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Uomo diversamente umano

29 Aprile 2019
Durante i giochi olimpici del 2012 l’atleta giamaicano Bolt ha corso i 100 metri in 9 secondi e 63 a una velocità media di 38 km orari; inoltre ha corso i 200 metri in 19.32 secondi e con la sua squadra ha corso una staffetta di 400 metri in 36,84 secondi segnando un record mondiale.

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Uomo diversamente umano

29 Aprile 2019
Durante i giochi olimpici del 2012 l’atleta giamaicano Bolt ha corso i 100 metri in 9 secondi e 63 a una velocità media di 38 km orari; inoltre ha corso i 200 metri in 19.32 secondi e con la sua squadra ha corso una staffetta di 400 metri in 36,84 secondi segnando un record mondiale.

Bolt ha infiammato gli animi ampliando i confini di ciò che il corpo umano è in grado di raggiungere sfidando la nostra stessa capacità di comprensione. Nelle stesse Olimpiadi di Londra un altro atleta sudafricano, Oscar Pistorius sfidava la capacità umana di comprensione, entrando nella storia come il primo essere umano doppiamente amputato. Pistorius ha corso con arti di carbonio tenendo testa ai bipedi naturali portando agli onori della cronaca una performance, per cosi dire, diversamente umana. In questo caso il rapporto dell’uomo con la macchina diventa materia delicata, abbandona infatti la disputa del chi governa chi, dal momento che è proprio la linea di demarcazione tra uomo e macchina a slittare. Dove finisce l’organico e inizia l’inorganico, fin dove è carne e quando inizia il metallo, dove inizia e dove finisce il circuito elettronico e dove il sistema nervoso? Le domande possono sembrare inquietanti, abituati come siamo a dare sempre e comunque centralità all’umano, a ritenere più o meno consapevolmente l’uomo vitruviano ancora il centro dell’universo. È proprio il Rinascimento italiano rappresentato da Leonardo Da Vinci che ha elevato la perfezione corporea a simbolo della capacita dell’uomo di evolversi verso valori intellettuali e spirituali autoregolati. L’Europa è stata il centro di questo Universo in quanto luogo originario del potere della ragione e depositaria dell’ideale di civilizzazione. Come ideale di civilizzazione, l’umanesimo ha alimentato i destini imperiali della Germania del XIX secolo, della Francia e della Gran Bretagna. Secondo la concezione umanista il soggetto equivale alla coscienza, alla razionalità universale, mentre l’altro è la sua parte negativa e speculare. La nozione di differenza diventa importante perché è una differenza intesa in senso peggiorativo, significa inferiorità e dal punto di vista delle persone marcate come “altre” ha prodotto marginalità e esclusione. Questi “altri” hanno sollecitato, infatti, domande circa il potere e l’esclusione: i pensatori anti coloniali hanno per esempio problematizzato il primato della bianchezza come canone di bellezza estetica. La teologia femminista ha prodotto resistenza critica sia nella tradizione cristiana (Keller 1998) che in quella ebraica fino a Luce Irigaray che nella sua concezione femminista della natura umana ha evidenziato che il presunto ideale astratto di uomo simbolo dell’umanesimo classico non è altro che il maschio della specie, bianco, europeo, bello e normodotato “sulla cui sessualità non si può congetturare molto, sebbene molte speculazioni riguardino quelle del suo pittore Leonardo da Vinci” (Rosi Braidotti). È necessario dunque un cambiamento di prospettiva se non proprio un esodo dalla concezione dominante di uomo signore incontrastato del creato poiché anche se sappiamo che questo modello di uomo è stato ampiamente criticato proprio a causa della sua parzialità e se riuscissimo a trovare connessioni tra effetto-serra, condizione della donna, dei disabili, razzismo, consumismo frenetico, omofobia non troviamo un pensiero forte che accompagni la necessità di costruire relazioni tra singolarità complesse necessariamente interdipendenti.

per citare questo articolo

Francesca Porrari:

Uomo diversamente umano,

n. 8 - Lo sport,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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