…mi chiedo se riusciamo a meravigliarci per la bellezza di un cielo stellato o a conservare il desiderio di una cosa passata… Nostalgia. Immediatamente mi torna alla mente la struggente poesia l’Infinito, «Sempre caro mi fu quest’ermo colle» e «il naufragar m’è dolce in questo mare» di Leopardi e subito dopo l’etimologia greca del termine nostalgia che la rende un “viaggio di dolore”. Ma, se mi fermo a pensare, la identifico come un sentimento profondo, positivo, la ricerca di un’identità passata che contiene e emana nello stesso istante il seme di una possibilità alternativa a ciò che siamo stati e a ciò che è stato. Sia quando vengo assalito dalla nostalgia, sia quando mi abbandono completamente a essa, sempre, avverto una specie di richiamo alla consapevolezza del mio essere e agire: il rimpianto di aver sprecato tempo o di non essere stato capace di accogliere abbastanza. Sento, penso e spero però di vivere sempre una nostalgia che acquieta, induce alla riflessione su quanto possiamo fare e su come sono determinanti e decisive le azioni umane, sia quando danneggiano che quando producono frutti benefici. Penso a un’umanità fatta di uomini e donne capaci di emozionarsi, di stupirsi di fronte a una vita che nasce, che muore. Penso a donne e uomini la cui nostalgia sia sempre soltanto fonte di acque limpide che dissetando, alimentano relazioni e vite sempre migliori. E mentre scrivo mi piace cullarmi nella mia nostalgia, sempre convinto che si può fare e dare di più.
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Nostalgia: guardo una vecchia fotografia e cerco il sapore di quell’è stato e non è.