Però il non guidare mi dà anche un piccolo vantaggio: quello di non dover fare da navigatore e di poter dormire un po’ più degli altri. Una follia quel viaggio a Berlino, per andare a vedere la finale di Champions League in cui la Juve ha perso contro i marziani del Barcellona, uscendo però a testa alta perché — e mi perdonerete il gioco di parole — è riuscita comunque a tener testa a Messi e compagni. Un viaggio che non avrei dovuto fare e che solo l’amore per due colori, il bianco e il nero, e il fatto che ho qualcosa di bacato nella testa mi ha fatto invece intraprendere. Questo, più il dettaglio non trascurabile della mia compagna che, incinta di quasi sei mesi, mi ha lasciato partire nonostante tutto e se n’è rimasta da sola a Roma, lei che si era appena trasferita in Italia con me dalla Lettonia. Quando ho saputo che la Juve avrebbe giocato la finale di Champions di Berlino all’inizio neanche ero sicuro di voler provare a prendere un biglietto. Avevo un matrimonio quel sei giugno, un matrimonio cui comunque tenevo a partecipare. Poi però, quasi per scherzo, mi informo con l’ufficio stampa della Juve per sapere se ci fossero biglietti riservati ai disabili. La loro risposta: «No, però possiamo bloccarti un biglietto per 280€ più un altro, sempre per 280€, per un accompagnatore.» A quel punto mi arrovello nel dubbio esprimibile con una frase che ricalca il titolo di un famoso libro di Lenin: «Che fare?» Parlo con un paio di miei amici che avrebbero tanto voluto andare a vedere quella partita, ma per tutti e due il prezzo del biglietto più viaggio è proibitivo. Allora cosa avrebbe fatto una persona sensata? Avrebbe lasciato perdere, e se ne sarebbe andato al matrimonio, guardando la partita su una qualche tv o su un maxi schermo. Ma no, io mi sono detto, proviamo con Blablacar, per quei pochi che non lo sapessero già è quel servizio online che ti permette di trovare passaggi offerti da chi deve andare in macchina da un posto a un altro e vuole condividere il tragitto, e perché no anche le spese, con altre persone. Ci saranno altri pazzi come me che organizzeranno una macchinata per amore della Juve, mi sono detto. E infatti ce n’erano. Mi metto d’accordo con Luca, il proprietario della Giulietta, e il venerdì sera partiamo insieme a lui, Vladimiro, Carlo e Salvatore. Io, abruzzese di nascita e romano di adozione, appena rientrato in patria da un soggiorno bruxellese di sette anni, in procinto di cambiare lavoro, diventare papà, cambiare vita, mi trovo in macchina con dei perfetti sconosciuti che in poco più di tre giorni diventano amici: due ragazzi di Campobasso, uno giornalista come me e uno vice sindaco di un piccolo comune molisano, un elettrauto di Cerignola (provincia di Foggia) e un tabaccaio di Barletta. E fra video e canzoni sulla Juve, soste panino caffè e sigaretta per loro (solo panino e caffè per un accanito non fumatore come me) e tante tante chiacchiere, fra una coda al Brennero e una birra e un wurstel in Baviera, dopo diciotto ore di viaggio arriviamo a Berlino. Il tempo di recuperare i biglietti in un hotel e di farci un’oretta scarsa di sonno e via verso lo stadio. E qui ecco l’altra follia: siccome avevamo tutti biglietti in settori diversi, mi trovo a vedere la partita da solo, in mezzo ad altri sconosciuti. Non chiedo al papà con bambino seduto vicino a me di farmi la telecronaca, perché disturbarlo? Mi affido totalmente all’atmosfera dello stadio. Di quella partita non so niente, mi sono rifiutato di rivederla in tv anche se l’avevo registrata, ho sentito i gol solo dalle urla delle rispettive tifoserie, ho cantato e basta. Sull’uno a uno, per i quindici minuti in cui la Juve ha provato a vincerla, per quel quarto d’ora che storicamente era il quarto d’ora granata e che invece sembrava aver preso proprio i ragazzi di Max Allegri, in quei momenti in cui c’era la speranza dell’impresa, ho cantato a squarciagola come se dovessi perdere la voce lì, sulle gradinate dell’Olympia Stadium di Berlino. E poi, finita la partita, assistito alla premiazione in cui Messi e compagni alzavano la coppa dalle grandi orecchie, mi sono rincontrato con i miei compagni di avventura e mestamente ce ne siamo tornati verso l’albergo, un kebab e a letto a rimuginare su quel rigore di Pogba non dato, su quel che poteva essere e non era stato. Mestamente sì, però comunque con la convinzione di aver atto un viaggio insieme che ce lo ricorderemo per tutta la vita, con tante risate, una piccola delusione, e tanto amore per i colori bianconeri. P.S. Ho anche imparato qualche frase di barlettano, un dialetto che non contempla l’esistenza di vocali e che sta all’italiano come un viaggio simile sta all’idea di buon senso.
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Perché si viaggia? Per conoscere nuove culture o vedere altri mondi? O forse per conoscere meglio noi stessi?