevato con conseguenze positive e di benessere che ricade su tutta la famiglia. Il lavoro può essere per queste mamme una salvezza.

IL LAVORO PER I RAGAZZI SPECIALI

Il lavoro poi è ancora più complesso se parliamo di persone con disabilità. Solo il 18% dei disabili infatti ha trovato un impiego tramite le liste di collocamento. Le imprese con più di quindici operai hanno l’obbligo di assumere persone con un’invalidità lavorativa superiore al 45% e in caso di inadempienza sono previste delle sanzioni amministrative. Purtroppo però è sufficiente dare una rapida lettura agli elenchi per rendersi conto che è scarso il numero delle aziende che copre totalmente la quota di riserva. L’inserimento lavorativo dei ragazzi con disabilità rappresenta una fonte di gratificazione e di autostima e potrebbe essere fatto gradualmente grazie all’affiancamento di figure professionali come per esempio i terapisti occupazionali che, non solo in ambito strettamente terapeutico, pian piano possano insegnare le modalità di svolgimento delle mansioni lavorative. Il lavoro è un diritto di tutti, consente di sentirsi uguali agli altri, rende i ragazzi responsabili, liberi di realizzare anche loro qualcosa, di sentirsi utili e non solo un peso per la società, soddisfa il bisogno di autonomia e di indipendenza. I genitori sono i primi, anche in questo, a mettersi in ascolto e a farsi carico di quella voce, spesso silenziosa, che grida: «Ce la posso fare, ne sono capace!». Dovremmo imparare e pensare che la difficoltà di uno è la difficoltà di tutti, il problema del singolo è un problema di tutti, della società in genere e non solo di chi ne è direttamente investito; la sofferenza di una parte costituisce inevitabilmente sofferenza per l’intero corpo sociale, ha ripercussioni sul benessere dell’intera società. Non possiamo ritenerci monadi senza porte e finestre perché l’essere umano si nutre di relazioni e l’altro, qualsiasi sia la sua condizione fisica, culturale, sociale rappresenta sempre una ricchezza. Purtroppo oggi si assiste allo svuotamento di valori conquistati a caro prezzo: l’uguaglianza tra gli uomini, la solidarietà verso i più disagiati, la lotta contro una logica del profitto che lede la dignità dell’individuo e del cittadino. Non si può dimenticare, però, che sul terreno dell’integrazione e dell’inclusione piena e reale si gioca il livello di civiltà dell’intera società.

per citare questo articolo

Medea:

Una questione di uguaglianza,

n. 18 - Lavoro,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Era il 1970 quando, sullo sfondo delle note di Working class hero di John Lennon, usciva la legge n. 300/1970, conosciuta anche come Statuto dei lavoratori, recante «Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale dei luoghi di lavoro e norme sul collocamento».

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Quello che vorrei comunicare non è una teoria sul lavoro ma una riflessione, prima di tutto, sulla mia esperienza di lavoro in rapporto con quello che io sono. Infatti la prima premessa del lavoro è proprio la presenza di uno che dica: «io».