Skip to content

|

Compagni di banco

23 Aprile 2019
Da quando veniamo al mondo siamo confrontati a dei confini; alcuni sono geografici, ma tanti altri sono virtuali e purtroppo questi ultimi rimangono i più difficili da oltrepassare.

|

Compagni di banco

23 Aprile 2019
Da quando veniamo al mondo siamo confrontati a dei confini; alcuni sono geografici, ma tanti altri sono virtuali e purtroppo questi ultimi rimangono i più difficili da oltrepassare.

Crescendo si scopre che il numero dei confini che ci circonda non dipende solamente da dove siamo nati, ma anche da chi siamo nati! Se prendiamo il caso di chi nasce in una famiglia europea, di classe sociale medio alta, i confini si riducono a quelli che separano un continente dall’altro, spesso facili da oltrepassare, difatti basterebbe comprare un biglietto aereo o chiedere un visto che non viene quasi mai negato. Invece, venendo al mondo in Africa o in Sudamerica o nel Sud-Est asiatico, ci si ritrova subito rinchiusi in una casta, poi in una classe sociale, poi in un paese delimitato da frontiere tracciate da colonizzatori, scomparsi fisicamente ma onnipresenti economicamente. Quelle persone hanno poche possibilità di varcare quei confini, perché non ne hanno i mezzi e le loro richieste di visto vengono sistematicamente negate. Ovviamente, tra questi due estremi, esistono tante altre realtà più o meno difficili. Recenti dibattiti politici italiani hanno messo sotto i proiettori una categoria di individui che hanno varcato i confini fisici dei loro paesi di origine ma non hanno varcato quelli virtuali dell’accettazione completa nella società italiana. Questi rimangono di fatto ancora ai confini della cittadinanza. Si tratta dei bambini che sono arrivati in Italia in tenerissima età con i propri genitori alla ricerca di una vita migliore, di una società più aperta, di una reale libertà, che spesso manca in tanti paesi del terzo mondo. Alcuni di loro sono nati e cresciuti in Italia, senza aver mai conosciuto nessun altro paese, ma rimangono sempre cittadini di serie B, anzi non sono affatto cittadini. Tra questi bambini, confinati nella categoria stranieri, ci sono anche i miei. Bambini che vanno nelle stesse scuole, studiano gli stessi manuali, giocano negli stessi parchi, ma che sono separati dagli altri piccoli italiani da un confine invisibile, tracciato dalla burocrazia. Da mesi ormai un barlume di speranza per tutti questi bambini: una proposta di legge che permetterebbe loro di varcare quel confine e allinearsi con i loro coetanei italiani, nei diritti come nei doveri, per diventare finalmente cittadini. Si tratta della proposta di legge dello ius soli temperato, che permetterebbe ai ragazzi stranieri nati e/o cresciuti in Italia, al completamento di un ciclo di studi obbligatorio, l’ottenimento della cittadinanza. Un vero incentivo allo studio e alla partecipazione attiva nel paese in cui vivono e che sentono già il loro. Sfortunatamente la gioia di questi bambini e delle loro famiglia è stata effimera, data la feroce campagna politico-mediatica che si è eretta
contro questa proposta di legge, facendola naufragare al Senato. Per me, questa reazione negativa è stata rivelatrice di due grandi ipocrisie di una certa classe politica: Da un lato, la falsità dei discorsi in difesa della democrazia che si pretende di rappresentare nel mondo e che è stata, ahimè, esportata in certe parti del globo a suon di bombe. In realtà si dimostra di avere paura della democrazia quando rischia di non servire i propri interessi, altrimenti perché si vorrebbe impedire a tutti questi bambini di diventare cittadini italiani e avere finalmente il diritto di votare e scegliere chi li rappresenta e chi li governa come qualsiasi altra persona, non è questo il gioco democratico? Cosa si teme dando la possibilità a questi bambini di partecipare attivamente alla vita politica del paese in cui vivono? Dall’altro lato, la completa sfiducia nel sistema educativo italiano e nella sua capacità di trasmettere i valori repubblicani e civici e culturali italiani ai ragazzi che frequentano le scuole del bel paese, preparandoli a essere bravi cittadini, a prescindere della loro etnia o religione. Non è questa la scuola laica che si difende negli studi televisivi durante i dibattiti politici? Oppure si considera che un figlio di stranieri non ha le capacità intellettive per acquisire certi valori? Si sente veramente la pesante presenza dello spettro del razzismo. Ma non perdiamo speranza che questi bambini ai confini della cittadinanza, possano finalmente un giorno, varcare questa frontiera di paure infondate, promosse da ipocriti populismi, per arricchire il loro paese con il loro lavoro e le loro culture.

per citare questo articolo

Saifeddine Maaroufi:

Compagni di banco,

n. 12 - La linea di confine,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

INSERISCI COMMENTO ALL’ARTICOLO

In questo numero