Tra i fattori che hanno determinato questo divario, c’è sicuramente la perdita della qualità architettonica dovuta all’estensione delle città contemporanee. Molte periferie accolgono, poi, solo particolari ceti sociali, riportando in tal modo le stesse ai connotati negativi di emarginazione, solitudine e carenza di qualità di vita urbana. Nonostante ci siano molti spazi aperti in periferia, infatti, essa si identifica e caratterizza come un luogo “chiuso”, con i suoi problemi sociali e di integrazione. Un intervento per risolvere questa situazione è la ricostruzione dell’identità di tutta la città in generale, attraverso l’integrazione dei ceti con l’inserimento di bambini, giovani, anziani e famiglie, l’integrazione degli spazi pubblici, dei negozi ed infine il recupero, per quanto riguarda l’edilizia in senso stretto, dei quartieri della città. Per progettare la periferia è necessaria la scoperta delle sue potenzialità, la riqualificazione degli spazi pubblici che possano diventare luoghi di relazione e connessione tra le parti della città anche attraverso la promozione economica e sociale, creando degli ambienti di aggregazione tra giovani e anziani, famiglie e bambini.
PERIFERIA E CORONAVIRUS
Dalla quarantena, che ha significato fermarsi, smettere le nostre (rin)corse usciamo con un desiderio urgente di ricostruzione identitario individuale e sociale. Qual è il senso della vita? Dove andiamo? Ha senso proprio tutto quello che facevamo? Cosa conta davvero? Il virus ha smascherato l’illusione di poter aver il controllo sugli eventi, catapultandoci con violenza nel terrore per l’ignoto. I pezzi del puzzle sono stati scombinati ed è impellente il desiderio e il bisogno di ricomporlo secondo un disegno tutto nuovo. Ecco che nasce la necessità di ripensare la periferia intesa non solo come luogo fisico. Luogo che in questo periodo di quarantena dovuta al Covid si è chiuso ancora di più nella sua solitudine ma anche luogo da cui parte e si diffonde la speranza di una rinascita attraverso azioni semplici e immediate, rivolte soprattutto ai bambini, agli adolescenti e ai disabili, diffondendo il diritto all’istruzione e al gioco, ai beni e ai servizi necessari per le condizioni di un riscatto sociale. È da lì che la gente ha iniziato a cantare dai balconi e a dare una risposta di speranza a tutto il mondo. Ripensare la periferia ripulendola dalla sua accezione negativa di degrado e marginalità è ora più che mai un’urgenza sociale. La periferia è un luogo altro, che si struttura in modo specifico e che dà senso e ragione di essere al centro. La periferia come luogo figurato è il posto, per esempio, dove le famiglie con figli diversamente abili si sono sentite ancor più sole e abbandonate. Messe ai margini dell’attenzione politica e sociale hanno dovuto fare i conti con disposizioni e decreti che non tenevano conto delle singole individualità e delle specifiche esigenze di ciascuno. Ci si è dovuti confrontare con obblighi spesso inattuabili, che hanno accresciuto il senso di solitudine e di abbandono — si pensi all’obbligo della mascherina per i bambini con disabilità, o al divieto di uscire di casa per i bambini autistici, o alla chiusura dei Centri di riabilitazione e al venir meno dell’assistenza domiciliare. Abbiamo toccato il fondo e se dal fondo si può solo risalire proviamo a risalire insieme e a immaginare soluzioni nuove.
CARLA
L’esperienza che ci racconta Carla — in cui tutti noi potremmo riconoscerci — esprime molto bene il desiderio di rinascita e di revisione dei valori di riferimento e del senso dell’essere sociale in relazione e in armonia con gli altri e con il creato: «In questi quasi tre mesi di quarantena e di una sorta di emarginazione forzata, ho provato moltissime sensazioni: paure, sofferenza, solitudine, ma anche speranza e forti emozioni. Ci stiamo ormai approssimando alla fase 3 di questo terribile incubo che ha scosso e sta scuotendo l’umanità intera. Sembra ieri che iniziammo questa terribile esperienza, tutti uniti, accorati, spaventati da questa catastrofe che aveva negato le nostre libertà, imposto limiti personali di movimento e spazzato via le nostre sicurezze. Abbiamo trascorso giornate interminabili, affranti, intimoriti, incollati a uno schermo per seguire notizie che parlavano ininterrottamente di morti e di morte. Abbiamo pianto le vittime, che di giorno in giorno aumentavano, ci lasciavano e abbiamo pianto, purtroppo, anche alcuni nostri concittadini e parenti, che questo maledetto virus ha colpito. Ora stiamo vivendo una tregua, non è finita purtroppo, c’è ancora tanta strada da percorrere, tra vaccino, cure, terapie, ricerca, scoperte. Ci affidiamo alla comunità scientifica, affinché si scopra una cura che possa liberarci da questo terribile, minuscolo, ma tanto virulento mostro. Ma ora voglio raccontare anche il ritorno alla vita, alla nostra preziosa e normale quotidianità. Ieri sera dopo oltre due mesi sono uscita per andare a mangiare una pizza. È stata una sensazione incredibile! Mi sentivo come una bimba al luna park, mi è parso di tornare indietro, di rinascere. C’era tanta gente, anche se tutti con le mascherine, si respirava un’aria di libertà riacquistata e tanto, tanto desiderio di stare insieme a tutti gli altri. Dopo ho fatto una lunga passeggiata sul mio amato corso e i suoi bellissimi portici. È stato bellissimo guardarlo di nuovo popolato, mi sembrava di vederlo per la prima volta. Sono rientrata contenta e serena. Pensando a quello che avevo provato, mi sono convinta di una cosa, che la vita è preziosa e l’esperienza del Covid l’ha dimostrato chiaramente, ma c’è una cosa ancora più importante, dobbiamo imparare a rispettare l’ambiente e il mondo in cui viviamo, siamo noi suoi ospiti e non viceversa».