A questo punto il mio cervello ha smesso di registrare informazioni. Probabilmente se avesse detto «In TV ho visto…» o «Alla radio ho sentito…» non mi avrebbe impressionato più di tanto. Il potere esercitato dai media tradizionali sulla percezione della realtà era qualcosa alla quale ero già stato educato. Ma era il 2010, eravamo alla facoltà di architettura e la generazione immediatamente dopo la mia aveva appena iniziato ad abitare Palermo tramite Facebook.
BOOM!
Il social network al quale mi aveva fatto iscrivere Julia qualche anno prima — mentre studiava all’Università con Zuckerberg — era diventato un generatore di luoghi e di ubiquità. Lì succedono cose, si conoscono persone, si visitano posti. Si interagisce. Si è felici. Si ha anche paura a quanto pare. Si costruiscono significati. Si vive. In testa lampeggiano flash confusi di Heidegger sull’esperienza fisica come fondazione dell’abitare, Lynch sulla città come esperienza percepita e di Zumthor sull’architettura come celebrazione dell’esperienza sensoriale e dell’emozione come misura. Per quanto educato a progettare dal cucchiaio alla città, la missione dell’architetto è quella di creare contesti in cui accadono esperienze umane significative. Ma quanto l’esperienza di abitare la città può essere alterata attraverso internet e le nuove tecnologie?
RI-BOOM!
Il digitale è una frontiera di percezione con il reale, capace di aumentare la nostra esperienza cognitiva e fisica. E non servono risorse folli, né tantomeno chissà quali attrezzature. Basta un computer, una buona idea e saper programmare. Sì, l’ho pensato. Poi ho scoperto che non era esattamente come la favola di Zuckerberg. A quel punto mi sentii come John Belushi che vede la luce. Peccato che avessi appena iniziato un’impegnativa carriera come progettista/architetto/ingegnere esperto in efficienza energetica e bioarchitettura e che di lì a poco avrei anche iniziato un dottorato in Fisica Tecnica Ambientale sul tema della pianificazione energetica in ambiti urbani ai margini della globalizzazione. Ma se attraverso l’alterazione digitale della percezione fossimo in grado di modificare il modo di vivere le città? Migliorando i nostri stili di vita e, soprattutto, di consumo? Mi tornarono in mente le lezioni del master di Bolzano in cui veniva costantemente recitato il mantra: “noi possiamo anche progettare passive-house e smart cities, ma poi tutto dipende da come sono abitate.” E proprio in quei luoghi in cui i processi culturali necessari per promuovere il cambiamento sono più complessi, l’utilizzo di strumenti digitali può essere un potente propellente per accelerarli. Un estremo tentativo, forse, per consentire anche a future generazioni di vivere in un ecosistema ricco di vita. In un mondo che dà accesso a internet a più del 50% dei suoi abitanti, il digitale deve essere uno strumento per migliorare il modo in cui ci relazioniamo fra di noi, con i luoghi e con le risorse del pianeta. Quella sera — qui il racconto è ampiamente romanzato, ndr — chiamai Domenico, il mio amico esperto di roba informatica, e da qual giorno non abbiamo mai smesso di farci domande. Fondammo PUSH con Roberto, Mauro e Francesco nel 2013, dopo qualche anno si sono uniti a questa avventura anche Claudio, Alessia e Giuseppe. Un laboratorio di ricerca sul design per l’innovazione urbana e sociale. Studiamo nuove soluzioni per aumentare l’esperienza di vita urbana con valori sociali, culturali e ambientali. A Borgo Vecchio a Palermo, insieme all’associazione XEsempio e l’artista Ema Jons, abbiamo promosso e organizzato laboratori di streetart per bambini attraverso una campagna di crowdfunding. In Abruzzo, insieme ad Agenzia dell’Abitare e Confcooperative Habitat, stiamo riprogettando il processo per rispondere alla domanda abitativa attraverso una piattaforma web. In sei città in Europa, insieme a partner pubblici e privati, stiamo lavorando per sensibilizzare le comunità locali al valore della mobilità attiva e sostenibile attraverso un gioco per smartphone. Il digitale è solo uno strumento. Social, web e app non saranno mai, per sé, il luogo della soluzione. Anzi. Un loro uso scriteriato crea soltanto alienazioni e psicosi simili a quelle create da un certo tipo di architettura e urbanistica. La soluzione è solo quella di cercare, con tutti i mezzi a disposizione — web, app, muri, palazzi, giardini… — di offrire significati, opportunità e contesti dove poter essere felici. Senza fottere il pianeta.
SBADABEM!

PER APPROFONDIRE
WEPUSH.ORG
Kevin Andrew Lynch: The Image of the City — MIT press — 1960
Peter Zumthor: Thinking Architecture — Lars Müller — 1998
Adam Sharr: Heidegger for Architects — Routledge — 2007
Robin Kitchin & Martin Dodge: Code/ Space — MIT press — 2011
Simone Tulumello: Fear, Space and Urban Planning — Springer — 2017