Ma nel momento in cui si cerca di dare un senso più ampio a questo termine, che non sia solo geografico, allora tutto diviene fluido e ogni punto fermo sembra essere rimesso in discussione dal pensiero successivo: il confine tra il bello e il brutto, tra quello che è giusto e quello che è sbagliato, tra il normale e il diverso subisce variazioni consistenti, influenzato dallo spazio, dal tempo e dalla soggettività. La rigidità nella definizione di confine deve inevitabilmente essere messa in discussione: nasce la necessità di uno sforzo intellettuale che consenta di osservare le cose da altre prospettive, di contestualizzarle e uscire da una dimensione egocentrica nella quale un solo punto di vista, una sola cultura o religione o addirittura un solo parere soggettivo, assurgono a valori assoluti. Questo bellissimo esercizio, di mettersi nell’ottica dell’altro, rappresenta la grande opportunità che l’esperienza della vita, in relazione con gli altri, può offrirci. Arricchire il nostro mondo interno e varcare i confini del piccolo spazio fisico e mentale che ci appartiene, se apparentemente può essere rassicurante, in realtà spesso rappresenta un limite. La curiosità di conoscere ci spinge oltre il confine del noto, per addentrarci in altri mondi che divengono così più familiari. Conoscere le storie dei singoli individui che appartengono a realtà lontane dalle nostre, fa sì che si possano abbattere i muri che dividono loro da noi, smuovendo la capacità di comprensione piuttosto che la paura dell’estraneo. Ricordo la famosa fotografia del bambino morto annegato, adagiato su quella spiaggia che avrebbe dovuto rappresentare per lui un approdo sicuro, sacrificato nel tentativo di superare i confini di una esistenza senza speranza. Quella immagine cruda e terribile ha smosso le coscienze più di tante parole e numeri, quel bambino nella sua drammaticità, ha fatto cadere le barriere delle difese per immergerci nella realtà con un nome e una storia e, uscendo dall’astrazione, è diventato riconoscibile come un nostro bambino. I confini del nostro mondo possono restringersi o dilatarsi, includere o
escludere, liberarci o tenerci prigionieri nell’ignoranza e nel pregiudizio. La diversità ci chiama al superamento di quelle barriere di comunicazione che a volte non consentono il contatto con chi ci sta di fronte. Rischiando di farci arroccare entro i limitati confini del nostro mondo piuttosto che aprirli e includere nuove culture, nuove idee, nuove amicizie e far diventare noi stessi più grandi. Nel mio lavoro di terapeuta, ho sentito spesso persone con disabilità lamentare la difficoltà di raggiungere l’interlocutore bypassando il messaggio che il loro corpo comunica. L’inefficienza del corpo viene generalizzata e investe tutta la persona, che diventa così malfunzionante nella sua identità globale: un movimento disarmonico comunica paura per una imprevedibilità nel comportamento, un eloquio difficoltoso fa immaginare una incapacità di pensiero. Privati degli strumenti di comunicazione noti, ci sembra di non riuscire a valicare il limite della incomunicabilità; sembra che ci sia spazio solo per le emozioni di pena, di paura o di difesa. Anche questi sono muri da abbattere, limiti da valicare per lasciare spazio all’inclusione, termine oggi molto utilizzato nel mondo della disabilità, proprio per significare l’apertura delle barriere, per lasciar passare l’altro e consentirgli di essere accolto. Con questa apertura possiamo sperimentare il piacere di allungare lo sguardo oltre il noto, il convenzionale, e scoprire che, nella sua diversità, è l’altro che ci aiuta a spostare i nostri confini annettendo territori nuovi ricchi di interessanti esperienze.
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Per qualche anno ho scelto di vivere nel centro storico della mia città. Un luogo che sta cambiando pelle.