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Il tempo dona ogni cosa

6 Maggio 2019
Il tempo è un’emozione, ed è una grandezza bidimensionale, nel senso che lo puoi vivere in due dimensioni diverse: in lunghezza e in larghezza. Se lo vivete in lunghezza, in modo monotono, sempre uguale, dopo sessant'anni, voi avete sessant'anni.

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Il tempo dona ogni cosa

6 Maggio 2019
Il tempo è un’emozione, ed è una grandezza bidimensionale, nel senso che lo puoi vivere in due dimensioni diverse: in lunghezza e in larghezza. Se lo vivete in lunghezza, in modo monotono, sempre uguale, dopo sessant'anni, voi avete sessant'anni.

Se invece lo vivi in larghezza, con alti e bassi, innamorandoti, magari facendo pure qualche sciocchezza, allora dopo sessant’anni avrai solo trenta anni. Il guaio è che gli uomini studiano come allungare la vita, quando invece bisognerebbe allargarla…(Luciano De Crescenzo) Non c’è tempo che non parli di noi. Eppure sembrerebbe, affrontando il tema dell’interrelazione tra dimensione temporale e disabilità, che essa riempia la totalità del discorso di coloro i quali ne entrano in contatto. Un tempo pieno, dunque, autoreferenziale e centrato su di sé, un tempo scandito dalla ripetizione, che lo rende difficile da trascorrere, e troppe volte impossibile da vivere. La persona disabile si trova sospesa in una condizione limale, alla soglia tra aspetti che attengono naturalmente alla malattia, e altri che spingono verso una dimensione fortemente vitale, nonché ad una normalizzazione, compito il più delle volte affidato alla famiglia, e anche ai servizi ad essa correlati. Un tempo pieno dunque, rivolto costantemente alla preoccupazione per il dopo. Un futuro anteriore che scansiona il presente, svuotandolo dal profondo significante che lega il tempo all’incontro con il reale. Ci soddisfa il nostro presente? E soprattutto, sentiamo di viverlo? Domande che rendono conto, come una cartina tornasole, del senso profondo di un tempo soggettivo, il nostro. Un tempo che corre il rischio di mantenerci in una posizione di immobilità, come quello di Kronos, che demolisce i suoi stessi figli per non farsi superare da essi, un tempo dunque che ci divora, in cui siamo immersi e da cui non riusciamo a separarci. Ad esso fa tuttavia da contraltare Kairos, fratello minore di Kronos, sigillato sulla Terra in un corpo umano, costretto a vivere e reincarnarsi in infinite esistenze, condannato a mantenere vivi i suoi ricordi senza la possibilità di poter dimenticare. A fronte di un tempo cronologico, ecco dunque affacciarsi un tempo logico, quello in cui qualcosa di speciale è pronto ad accadere. Come identificare questo qualcosa? Come un’ opportunità favorevole, una parola che ci interroga, un attimo che si dilata attraverso i nostri ricordi, che regola la nostra vita, plasmandola o rimodulandola. Il tempo è una cultura che evolve attraverso le nostre conoscenze. Per la fisica, il tempo è l’entità all’interno della quale è possibile definire una successione di eventi misurandone la durata, compreso tra un istante iniziale e uno finale. Un innesto oggettivante su cui si poggia, dietro l’apparente naturalità della scorrevolezza temporale, il nostro vivere soggettivo, quello scandito da tempi infinitesimale che ci paiono non concludersi mai, oppure semplici istanti che risuonano nella nostra vita, finanche per tutta la nostra vita. Come descritto da Galimberti, quando finisce la fisica inizia il tempo, mettendo dunque in gioco l’incontro suggestivo tra l’oggettività di una misurazione biologica e la soggettività dei vissuti intrapsichici degli individui. L’oggettività della scienza che dunque pare reclamare lo sguardo soggettivo di chi vive il proprio tempo, riempiendolo di scansioni personali. In questa retrospettiva la psicoanalisi ci offre un punto di vista interessante, soprattutto attraverso l’apporto di Jacques Lacan. Egli, infatti, postula il meccanismo di anticipazione-retroazione, un tempo che ha da reggersi sul futuro, in cui il momento della decisione anticipa quello della comprensione. La retroazione di esperienze passate, a fronte di quelle future, ci permette di accedere a una dimensione nuova, quella dell’incontro, una dimensione temporale di sorpresa, in cui è l’elaborazione dei nostri vissuti a permetterci di presentarci all’appuntamento con le nostre scelte. Non c’è dunque tempo che non parli di noi, in quanto è il nostro vissuto, reale e psichico, a raccontare del nostro tempo, che si scansiona cronologicamente secondo parametri comuni, condivisibili, ma che rende conto di una storia personale e unica. Una giovane paziente, intimorita a un primo colloquio, dice di non avere un vissuto impegnativo, e quindi di aver difficoltà a capire il perché di tanto malessere. Ecco, ci hanno insegnato ad aspirare a un tempo indeterminato, a distinguerlo dal tempo libero, limitato all’ora d’aria dei reclusi, a sezionarlo e suddividerlo per farci rientrare i nostri impegni, a immortalarlo attraverso immagini, che rendano testimonianza del nostro impegno a vivere, a dimenticarcene, quando ai nostri ricordi fa troppo male averne memoria. Ci è stato insegnato a vivere il nostro tempo? A fare i conti con le scansioni sincroniche della nostra esperienza soggettiva? Ogni vissuto è impegnativo, per rispondere alla domanda implicita che mi è stata posta, laddove esso renda conto di un tempo pieno, il tempo di poter non solo raccontare, ma forse soprattutto incontrare, e soprattutto desiderare di incontrare la nostra storia.

per citare questo articolo

Federica di Martino:

Il tempo dona ogni cosa,

n. 4 - Il tempo,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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La questione dell’utilizzo delle nuove tecnologie nella didattica non è nuova. Domande come: quando mio figlio potrà iniziare ad usare il PC? È il tempo di usare la barra braille? Quando potrà usare la posta elettronica? Sono solo alcune delle domande che spesso genitori e insegnanti ci pongono quando i ragazzi con difficoltà visiva iniziano il loro percorso scolastico.