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Orione 18 - Camilla - Fondazione Sinapsi

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Un ortottista per amico

12 Dicembre 2019
La mia bambola si chiama Camilla, ha un vestito a righe bianche e nere. Ha i capelli neri, gli occhi grandi e un enorme sorriso. Camilla piace a molti bimbi. È per via dei suoi contrasti. Quelle righe bianche e nere e quelle labbra rosse possono essere viste da tutti, anche da chi non vede proprio tanto.
Orione 18 - Camilla - Fondazione Sinapsi

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Un ortottista per amico

12 Dicembre 2019
La mia bambola si chiama Camilla, ha un vestito a righe bianche e nere. Ha i capelli neri, gli occhi grandi e un enorme sorriso. Camilla piace a molti bimbi. È per via dei suoi contrasti. Quelle righe bianche e nere e quelle labbra rosse possono essere viste da tutti, anche da chi non vede proprio tanto.

Camilla è una bambola usata dall’ortottista per attrarre quei bambini con deficit visivi che compromettono già solo l’aggancio visivo. Camilla si fa vedere. Camilla si fa notare. Camilla fa sorridere per via del suo sorriso. Una volta agganciato visivamente, il bambino ci permette di valutare, giocando, se la sua fissazione è presente, se è stabile, il suo inseguimento visivo, i suoi movimenti saccadici. Accanto a Camilla ci sono delle palettine. «Sembrano quelle da ping-pong», direbbe un bambino. «Hanno strisce sempre più piccole», direbbe un altro. Queste permettono di valutare le capacità visiva dei bambini piccoli che non possono ancora dire cosa vedono. E per quelli che invece possono dirlo, cosa abbiamo? Dunque, abbiamo delle tavolette con quattro figure: mela, casa, cerchio e quadrato. Questo e molto altro è ciò che è necessario per una valutazione ortottica a un bambino ipovedente. Non è possibile utilizzare ottotipi comuni, ma bisogna utilizzare alcuni specifici con una determinata spaziatura tra le figure e un preciso numero di immagini per rigo. Sì, ma cos’è l’ipovisione? È una condizione patologica e irreversibile caratterizzata da riduzione dell’acuità visiva o compromissione del campo visivo o entrambi. Il paziente ipovedente può avere anche l’alterazione non solo della quantità di ciò che vede ma anche della qualità di ciò che viene percepito. Può essere compromessa la sensibilità al contrasto o la visione dei colori. L’alterazione di anche solo uno di questi fattori può determinare ipovisione. Queste alterazioni visive possono essere congenite o acquisite. Ma dopo la valutazione? Dopo aver individuato il residuo, che si fa? Si continua a giocare. Sì, perché con la stessa bambolina possiamo potenziare la fissazione, con due faccine disegnate, che io chiamo i miei amici Pasquale e Luigi, possiamo lavorare sulla capacità di spostare lo sguardo da un oggetto all’altro; muovendo una matita colorata possiamo migliorare un inseguimento visivo poco fluido. Favorire già solo uno di questi deficit favorisce il paziente, per esempio, a prolungare i tempi di applicazione. E questo cosa significa? Beh, prolungare questo tempo significa che se prima un paziente aveva difficoltà a fissare più di tre o cinque lettere — e quindi non riusciva ad avere una lettura funzionale — in seguito a questi esercizi riesce a leggere più lettere, più parole, più righi e anche interi testi. Nel caso di un piccolo paziente, possiamo vedere che riuscirà a giocare con la sua macchinina, la muoverà lungo il tappeto perché è attratto, riuscendo a discriminarla e a seguirla bene. Spesso sono necessari degli ausili che vanno dalle particolari lenti ingrandenti a videoingranditori, oppure lenti con filtri colorati. Tutto questo per garantire il migliore sviluppo, nel caso di deficit congenito, o la migliore riabilitazione come nel caso di deficit acquisiti. È da sottolineare che il paziente ipovedente non è cieco. Infatti l’ipovedente ha un residuo visivo di cui molto spesso non è cosciente. È compito dell’oculista individuare il residuo visivo ed è compito dell’ortottista lavorare su tale residuo tanto da rendere cosciente il paziente e permettergli di utilizzarlo affinché possa migliorare il suo tenore di vita. Il bambino ipovedente non sa cosa significa vedere appieno. Per lui quello è il modo di vedere. Ci sono alcuni bimbi che riescono da soli ad attuare strategie di compenso, che sia camminare stendendo le mani o spostare il capo per vedere meglio. Altri invece non sono consapevoli del residuo e quindi vanno abilitati — e non ri-abilitati. È differente. Nei bambini si va ad abilitare una funzione che non ha ancora avuto modo di essere tale. Diverso è nell’adulto, in cui si va a ri-abilitare una funzione persa o che ha subito eventuale alterazione. Quando si valuta un bimbo non si sa mai cosa aspettarsi. Dalla postura, dal modo di presentarsi, questi piccoli pazienti possono davvero sembrare molto compromessi, ma una volta messi alla prova ci si sorprende delle loro capacità e si è estremamente motivati nell’affrontare insieme un percorso che vada a rinforzare ciò che può aiutare. È un percorso che non fa solo l’ortottista. Ma nemmeno l’ortottista e il bambino. Sono anche i genitori quelli interessati, insieme a zii, parenti, amici e insegnanti. Se abbiamo un deficit del campo visivo a sinistra, possiamo ad esempio far sapere all’amichetto di banco che la penna sarebbe preferibile passarla dal lato destro per essere vista. È molto interessante lavorare sull’autonomia del piccolo paziente affinché si formi come persona, come individuo. Disporre piatti e bicchieri sul tavolo con particolari contrasti e in un modo preciso aiuta a essere autonomo a tavola. Da ortottista mi rendo conto della forza che si può creare con il piccolo che si ha di fronte. Tutto sotto forma di gioco. Mi devo staccare momentaneamente dall’essere adulta e mettermi a terra con il bimbo a raccontargli del mio cartone animato preferito. Così lui saprà che non sta parlando con qualcuno che lo sta valutando o osservando. Magari gli propongo il suo cartone preferito. Lui sa che abbiamo interessi comuni. Sarà così disposto a rilanciarmi quella macchinina lanciatagli qualche minuto prima, che adesso lui è rimasto a osservare. Ecco: sta osservando! Quindi stiamo facendo amicizia, perché gli parlo dei suoi interessi, mentre gli lancio un giochino e, nel frattempo, lui sta fissando. Ma nel momento in cui lui decide di rilanciarla sto valutando e favorendo la coordinazione occhio-mano e l’inseguimento visivo. Fare questo tipo di lavoro e dare tante piccole nozioni al bambino o alla mamma permette di rendere il bambino ipovedente indipendente, come già detto sopra, ma anche la mamma tranquilla nel vedere crescere il proprio bimbo non diverso dagli altri, autonomo e capace di trovare una soluzione a un’eventuale difficoltà.

per citare questo articolo

Margherita Santonastasio:

Un ortottista per amico,

n. 18 - Lavoro,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Era il 1970 quando, sullo sfondo delle note di Working class hero di John Lennon, usciva la legge n. 300/1970, conosciuta anche come Statuto dei lavoratori, recante «Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale dei luoghi di lavoro e norme sul collocamento».

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Quello che vorrei comunicare non è una teoria sul lavoro ma una riflessione, prima di tutto, sulla mia esperienza di lavoro in rapporto con quello che io sono. Infatti la prima premessa del lavoro è proprio la presenza di uno che dica: «io».