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Viaggio nel buio

6 Maggio 2019
Avvicinarsi al mondo dei non vedenti è un’esperienza forte, carica di emozioni, che mette in discussione la normale “visione” della vita.

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Viaggio nel buio

6 Maggio 2019
Avvicinarsi al mondo dei non vedenti è un’esperienza forte, carica di emozioni, che mette in discussione la normale “visione” della vita.

Il buio solitamente rappresenta una dimensione sensoriale che fa paura, che può riempirsi di pericoli e immagini terrificanti: questo i bambini ce lo insegnano quando vogliono addormentarsi con la luce accesa, per non perdere il controllo della realtà che li circonda, non essendo ancora in grado di evocarla con il pensiero. La vista quindi rappresenta un senso che risulta determinante per la conoscenza e il controllo del mondo reale, che ci consente di formare il gusto estetico e lo rende condivisibile con gli altri.Gli altri sensi sembrano meno determinanti e spesso vengono utilizzati in modo inconsapevole e poco integrato: una persona, un oggetto, un panorama, innanzitutto lo si guarda, poi lo si tocca, se ne percepisce il profumo e sull’insieme di queste sensazioni si costruisce un concetto, un giudizio, un’emozione. Tutto ciò sembra impossibile senza poter guardare, ma questa convinzione cade nel momento in cui si scoprono le grandi capacità e sensibilità delle persone che non possono utilizzare la vista come canale privilegiato per conoscere. Il buio diventa uno spazio che può essere animato da persone e cose conosciute attraverso altri canali, senza perderne il valore e la concretezza: si può apprezzare la natura e amare relazionarsi con gli altri, prescindendo da come sono fatti esteriormente. L’udito, l’olfatto e il tatto si integrano tra loro per fornire tutti gli elementi necessari alla conoscenza del mondo circostante. Una possibilità di fare un’esperienza da “persona non vedente” è data da una mostra organizzata dall’Istituto dei Ciechi di Milano: “È un percorso che si compie in totale assenza di luce, accompagnati da esperte guide non vedenti. Un viaggio di oltre un’ora nella completa oscurità.” È ovvio che non ci sia né la possibilità, né la pretesa di capire veramente cosa significa non vedere: il non utilizzo di un senso, così importante per noi, ci fa sperimentare solo la consapevolezza del limite, ma il nostro pensiero si è formato da “vedenti” e certo non può modificarsi con la limitata esperienza di una mostra. Tuttavia è interessante provare a riacutizzare gli altri sensi per orientarsi e immaginare ciò che già conosciamo in un’ottica diversa in cui il tatto, l’olfatto e l’udito sono gli unici strumenti a disposizione. Per me fare questa esperienza ha significato, oltre che fare un viaggio al buio, anche fare un viaggio nel mio mondo interno: la realtà esterna è stata inghiottita dal nero profondo e ho dovuto faticosamente ricostruirla attraverso le mani e l’ascolto della voce della guida. È stata un’esperienza di regressione ad una fase infantile in cui tutto è sconosciuto e ci si affida totalmente all’adulto che ti guida e ti orienta, l’autonomia viene meno per lasciare il posto alla dipendenza. Superato il primo momento di smarrimento, in cui ho continuato ad aguzzare inutilmente la vista nel vano tentativo di decifrare quello che mi circondava, ho cominciato a sperimentare quanto il toccare e l’ascoltare mi potessero aiutare ad orientarmi, inizialmente solo per proteggermi da immaginari pericoli e poi, proseguendo il viaggio, per vivere intensamente le sensazioni che provavo e così il rumore del traffico cittadino, il fischio di un treno, lo scorrere dell’acqua di un ruscello, il profumo del fieno e il dondolio instabile dell’attraversamento di un ponte, potevano farmi ricostruire il pensiero di una realtà fatta di suoni, forme e profumi che evocavano immagini conosciute. Acquisita una maggiore sicurezza nel muovermi, hanno cominciato a diventare presenze significative anche le altre persone che stavano facendo con me la stessa esperienza: non potevo sapere con un semplice sguardo se erano giovani o anziani, eleganti o trascurate, bionde o more e quindi integrare tutte le informazioni visive che normalmente vengono utilizzate, in un primo momento, per conoscere gli altri: erano entità esteticamente astratte, ma non per questo meno reali. Le diversità di genere, di età e di status non potevano costituire elementi di unione, né barriere di separazione, restavano il piacere di comunicare per condividere le sensazioni e la solidarietà nell’aiutarsi in una condizione comune di non autonomia. Uscire dal buio mi ha dato sicuramente una sensazione rassicurante, sono però rimaste le riflessioni che questa esperienza mi ha lasciato: ho acquisito una maggiore consapevolezza di quanto sia non solo utile, ma anche piacevole, potersi relazionare con chi non vede attraverso altri canali che acquistano una forte valenza comunicativa. La necessità di toccare e farsi toccare, di utilizzare le parole con una funzione descrittiva e di accompagnamento all’esperienza, diventano un vissuto comune e non una semplice necessità di supplire una mancanza dell’altro. Il sapere che l’altro non vede consente di sperimentare un dialogo intenso e significativo in cui la reciprocità delle comunicazioni è fonte di arricchimento e di superamento di un limite che da barriera alla relazione diventa opportunità di conoscenza reciproca.

per citare questo articolo

Stefania Lauri:

Viaggio nel buio,

n. 5 - Viaggio in un mondo fantastico,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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