Io lavoro da tanti anni come educatore, e il viaggio è per me una grande occasione per aiutare ad elaborare la separazione, parlo di quella dei ragazzi verso i loro genitori, ma anche di quella delle famiglie verso i loro figli. Dico questo perché tante famiglie non consentono ai loro figli di fare esperienze di viaggio adducendo diverse ragioni, ragioni che faccio fatica ad accettare. Ai genitori, durante i nostri colloqui pongo questa domanda: «Fino a quando?». In tutti i viaggi che ho fatto con i ragazzi con sindrome di Down, che seguo presso l’associazione AMSAT di Rabat, registro dei video, cercando di catturare con la videocamera i momenti più emozionanti e una volta rientrati, invito le famiglie a guardare le immagini che documentano l’esperienza dei loro figli. In tutti gli incontri e senza nessuna eccezione, i genitori manifestano il loro stupore verso il comportamento dei loro ragazzi: sono colpiti dalla loro spontaneità e dalla loro indipendenza e mi chiedono: «Ha veramente mangiato questa verdura?» «È vero che ha piegato la coperta?», «È vero… È vero…?». E io semplicemente rispondo: «Si, è lui che l’ha fatto, e può fare molto più di questo». I genitori allora a questo punto immancabilmente mi chiedono: «Qual è il segreto di tutto ciò?». La risposta che mi sembra più adeguata è: «la considerazione». Questa mia risposta parte da una riflessione, che ho fatto in questi anni, in cui credo fermamente: se noi guardiamo le persone con una qualsiasi disabilità con aspettative positive, queste si comporteranno in modo fiducioso, nonostante i limiti. Non è quindi una questione di «handicap», ma una questione di sguardo, di come poniamo il nostro sguardo su di loro e di quanto crediamo nelle loro potenzialità. Spesso è proprio durante i viaggi che i ragazzi possono incontrare persone che non si rapportano con il loro «handicap» ma che, senza pregiudizi, si aspettano da loro comportamenti comuni a tutti noi: parlo della signora del supermercato, dell’autista dell’autobus, del controllore del treno… Il viaggio permette di portare un’azione di sensibilizzazione che coinvolge tutti: permette ai giovani con disabilità di uscire dalle associazioni, dai centri, dalle scuole e agli altri di avvicinarsi alla disabilità, condividendo esperienze comuni , in tutte le situazioni e i luoghi della vita: al mercato, in aereo, in strada, al cinema… Tanti sono gli episodi che mi hanno emozionato e divertito durante i nostri viaggi in Marocco, in Italia, in Francia… Poco prima di partire per la città di Carhaix in Francia, ho organizzato una riunione con i ragazzi e le loro famiglie per discutere insieme tutti i dettagli del viaggio e per far preparare i passaporti. Uscendo dalla riunione un papà mi ha fermato e mi ha confidato che lui il passaporto ce l’ha da ben 40 anni, ma non ha mai avuto l’occasione di utilizzarlo e adesso è il suo figlio più piccolo e disabile che riesce a realizzare il suo sogno di prendere l’aereo e di andare lontano… Dopo un altro viaggio, questa volta in Italia, nell’ambito di uno scambio conl’associazione AIPD di Belluno, al nostro ritorno, tutte le famiglie e i conoscenti dei nostri ragazzi hanno chiesto loro: «Cosa avete visto in Italia? È buona la pizza? Com’è Venezia? Avete preso la gondola? Cosa ti è piaciuto di più?» Molti dei ragazzi hanno risposto: «Mi è piaciuta Maria!» Più di ogni cosa i ragazzi si ricordavano della bellissima educatrice Maria a dimostrazione del fatto che ciascuno si arricchisce delle esperienze emotive a cui può accedere, siano esse relazionali, esperienziali o culturali. Durante il viaggio cambiano i luoghi che frequentiamo, scopriamo nuove culture, ma è soprattutto l’incontro umano tra persone diverse che ci tocca profondamente. Ricordo che una volta abbiamo accompagnato un ragazzo a casa dopo una settimana passata in una località del Marocco, Abdellatif. Non ha nemmeno avuto il tempo di appoggiare lo zaino per terra che subito è corso al bar per incontrare gli amici e raccontare tutto quello che aveva visto e ha potuto vivere l’emozione che anche lui aveva delle cose da dire che gli altri non conoscevano. Questo per dire che i viaggi possono essere una finestra per i giovani verso altri luoghi e altre persone e possono far vivere momenti di felicità sia a chi ha vissuto l’esperienza sia a chi ne ascolta i racconti. Sono convinto che in tutti i miei viaggi parto con un gruppo di persone e torno con delle persone completamente cambiate, e non lo dico solamente io, tutti i genitori se ne rendono conto. Mi ripetono sempre che dopo un viaggio i giovani si svegliano presto, si lavano i denti, apparecchiano la tavola, si fanno il letto, sono più…vivi e più consapevoli delle loro possibilità!
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Perché si viaggia? Per conoscere nuove culture o vedere altri mondi? O forse per conoscere meglio noi stessi?