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Un paese senza futuro?

18 Aprile 2019
La popolazione italiana residente al 31 dicembre 2016, secondo quanto riportato dal rapporto ISTAT 2017 sulla popolazione e le famiglie, è pari a 60.589.445 unità (29.445.741 maschi e 31.143.704 femmine), con un decremento rispetto al 31 dicembre 2015, di 76.000 unità.

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Un paese senza futuro?

18 Aprile 2019
La popolazione italiana residente al 31 dicembre 2016, secondo quanto riportato dal rapporto ISTAT 2017 sulla popolazione e le famiglie, è pari a 60.589.445 unità (29.445.741 maschi e 31.143.704 femmine), con un decremento rispetto al 31 dicembre 2015, di 76.000 unità.

La popolazione non cresce più, nonostante l’apporto di stranieri immigrati pari a circa l’8,3% del totale dei residenti (5.047.028 unità, +0,4% rispetto al 2016). Il numero delle famiglie anagrafiche, invece, continua a crescere a causa dell’ormai costante processo di frammentazione dei nuclei familiari che dura da oltre un ventennio e non accenna a fermarsi. In poco meno di vent’anni, infatti, il numero di componenti medio per famiglie è sceso da 2,7 a 2,4. Le famiglie unipersonali sono passate dal 20,5 al 31,6% mentre le famiglie numerose (con cinque o più componenti) sono passate dall’8,1 (1995/96) al 5,4% (2015/2016). Il fenomeno interessa in modo omogeneo l’intero territorio nazionale anche se con lievi differenze tra Nord, Centro e Sud. Le famiglie costituite da un solo componente sono più numerose al Nord (34,4%) mentre le famiglie costituite da 5 o più componenti sono più numerose al Sud (7,5%). Ma la tendenza di lungo periodo va verso un progressivo livellamento delle differenze. Su cento famiglie anagrafiche, 31 sono costituite da una sola persona, 21 da coppie senza figli, 10 da famiglie mono-genitoriali, prevalentemente madri sole e solo 35 sono costituite da coppie con figli. 35 coppie che salgono a 39 a Sud e scendono a 31 al Centro. Cioè su 100 famiglie solo poco più di trenta sono costituite da coppie con figli con una relazione classica di coppia. Le famiglie costituite da più nuclei familiari sono ancora una percentuale esigua, poco meno dell’ 1,5%. Infine, tra le coppie con figli, è in crescita costante il numero di coppie con un solo figlio. Se si analizzano le famiglie per classi di ampiezza, su cento famiglie 31 sono costituite da una sola persona, 27 da due persone, 20 da tre persone, 16 da quattro persone e poco meno di 6 da cinque o più persone. Insomma la famiglia tradizionale che abbiamo conosciuto fino agli anni ’80 del secolo scorso, costituita da una coppia con almeno 3 figli e spesso anche da nonni, zii nubili o celibi, è in via di estinzione: oggi se ne contano poco meno di sei ogni 100 e il loro numero continua a calare costantemente. Ma sono in costante calo anche i nuclei familiari con figli e tra questi in crescita costante i nuclei familiari con un solo figlio. Nel nostro prossimo futuro l’esperienza della fraternità o della sorellanza sarà sempre meno diffusa. Nel contempo ci saranno sempre meno famiglie in grado di farsi carico dei carichi assistenziali derivanti dalle presenza di genitori anziani o da componenti disabili e anche da figli in tenera età. La famiglia è al centro del dibattito politico quasi ogni giorno. La sua difesa è oggetto di quotidiana contesa politico-elettorale. Ci sono movimenti di area cattolica conservatrice che partono ogni giorno lancia in resta in difesa della famiglia tradizionale. Ma purtroppo i numeri, lapidari e indiscutibili, ci dicono che si parla solo di un caro estinto: la famiglia che tutti abbiamo ancora in testa, da anni ormai non esiste più. Al suo posto ci sono nuove formazioni e nuovi modelli di famiglia al cui centro non c’è più la centralità della coppia eterosessuale, né il matrimonio, né la presenza dei figli. Siamo nel pieno di un radicale cambiamento antropologico e culturale iniziato alla fine degli anni ’70 del secolo scorso e ancora in costante evoluzione. Quali sono le cause di questo autentico cataclisma demografico che sta disegnando un Paese profondamente diverso da come l’abbiamo conosciuto e da come forse ancora continuiamo a rappresentarcelo? Nel corso degli anni ’70 si fa strada una profonda trasformazione culturale che emerge con forza nella vittoria del fronte divorzista nel referendum sul divorzio (1974) e del fronte abortista nel referendum sull’aborto (1981). Comincia ad affermarsi nella coscienza collettiva una diversa concezione sia del matrimonio sia dei comportamenti riproduttivi che apre la strada all’evoluzione di genere e alla rivendicazione di un nuovo ruolo sociale delle donne. Dal 1980 inizia Porfidio Monda Docente in gestione dei servizi sociali, Università Suor Orsola Benincasa di Napoli — Direttore azienda consortile Agro Solidale 8 un calo costante sia dei matrimoni sia delle nascite che ancora oggi prosegue inesorabile. E poiché in Italia, ancora oggi 8 figli su 10 nascono all’interno del matrimonio, con il calo dei matrimoni calano le nascite.[1] Nel 1973 si registravano 418.000 matrimoni, nel 1990 280.000, nel 2000 250.000, nel 2016 poco meno di 195.000.[2] Registriamo tassi di nuzialità e di natalità tra i più bassi in Europa. Nel 1973 si registravano circa 16 nati ogni mille abitanti, nel 2012 circa 9 e nel 2016 poco meno di 8. Il tasso di fecondità per donna è sceso a circa 1,3 figli con punte di 1,2 nel Sud. L’Italia, insieme a Grecia e Portogallo è il fanalino di coda dell’UE a 25, che registra comunque un tasso di appena dieci nati ogni mille abitanti. Ai primi posti in Europa per tasso di natalità in UE troviamo l’Irlanda (14,1 nati ogni mille abitanti) seguita dalla Francia (12 nati/1000), dal Regno Unito (11,9 nati/1000) e dalla Svezia (11,7 nati/1000). Senza l’apporto determinante degli immigrati e del tasso di natalità delle donne immigrate che raggiunge in Italia circa 1,9 figli a donna, contro l’1,27 delle donne italiane, il tasso di decrescita della popolazione totale registrerebbe valori molto più elevati. Per la prima volta nella storia dell’umanità la famiglia sembra sempre più svincolata dai figli. Oltre cinquanta anni di pace e di benessere hanno prodotto un cambiamento radicale dei nostri modelli culturali. La famiglia oggi non ha più tra le sue priorità e nel suo orizzonte la procreazione ed è sempre meno costituita da coppie con figli. Nel 2016 circa il 25% delle donne raggiunge i 40 anni senza avere figli. Nel 1990 erano solo il 10%. La coppia di oggi non si definisce più in quanto coppia in relazione ai figli. La coppia senza figli è famiglia tanto quanto lo è quella con i figli. La sua qualità non è data dalla quantità dei figli ma dalla qualità del suo legame (durata, amalgama…). In passato e nelle società tradizionali i figli erano un investimento per il futuro e forza lavoro per la famiglia. Oggi la coppia ha la possibilità di realizzare in proprio quello che prima poteva soltanto sperare di realizzare attraverso i figli. La famiglia sarà pure il nucleo fondamentale della società ma la sua composizione in termini di genitori e figli appare in via di superamento da un punto di vista culturale non meno che in termini di fatto.

Resta da vedere se questo nucleo fondamentale della società, alla luce di quel che rimane della famiglia ora sarà ancora fondamentale per la società. [3]

E infatti la famiglia fa sempre più fatica a fare da collante per la nostra società. Non è più luogo di scambio intergenerazionale e di trasmissione di tradizioni e di saperi, è sempre meno luogo di formazione e agenzia educativa. Le relazioni dentro la famiglia tendono progressivamente a ridursi e a trasferirsi all’esterno. Non è più agenzia di sostegno primario per i propri componenti anziani e disabili e lo è sempre meno per i propri figli minori. L’affermarsi della comunicazione digitale ha ulteriormente ridotto lo spazio delle relazioni familiari spesso totalmente sostituite dal social media. Il calo delle nascite ha prodotto un’accentuazione del tasso di invecchiamento della popolazione e dell’indice di dipendenza strutturale. Anche in questo caso l’Italia al 1° gennaio 2017, con 165,3 (ancora in crescita rispetto al 161,4 del 1° gennaio 2016) registra l’indice di vecchiaia più elevato in Europa (122,9) e nel mondo, seguita dalla Germania con 159, dalla Grecia con 147,3 e dal Portogallo con 146,5. Cresce di conseguenza anche l’età media della popolazione italiana che al 1° gennaio 2017 raggiunge il valore di 44,9 anni. L’intera Europa è un continente in fase di progressivo invecchiamento con andamenti consolidati da circa trent’anni e l’Italia è il fanalino di coda in Europa. In Europa ci sono 122 anziani ultrasessantacinquenni ogni 100 minori da 0 a 14. In Italia il rapporto è di 161 anziani ogni cento minori con punte di 177 su 100 nel Nord del Paese. Questi valori hanno portato l’indice di dipendenza strutturale quasi a 56, superando il punto di equilibrio tra popolazione attiva e popolazione inattiva. Crescono ovviamente anche le famiglie costituite da soli anziani o con capo-famiglia o persona di riferimento anziana. Infatti circa il 50% delle famiglie ha una persona di riferimento con età superiore a 55 anni. [4] E i giovani, quelli che restano, in quali famiglie vivono e fino a che età restano nelle famiglie di origine? La popolazione tra i 20 e i 40 anni è quella a cui affidiamo il rinnovo della società: nella produzione di beni e di conoscenza, nella diffusione dell’innovazione, nella attività sociali, nella riproduzione demografica. In queste età la mobilità, il senso di intrapresa, la voglia di affrontare il rischio e, naturalmente, la capacità di avere figli sono maggiori. Guardiamo ora al rinnovo di questa risorsa (nel caso di immigrazione nulla) nei prossimi vent’anni nei maggiori Paesi europei. Ovunque questa fascia di età diminuisce negli ultimi venti anni: 39,6% in Spagna (5 milioni in meno), 32,5% in Italia (5,2 milioni in meno), 22,8% in Germania (4,8 milioni in meno), 8,2 % nel Regno Unito ( 1,3 milioni in meno), 3,1 % in Francia ( 0,5 milioni in meno).[5] Come risulta evidente, in uno scenario europeo di forte flessione di questo fondamentale segmento di popolazione, l’Italia presenta uno dei tassi di decremento più elevati. Tassi aggravati da altre variabili significative quali l’alta disoccupazione giovanile, il basso numero di laureati, l’età progressivamente crescente di distacco dal nucleo familiare e il progressivo ritardo nell’accesso al mercato del lavoro. Tutte variabili confermate dal confronto dei valori italiani con quelli medi di quattro grandi Paesi dell’Unione europea (Inghilterra, Germania, Francia e Olanda): tra i 15 e i 20 anni 8 giovani (uomini e donne) su 100 sono occupati in Italia, contro 23 su 100 nei quattro Paesi; tra i 20 e i 25 anni 43 contro 58; tra i 25 e i 30, 65 contro 75. E ancora, per il 61% dei giovani italiani tra i 15 e i 25 anni la fonte principale di reddito è la famiglia, contro il 46% dei francesi, il 37% dei tedeschi, il 28% degli olandesi, il 20% dei britannici. E infine, a proposito di distacco dal nucleo familiare, il 68% dei giovani italiani maschi tra i 25 e i 30 anni sta ancora in casa con i genitori contro il 24% dei tedeschi, il 18% dei francesi e il 13% dei britannici. Le coetanee italiane vivono con i genitori nel 46% dei casi contro il 19% delle francesi, il 10% delle tedesche e il 6% delle britanniche.[6] Dati ulteriormente aggravati dai tassi di disoccupazione giovanile italiani, ormai stabili da circa venti anni. Le ultime rilevazioni (ISTAT 2016) mostrano che il valore soglia è circa il 33% ma con forti squilibri tra Nord (12-15%) e Sud (oltre il 50%).[7] A tutto ciò va aggiunta la precarietà prevalente del lavoro giovanile laddove c’è. Risultato: non ci si mette in coppia, non ci si sposa, non si fa famiglia nell’età giusta, non si fanno più figli. Se l’età media della madre alla prima gravidanza è arrivata a 31,7 anni e quella del padre a 35,3[8] è naturale che, ove si fanno figli, è sempre più prevalente la scelta del figlio unico. L’insufficiente formazione di coppie e di coppie giovani non compromette solo l’istituto della famiglia ma l’impianto complessivo della società e sta diventando un problema per lo sviluppo del Paese. Alle profonde trasformazioni antropologiche e culturali che sono all’origine dei radicali e strutturali processi di trasformazione dell’istituzione famiglia, si aggiungono quindi problemi economici e occupazionali e carenze di politiche e di servizi a sostegno delle famiglie, che stanno determinando il crollo della natalità e l’invecchiamento della popolazione. Una società che invecchia e fa sempre meno figli tende a chiudersi nel proprio presente, nelle proprie paure e nella difesa dei propri privilegi e a perdere la tensione ad intraprendere e a investire nel futuro. Le nuove formazioni familiari disegnano un tessuto sociale radicalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto nel secolo scorso ma sempre meno in grado di assicurare la coesione sociale. L’era delle nuove famiglie e dei nuovi diritti potrebbe non reggere all’ondata dei populismi e dei sovranismi originati dal crescere delle disuguaglianze economiche che tagliano in due sia la società sia le generazioni. Se non si sbloccherà il tappo generazionale che sta bloccando il naturale svolgimento dei percorsi di vita delle persone e dei giovani in particolare, le conseguenze per la crescita economica e lo sviluppo sociale e politico del nostro Paese rischiano di assumere dimensioni disastrose.

NOTE

[1] Roberto Volpi: La fine della famiglia — Mondadori — 2007

[2] Dati ISTAT.

[3] Cfr. nota 1

[4] Dati ISTAT

[5] Massimo Livi Bacci: Il Paese dei giovani vecchi — Il Mulino — 3/2005[6] Indagine Eurobarometro del 2010

[7] Elaborazione Censis su fonte ISTAT

[8] Dati ISTAT

per citare questo articolo

Porfidio Monda:

Un paese senza futuro?,

n. 14 - Le famiglie,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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