Tremavamo perché sentivamo l’importanza del momento per noi, per i nostri bambini della Fondazione e di tutti quelli che conosciamo, compresi i nostri figli, piccoli e grandi. Dovevamo intervistare l’autore dell’Albero Azzurro e della Melevisione, premio Andersen come migliore scrittore italiano per ragazzi nel 2007 e premio speciale della giuria nel 2011 per Rime di Rabbia. Non potevamo sbagliare e magari dimenticare di accendere il registratore o non riuscire a fotografare i suoi occhi grandi blu e veri. Bruno Tognolini è davvero il bambino che vediamo nelle fotografie e nelle rime e mi sono sentita immediatamente trasportata nel mondo dei bambini, dei miti antichi, delle diverse forme di famiglia che abbiamo vissuto e anche dimenticato, come la vicinanza agli animali, l’appartenenza ai luoghi e alla natura, la provenienza comune dalle stelle.
Oggi chi fa parte di questa famiglia che si modifica in continuazione? Che posto hanno i bambini e gli animali di cui lei tanto parla nelle sue filastrocche?
La mia amica scrittrice Bianca Pitzorno si lamentava un po’ che le facessero tutti delle domande non come scrittrice ma come sociologa, come educatrice. Gli scrittori sono specializzati nel vedere le cose come non sono, non nel vedere le cose come sono. Per vedere le cose come sono, ci sono gli studiosi, gli scienziati. La famiglia, se la raccontassi, io la vedrei in strane forme. Quello che vedo l’ho detto nella filastrocca che fa così:
Tu figlio di chi sei?
Son figlio di due stelle
Nel cielo ce n’è tante ma le mie
son le più belle
Tu figlio di chi sei?
Del sole e della luna
Non splendono mai insieme:
cala l’altro e sorge una
Tu figlio di chi sei?
Son figlio del villaggio
Dieci madri, venti padri,
cento cuori di coraggio
Tu figlio di chi sei?
Di un grande albero solo
Ma così alto e forte che da lui
io spicco il volo
Tu figlio di chi sei?
Di un amore, di un viale
Di un bue e di un asinello,
di un dio, di un ospedale
Il nostro nome è uomini,
siamo figli e figliastri
Di altri figli degli uomini,
della terra e degli astri.
È un ricordo dell’infanzia. A volte girando in vacanza, per le strade in Sardegna, da bambino, mi incontravano per strada e mi chiedevano: «Figlio di chi sei?», questo ti qualificava. Però c’era anche un’altra cosa in Sardegna: l’uso della parola zio. Per dire quasi signore. Zia Mariangela, zio Giulio… Ma non erano zii, erano signori. Questo ha ispirato un libro che ho chiamato Zio Mondo, che è un libricino dove io ho esteso questa ziità. Ci sono zio fiume, zia campagna… Ecco quella è la famiglia che vedo da scrittore. Il resto son tutte le famiglie possibili, quelle classiche – il papà, la mamma, il figlio – e tutte le altre che ora ci fanno un po’ impressione, però sono sempre esistite famiglie alternative, perché c’è sempre stata la diversità…In Sardegna si chiamava figlio d’anima: quando una famiglia non aveva abbastanza soldi ma tanti figli e poi invece c’erano famiglie con soldi e senza figli, avveniva una specie di redistribuzione. O quanti che sono cresciuti con lo zio o coi nonni: non sembrava una cosa strana. Quindi questa cosa della famiglia mononucleare lui lei e il figlio è un’esperienza — come tante altre in cui noi siamo immersi — che sembra sia eterna e che sia sempre stato così. Invece no, è soltanto recente questa idea della famiglia che ci sembra immutabile e vera, rispetto alle altre che giudichiamo abomini, è un’idea recente.
Gli animali in questa famiglia che ruolo hanno? Cambia il rapporto tra l’animale, il bambino, l’adulto…
Il rapporto tra bambini e animali lo spiega sacra tartaruga Mama Kurma — un personaggio dei suoi racconti [ndr] —: umani e animali sono fratelli dall’alba dei tempi e anche sposi, una volta. Che senso avrebbero altrimenti le narrazioni mitologiche delle sirene, delle chimere, di centauri e minotauri, degli esseri che sono per metà uomo e per metà animale. Sono figli di un uomo e un animale. All’origine di questi miti, nella loro profondità, c’è sempre qualcosa di fondato. All’alba dei tempi — chissà forse lo racconterò ai bambini che verranno stasera — quando eravamo embrioni, eravamo identici agli embrioni degli animali. Ognuno aveva scritto dentro il suo progetto cosa sarebbe diventato. È bello pensare che esista una zona di reminiscenza oscura, lontanissima, di quell’antico periodo prima dell’alba, dove eravamo tutti uguali. Per questo ai piccoli umani si danno giocattoli e libri pieni di animali: quanto più non vedono animali nella realtà — e quindi non collegano le fette di pollo che vedono nelle vaschette al supermercato all’animale reale — meno crescono bene se non vedono i propri fratelli accanto.
Perché lei ha scelto di scrivere per i bambini? Come fanno gli adulti a imparare da loro? Qual è il valore della narrazione e della testimonianza nella famiglia?
Per una serie di motivi concentrici dei quali mi sono reso consapevole in diversi momenti. Uno è molto pratico: per questioni di sopravvivenza. Scrivevo testi di teatro ma non c’era lavoro, non c’era richiesta. I testi erano brutti, perché agli adulti devi dire questo: che il mondo è frantumato, frammentato… Noi adulti siamo lucidi, chiaroveggenti e quindi disincantati. Ho poi iniziato a fare teatro per i ragazzi. Subito dopo mi sono accorto che non avevo voglia di scrivere storie disincantate. Che se uno scrive storie incantate per adulti non funziona. L’altro motivo è per fare il lavoro sporco della speranza: raccontare il bene, che è difficilissimo. Si parla di piccoli: uno che fa un discorso disperato ai bambini è un criminale. Terza ragione, per scrivere in rima e usare il metro. Un po’ come gli illustratori: o fai il grafico pubblicitario o se hai un po’ di sogno in più in testa fai l’illustratore per bambini. Se voglio scrivere in rima e in metro farò cose per bambini perché ormai l’endecasillabo è scomparso da un pezzo e l’unico modo per utilizzarlo è quello di inserirlo nelle filastrocche.
Abbiamo letto la sua filastrocca sui bambini in salita, di cui definisce l’identità per ciò che non sono. Che opportunità di crescita vede lei per chi non è?
L’ambiente intorno e il destino, scritto nei cromosomi o nell’errore. Quello non può essere negato. Io li chiamo i dis: disabili, disgrafici, dislessici — come me —, discalculici… Disastro, che etimologicamente significa che gli astri sono scombinati… Questo è un dis che fa sognare: ablativo plurale di deus, attraverso gli dei… Dis volentibus: se gli dei ci favoriscono.
Può dedicare dei versi ai nostri bambini?
La pace è una bambina che non chiede cose matte solo alzarsi la mattina non col sangue, col latte.
