Dō è un suffisso usato spesso nelle arti marziali giapponesi per significare l’evoluzione dell’arte da pura e semplice tecnica di combattimento usata dai militari in tempo di guerra, a disciplina formativa praticata non più con finalità militare, bensì destinata a realizzare nel praticante, in tempo di pace, un’elevazione di tipo “spirituale” ed esistenziale, utilizzando la tecnica marziale come strumento di perfezionamento delle abilità e delle capacità psicofisiche del praticante. Il termine giapponese Shin, traducibile in Spirito, corrisponde all’evoluzione dell’interiorità, condizione che il praticante di arti marziali tradizionali raggiunge non tanto con la comprensione razionale della via del Budo, piuttosto con la formazione spirituale che predispone e accompagna la persona sulla via del Budo. Per acquisire lo Spirito del Budo, nella pratica delle arti marziali tradizionali nipponiche, la strada più diretta è quella dell’elaborazione autentica e sincera del sapere, quindi la via dell’interiorizzazione della conoscenza di sé e dell’altro da sé. Tale conoscenza è generata dalla formazione dello Shin e convertita gradualmente in comportamenti sempre più adeguati alle circostanze, sia sul Tatami inteso come Dojo, che nella vita. Per esaminare gli elementi che compongono la formazione spirituale del praticante, nei termini di una progressiva approssimazione all’idea di Shin, in questa breve trattazione sarà importante contemplare il ruolo del Sensei (Maestro) e il compito del Deshi (allievo), il significato della pratica individuale e collettiva svolta sul tatami considerato Dojo, la funzione della tecnica, il controllo della forma esteriore e interiore di corpo e della mente, infine le pratiche che possono preservare e rafforzare lo Shin, e quindi la sua scala evolutiva. La Via, componente dello Shin, richiede una sensorialità sviluppata: quasi un “organo” capace di “Vedere senza vedere, sentire senza sentire”. L’affinamento dei sensi, mai esercitato nel compiacimento della razionale definizione di sensorialità, è presupposto per crescere in direzione del soprasensibile. In questa condizione l’idea di Kufu (attenzione concentrata) oppure (concentrazione riflettente) fa si che il praticante, lungo la crescita spirituale conquistata con l’esperienza, possa passare dalla funzionalità fisiologica degli organi di senso (ben esercitati ma mai vissuti solo nella loro contingenza) alla sensibilità superiore, affinché gli stimoli superflui vengano gradualmente allontanati per dare spazio alla qualità della percezione. Questo stato presuppone che il praticante passi dal percepire al sentire, dal raziocinio all’intuizione, dalla quantità alla qualità, quindi dall’analisi alla sintesi, per apprendere intimamente l’arte di Morire con Vita. Con la premessa che vi siano i presupposti psicologici e interiori grazie ai quali l’allievo intraprende questo percorso, comprensivi della totalità del Ki (energia), concepita come energia vitale o impulso originale della vita, e che sia stata maturata la conoscenza della tecnica (Waza), dovrebbe subentrare il superamento dell’Io verso una forza che oltrepassa il volere dell’Io.
Sensei e deshi: Maestro e allievo
Sensei, il Maestro, e Deshi, l’allievo, rappresentano il paradigma della relazione tra chi indica e chi segue. Nel rapporto tra Maestro e allievo si manifesta l’efficacia del metodo che può essere non metodo. Il Maestro non insegna in senso letterale, (pur insegnando) piuttosto orienta. Egli assume un ruolo maieutico (ovvero aiuta l’allievo a trarre da sé le proprie risorse per svilupparle). I Maestri operano attraverso l’arte della disciplina marziale e per questo non si avvalgono della sola forma, bensì tendono all’essenza attraverso l’educazione al controllo della forma. L’ideale cui tende il Maestro che orienta l’allievo non prevede vuote aspettative, solo la dedizione alle sembianze di una verità intuita e attesa, mai pretesa. L’osservanza dei modelli e degli esempi è auspicata dal Maestro ma non confusa con la comprensione. Attraverso l’esercizio, il rispetto per la difformità, per la molteplicità delle applicazioni della tecnica, infine attraverso la conoscenza di se stessi e di chi ci circonda, nel rapporto talvolta anche necessariamente traumatico, sincero e naturalmente educativo, si manifesta il brano più completo e articolato della formazione dello Shin.
Coscienza, responsabilità, accettazione e spostamento del limite
La psicologia del Budo e la crescita dello Shin richiedono di superare molti livelli di coscienza. Questo percorso inizia anche non consapevolmente nel praticante, fin da subito, già quando egli si accosta per la prima volta alla disciplina, e non si conclude mai, perché lo accompagna per l’intera esistenza, lungo la pratica assidua dell’arte marziale e lungo la naturale trasformazione che tale pratica permette, nelle forme più o meno evolutive, all’essere. La coscienza non è esattamente razionalizzazione fine a se stessa di uno stato psichico, piuttosto è assunzione di consapevolezza che si esprime in un rapporto equilibrato tra ragionamento logico e sentimento.
In tal senso la relazione tra percezione istintiva del buon assetto mentale e fisico e l’acquisizione di coscienza nell’assimilazione delle tecniche, portano alla comprensione delle proprie possibilità, passando attraverso esercizio e verifica costante della propria stabilità emotiva, fisica, mentale, interiore.
Questa condizione nasce da un alto livello di concentrazione e da un buon controllo della forma, porta a vedere senza bisogno di vedere troppo analiticamente e a sentire cosa è meglio fare con sensibilità accresciuta ma mai con fuorviante ipersensibilità. Questo nell’esercizio delle tecniche, in allenamento, nella percezione dell’avversario e nell’assimilazione degli insegnamenti del Maestro. Ad un livello avanzato di pratica si richiede un’accresciuta attenzione interna e una concentrazione correttamente orientata al presente (Zanshin) e ciò risulta possibile solo grazie ad una costante applicazione alla disciplina. La percezione del limite non è rassegnazione al limite stesso, piuttosto consapevole relazione con esso e sforzo per spostarne il confine. L’evoluzione nel controllo della forma e il miglioramento dell’efficacia della tecnica dovrebbero accostarsi sempre al perfezionamento interiore. Praticare un’arte marziale significa cercare di migliorare accettando con sincerità la realtà della nostra imperfezione.
In diverse età e condizioni fisiche, anche in caso di disabilità, il praticante ha l’opportunità di conoscere concretamente i concetti di variabile, di costante, di evoluzione. Il corpo non resta lo stesso poiché è nella natura delle cose la sua trasformazione: costante allora deve essere l’impegno del praticante, rivolto al raggiungimento graduale di stadi e stati evolutivi dell’essere, coadiuvati proprio dalla pratica della disciplina. Semplicità e assiduità sono i valori di questo percorso che vede indivisi pratica e praticante. Così, forse, si può immaginare che Dojo e Shin rappresentino l’incontro tra vita pratica (espressa nell’ordine e nel rispetto delle regole della disciplina) e vita dello spirito (espressa nell’attraversamento fluido dei diversi stati evolutivi) e si può sperare che tutto ciò conduca, per approssimazione costante, all’incontro, percepito e non definito, tra reale e ideale, esattamente come avviene nell’interiorizzazione, autentica, di un’Arte.