Mettersi in cammino, partire, oltre-passare l’orizzonte, osservare e per-correre paesaggi, sostare nell’ozio di un incontro, oppure nella solitudine della contemplazione, andare via in lacrime, poi ritornare, ripartire e andare ancora, sono azioni attraverso cui ogni uomo è destinato a incidere e a lasciare traccia di sé, nello spazio e nel tempo. Nel movimento perpetuo della esistenza, in compenetrazione con le cose, in un rapporto di reciproca definizione sistemica con il mondo, l’essere umano non solo attraversa i sentieri scelti, ma è al tempo stesso trasportato, attraversato dalle cose e dai luoghi che abita; da un caleidoscopio di“presenze” che rivelano nei fatti il loro potere di “parlarlo” e di“parlargli”. Il mondo degli elementi e dei suoni – quello degli alberi e degli uccelli, delle nuvole e delle stelle, delle pietre e della terra, del vento e del mare, ecc. -, ogni istante diverso, si dispone attorno all’uomo aiutandolo ad andare “oltre” e “altrove”. Oggetti e cose – non solo le altre persone – rivelano così il loro potere maieutico, sollecitando l’essere umano ad entrare in contatto con se stesso, a rimirare i paesaggi dell’anima. In viaggio, i brividi di un suono richiamano così il carillon dell’infanzia, la vista di una luna piena rievoca il sapore del seno materno, lo sfioramento di una mano ricorda il viso di una donna amata, il sapore di un calice richiama ancora l’ebbrezza di una notte d’estate. In ogni istante secondo una grammatica differente, come un’impalcatura metaforica, le cose si dispongono tramanti attorno all’uomo aiutandolo a ridefinire i propri vissuti – sostenendone il peso – in nuove costellazioni interiori. Per questo motivo, innanzitutto, il viaggio è “crisi” (dal gr. krísis, “separazione”), bilico fecondo, esperienza esotica,e-statica, de-situante, disorientante; ed ogni cammino, ovunque sia protratto, è in quanto tale terapia (therapeía, “sostegno”) naturale, dialogo costante con il mondo: vocazione, perciò. Il viaggio, in termini altri, si fa, se meditato, occasione di illuminazione e di scoperta, possibilità di varcare la soglia di sé e di “intuire” (dal lat. intueri, “vedere e andare dentro”) nuove direzioni possibili; in un movimento interminabile di curvatura clinica sulla propria esistenza. Esso diviene occasione di esplorazione attenta dei luoghi che compongono la sterminata geografia della propria interiorità. Nel viaggio, infatti,l’essere umano viene aiutato a “chinarsi” su se stesso; quindi, a ri-visitarsi in anamnesi (dal gr. anámnesis, “ricordo”); a “scartare” il cuore profondo di sé, per lasciar cadere al suolo, come foglie d’autunno già lette, ogni involucro ingiallito; a compiere il “passaggio” da ciò che è visibile ed esteriore a ciò che è invece invisibile ed interiore della sua storia, da un livello di trasparenza ad uno di sostanza (dal lat. substantia, “ciò che sta sotto”) e di latenza; ancora, a ri-flettere su di sé, a cogliere le “linee di fuga” della sua storia passata, presente e futura; in definitiva, ad analizzare in profondità il proprio “patimento” (dal gr. páthos) e a tradurlo in “discorso” (loghía). Il viaggio diventa così metodo (dal gr. méthodos, da metahodós, “la strada che si percorre”): occasione preziosa per una Cura autentica dell’anima; percorso tonificante ed animante, di umanizzazione dell’uomo; esperienza tras-formativa e morfo-genetica; ancora, e soprattutto, erranza divertente, movimento proficuo di errori e di tentativi. Nell’andare “a piedi”, infatti, si strutturano gradualmente le regole grammaticali della propria esistenza. In vagabondaggio, il mondo diventa un foglio ri-ciclabile dai righi tortuosi, un supporto instabile su cui il passo esercita pressione disegnando, come “filo d’inchiostro” in grado di dipanare in racconto gioie e dolori, la geografia composita di un’anima. Nella lentezza del passo, il corpo si trasforma così in strumento tracciante”. Tra “tratti” e “punti fermi”, il movimento si fa scrittura in corsivo di sé, entro i margini ogni volta ridefinibili degli orizzonti di vita; estetica di sé, ricerca – seppur sempre temporanea – di un’etica d’approdo; praemeditatio malorum per un’uscita feconda, in resistenza, dal labirinto infinito di dentro. Il viaggio è perciò occasione di “parto”; impresa, che ringiovanisce e ri-genera, di ri-creazione e di messa “in forma” di sé; movimento sinuoso dal potere antalgico, in grado di lenire nostalgie e malumori. In qualunque istante, nella luce fioca di un bivacco o nel sole caldo del mattino, è raccolta di pensieri bradi e rapsodici, alba d’un nuovo pensiero. Nel tentativo di ridonare nuovo corpo alla propria storia, ancora, è opera di tessitura dei “brani” del proprio passato; recognitio sui e ricerca d’infanzia. In questo senso il viaggio, nella provvisorietà della permanenza, è altresì crocevia di storie diverse; nello spazio candido del silenzio, occasione di ascolto della sofferenza più intima dell’essere umano: in accoglienza, quindi, “luogo” ameno di progetti e di speranza, di parabole e di ristoro.
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Perché si viaggia? Per conoscere nuove culture o vedere altri mondi? O forse per conoscere meglio noi stessi?