Donatella Tramontano
Ragionare di periferie oggi è assai più difficile e complesso rispetto a qualche mese fa. Il problema delle periferie è stato al centro di molte discussioni accademiche, convegni, grandi piani di rilancio, in tanti si sono stracciate le vesti. Purtroppo il sospetto che si sia trattato di solo chiacchiere e distintivo parafrasando la cinematografia, e le periferie sono lì a dimostrarlo. E ora nel giugno 2020 sulle periferie si affaccia anche l’ombra di Covid-19, perché è vero che il virus è democratico, non risparmia nessuno, colpisce i ricchi e i poveri, non guarda il colore della pelle, supera tranquillamente muri e filo spinato, ma le sue conseguenze economiche e sociali, quelle no, non sono per nulla democratiche, anzi Covid-19 ha evidenziato il peso delle diseguaglianze senza se e senza ma. Ancora ieri i quartieri erano luoghi di mescolanza sociale e i sobborghi operai non erano tanto distanti dal centro della città. Gli abitanti delle periferie venivano in città il sabato sera a rifarsi gli occhi, dice Daniel Cohen [1] e poi ritornavano a casa. La vera periferia non è un luogo definito, uno spazio, ma si insinua nel tessuto delle megalopoli e nelle piccole città, sotto forma di diseguaglianza. I faraonici piani di riqualificazione urbana non ricostruiscono la coesione sociale, il vero e unico collante della vita civile e del progresso di un paese dove diseguaglianze che sembrano incolmabili rubano speranze e futuro. Le periferie, intese con visione ottocentesca, quelle dei casermoni di cemento, quelle senza servizi minimi, senza verde, quelle dei centri difficili, sono solo la rappresentazione più plastica delle diseguaglianze. Il conseguente processo di polarizzazione sociale, all’interno del quale i ceti sociali si allontanano generano la periferia diffusa, che si insinua in tutto il tessuto urbano senza distinzioni, ben riconoscibile. Essa scardina ogni riferimento di luogo, identificando categorie di disagiati, una classe media impoverita, anziani soli, disoccupati, senzatetto. Nella periferia diffusa le persone si incrociano senza mai incontrarsi, ognuno chiuso nella sua disperata incertezza, nella paura del domani, nella paura dell’altro. In questo spazio, fatto di luoghi senza più significato, senza identità, si azzera il senso dell’orgoglio dell’appartenenza e la vita può diventare un inferno caratterizzato da elementi comuni a tutte le periferie: dinamiche di espulsione dal processo produttivo, precarizzazione lavorativa, riduzione delle risorse di welfare state, erosione dei diritti di cittadinanza. In un mostruoso circolo vizioso, il degrado chiama altro degrado, soprattutto quando i cittadini si arrendono all’abbandono, all’esclusione, quando la parola riscatto perde totalmente significato, quando l’illegalità si offre come l’unica possibilità per mettere il piatto a tavola, unica soluzione alla solitudine, come il lusso lo è nei quartieri chic. Nella periferia diffusa ognuno cerca a suo modo di colmare il divario tra mondo reale e mondo virtuale. La periferia diffusa è fatta di edifici abbandonati nei centri storici, di centri-strade dello shopping, cacofonia di traffico, uffici… Sempre meno abitati e umanizzati, di quartieri dormitorio modesti o di lusso, ma sempre e solo quartieri dormitorio.La periferia diffusa sa di sconfitta. C’è da chiedersi se l’abusato termine periferie abbia ancora un senso e se sia ancora valida una banale distinzione su base geografica tra centro e periferie. Negli anni ‘80 l’approccio alla riqualificazione delle periferie si incentrava spesso sulle supposte virtù taumaturgiche del social mix che avrebbero dovuto garantire ai soggetti problematici di apprendere stili di vita, comportamenti e valori delle famiglie dotate di maggiori strumenti culturali, sociali ed economici. Nella maggioranza dei casi questi esperimenti sono falliti, senza incidere minimamente sui meccanismi di esclusione. Immaginare di intervenire sullo spazio mettendo in secondo piano le politiche macroeconomiche che hanno nutrito e favorito le diseguaglianze è stato un macroscopico errore. Oggi assistiamo, nell’indifferenza generale, alla periferizzazione del centro, una specie di social mix al contrario, che impatta il linguaggio, il modo di vestire, i comportamenti delle persone: un’omologazione al ribasso.
LA PERIFERIA E L’INCLUSIONE SOCIALE DELLE FASCE DEBOLI
Maria Teresa Gianni
La bellezza naturale del nostro Paese non è merito nostro. Ciò che può essere merito nostro è migliorare le periferie, che sono la parte fragile della città e che possono diventare belle. Renzo Piano
La periferia è un luogo non definito, se non in relazione a un centro. Per definire la periferia è necessario operare attraverso un percorso di negazioni: la periferia urbana non è il centro, ma, allo stesso tempo, non è la campagna. Per poterla raggiungere ci si deve spostare fuori dal centro, portarsi intorno, girare intorno (dal greco περιϕέρεια, da περιϕέρω: portare intorno, girare). La periferia metaforicamente è come una medaglia a due facce: sulla prima c’è la discriminazione, sull’altra l’inclusione sociale. Le discriminanti possono essere diverse: razza, sesso, cultura, religione, disabilità e altre ancora e portano con sé disagio economico e sociale. Il Covid-19 in Italia ha determinato, secondo l’ISTAT, una percentuale pari al 28,9% (circa 17 milioni e 407 mila individui) di popolazione a rischio di povertà, nonché a un impoverimento del reddito riguardante il 20,3%, mentre si trova in grave deprivazione materiale il 10,1% della popolazione. La quota di coloro che vivono in famiglie con un’intensità di lavoro molto bassa è invece dell’11,8%. Le disparità regionali sono molto ampie: nel Mezzogiorno il rischio di povertà o esclusione sociale riguarda il 44,4% degli individui residenti, contro il 18,8% del Nord. Anche le condizioni dei minori sono critiche, dal momento che i poveri assoluti sono quantificati nel 12,1% di essi. Così come argomenta il S.I.R. (Servizio Informazione Religiosa), se si considerano gli occupati che vivono in condizione di povertà reddituale l’Italia è quintultima tra le nazioni della UE con il 12,2% degli occupati a rischio di povertà. Invece le persone in povertà assoluta si stima siano 5 milioni e 58 mila pari all’8,4%. Anche a livello europeo, attraverso il Consiglio d’Europa, sono state implementate delle strategie per combattere la povertà dirette a rafforzare la coesione sociale, disponendo anche di strumenti giuridici quali: la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la Carta Sociale europea che stabilisce i diritti sociali, ivi compreso il diritto alla protezione contro la povertà e il diritto all’alloggio. Ogni anno, il Consiglio d’Europa partecipa alla celebrazione della Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà e organizza una cerimonia a Strasburgo, sul piazzale del Palais de l’Europe. Questa manifestazione è nata dall’iniziativa di Padre Joseph Wresinski e di circa 100.000 difensori dei diritti umani riuniti il 17 ottobre 1987 sulla piazza del Trocadero a Parigi, che deposero una lapide in Onore delle vittime della Miseria, per esortare l’umanità ad unirsi per far rispettare i diritti umani. Già nell’antica Roma è descritta tale problematica nell’apologo pronunciato da Agrippa Menenio Lanato, così come narrato da Tito Livio nel II libro della sua Storia di Roma Ab Urbe condita. Il contenuto presenta evidenti intenti di pacificazione sociale in chiave classista: tutti i ceti, patrizi e plebei, contribuiscono al bene della Repubblica Romana, in quanto sono tutti fondamentali per la sua esistenza. Noi vorremmo dedicarlo a tutti quelli che sono convinti che il meglio debba essere concentrato in alcune regioni e realizzato attraverso la manipolazione delle politiche economiche di sviluppo nazionale. L’apologo del senatore Menenio Agrippa, pronunciato nel 494 a.C. ai plebei in rivolta che avevano abbandonato Roma e occupato il Monte Sacro, al fine di ottenere la parificazione dei loro diritti con quelli concessi ai patrizi, descrive con una metafora la distribuzione dei compiti nell’organizzazione sociale del tempo: «Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui. Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute». La morale? Neppure il cervello più raffinato senza le parti meno nobili o più minuscole del corpo umano può sopravvivere. In quanto il corpo umano, come il corpo sociale di una nazione, è uno e uno solo e tale deve essere considerato.
LA PERIFERIA NELLA RELAZIONE
Sara Diamare
Il concetto di periferia può essere applicato non solo ai luoghi, bensì può essere declinato nel vissuto dello spazio personale e inter-personale. In tal senso, uno spazio delimitato ha in primis la funzione di mantenere l’integrità del soggetto. La periferia del corpo nella relazione è tangente al vissuto dei confini corporei che entrano in contatto e consentono di confrontarsi con l’altro, con la diversità. La distanza spaziale prescelta in un rapporto è caratterizzante la tipologia di relazione; Hall (1966) descrive quattro Distanze Interpersonali [2]:
- intima: da 0 a 45 cm invita all’espressione affettiva/fusionale;
- personale: da 45 a 120 cm in cui si mantengono i propri confini personali;
- sociale: da 120 a 360 cm in cui non c’è contatto fisico e lo sguardo costituisce l’unico legame; è la distanza di sicurezza (Covid—19) ottimale;
- pubblica: da 360 cm in poi caratterizza relazioni formali e non dirette.
Lo spazio e il vissuto di ciò che è vicino o periferico non è statico. Lo spazio infatti muta con l’età, quello di un vecchio si riduce fino a convergere su se stesso, mentre il bambino crescendo espande man mano il suo spazio esplorativo, va verso i suoi orizzonti. Anche la cultura e il momento storico incidono sul vissuto della periferia che risulta fortemente condizionato dalle credenze e dai significati che la caratterizzano. L’attuale pandemia limita fortemente l’utilizzo dello spazio relazionale alla dimensione sociale per paura dell’infezione: la periferia si è identificata in molti casi con l’uscio della propria casa o dei luoghi abituali avvicinandosi ai propri confini corporei, causando un senso di claustrofobia e angoscia. Larete web attraverso la vista e l’udito è però riuscita comunque a travalicare gli spazi tra centro e periferia consentendo una comunicazione virtuale tra persone lontane fisicamente. Ciò ha determinato un forte impulso all’utilizzo di sistemi virtuali di comunicazione stabilendo nuovi spazi relazionali non contemplati dalla definizione di Hall alla quale va aggiunta una quinta dimensione spaziale di relazione: La Distanza Interpersonale Virtuale studiata come Cyberspazio [3] descrive nuove modalità relazionali all’interno di uno spazio virtuale che trasferisce la periferia al centro e avvicina il centro alla periferia.
IL CONFINAMENTO DEL DIVERSO AI MARGINI DELLA SOCIETÀ
Keoma Colapietro
L’eguaglianza in natura vuol dire che non c’è differenza tra il figlio di un principe, di un ricco e quello di un operaio. L’umanità è una, le sue espressioni sono molteplici. Tutti gli esseri umani sono eguali in natura e diversi in cultura. Alain Goussot
Le disuguaglianze economiche alla base dell’emarginazione sociale si riferiscono alle disparità nella distribuzione del patrimonio economico (ricchezza) e del reddito tra gli individui di una popolazione. Il termine, di solito, si riferisce alla disuguaglianza tra individui e gruppi all’interno di una stessa società, che dà origine a condizioni di vita caratterizzate da arretratezza e assenza di servizi e istituzioni, perpetrando condizioni di sottosviluppo. Queste sono le caratteristiche dei contesti sociali dove arriva oggi l’immigrato, il cui assetto urbano oscilla tra degrado e riconversioni. Egli non deve adattarsi a un contesto rigido, ma a una realtà flessibile, in divenire, dove l’unica cosa che sembra certa è la tendenza alla ridefinizione di un ordine sociale perbenista che si traduce nella limitazione e poi nel divieto agli spazi pubblici per gli immigrati male inseriti, ma anche per gli esclusi autoctoni. L’inserimento nelle città risulta difficoltoso e a volte quasi impossibile a causa dell’ostilità e dell’inferiorizzazione, in particolare per le nazionalità negativamente stigmatizzate e persino criminalizzate. Questo incide sia nell’accesso a un lavoro stabile e regolare, sia a un alloggio decente. In Campania, l’ASL di Caserta, insieme all’ASL di Salerno, ha attivato un attento lavoro di verifica dei contagi, attraverso le unità mobili anti Covid, per monitorare il contagio e la salute pubblica di alcune zone periferiche del territorio casertano ad alta concentrazione di immigrati, allo scopo di raggiungere i soggetti più vulnerabili, fra i quali sono sicuramente compresi rifugiati, migranti e sfollati interni.
LO SPOPOLAMENTO DELLE PERIFERIE E IL BISOGNO DI SALUTE DEGLI ANZIANI: LA RETE WEB A FAVORE DELL’ASSISTENZA
Alberto Lombardi
La società in cui viviamo si è sviluppata attraverso modelli organizzativi e sociali che ruotano attorno ai grandi centri urbani, intesi come poli di lavoro e di servizi, che offrono l’illusione di opportunità in cambio di relazioni umane fragili e di rapporti effimeri. Una continua trasformazione economica e sociale che, nel tempo, ha aumentato sempre più il divario tra il centro e le periferie urbane e territoriali. Nelle città metropolitane italiane le periferie sono ormai al collasso, basta un’interruzione anche temporanea del servizio pubblico o privato (trasporto, energia, sanità) per produrre enormi disagi che evidenziano il reale isolamento degli abitanti dal centro urbano, fulcro di ogni attività. Queste periferie lentamente ma progressivamente si svuotano, determinando una centralizzazione degli spazi urbani e un peggioramento della qualità dei servizi e della vivibilità dei luoghi condivisi. Nel contempo si assiste alla crescita di altre periferie, non suburbane, le cosiddette periferie territoriali, le aree interne distanti dai servizi pubblici essenziali forniti dai centri urbani, che presentano un digital divide ancora elevato, tale da non poter garantire servizi qualitativamente e quantitativamente paragonabili ai grandi centri. In questa enorme porzione di Paese è in atto un inesorabile spopolamento e un invecchiamento progressivo della popolazione. Durante l’emergenza sanitaria determinata dal Covid-19 è emerso come la periferia possa trasformarsi in un luogo lontano dai ritmi traumatici del centro, in cui è possibile continuare a produrre e lavorare, dove è possibile fruire di servizi accessibili, distribuiti e condivisi. Questa emergenza ha indicato una nuova rotta possibile, una nuova sfida: utilizzare le tecnologie e il web per cambiare approccio, puntando sul decentramento in alternativa alla centralità, sulla condivisione distribuita delle risorse (cloud) in alternativa alla concentrazione fisica dei servizi. Si è affacciata la possibilità di lavorare, fare formazione, essere assistiti e perfino socializzare restando a casa o in luoghi di condivisione disseminati nelle periferie urbane e territoriali. In questo modo è emersa la possibilità di distribuire i servizi pubblici (a partire da quelli sanitari) e di fatto dare nuova linfa ai quartieri e ai paesini di provincia, lasciando intravedere possibili rimedi allo svuotamento delle periferie. Infatti, proprio l’accessibilità e la fruibilità dei servizi sul territorio è apparsa come una delle variabili chiave per il contrasto all’esclusione nel rapporto tra centro e periferie. Di pari passo con lo svuotamento delle periferie, in questi anni si è assistito al costante invecchiamento della popolazione. Tale andamento si evince anche dal cambiamento epidemiologico, caratterizzato dalla prevalenza delle patologie croniche che richiedono percorsi clinico assistenziali complessi e che rendono inadeguata una risposta sanitaria che si limiti agli aspetti strutturali centralistici di tipo ospedaliero. Le nuove esigenze sanitarie di una popolazione di anziani, che invecchia all’ombra delle fragilità e delle cronicità, richiedono l’attuazione di nuove forme di gestione dei percorsi di salute dei cittadini che si sviluppino in una logica di Smart Health incentrata sul cittadino e sul benessere degli individui. Risulta necessario, pertanto, sviluppare e sperimentare applicazioni innovative, legate alla trasformazione digitale, per fornire assistenza medica domiciliare ai malati cronici e agli anziani, rivolta soprattutto a quelle popolazioni che vivono in aree di emarginazione, periferie, e soffrono di condizioni di fragilità. Ancor più oggi durante l’emergenza sanitaria da Covid-19 le aziende sanitarie pubbliche sono state chiamate a garantire l’erogazione di servizi a persone, nella maggior parte anziani, che si sono trovate isolate nel proprio domicilio, per le norme di distanziamento sociale, ma che hanno comunque l’esigenza di una continuità di cura e assistenza dovute alle loro condizioni patologiche e di fragilità. In tale contesto, la trasformazione digitale della salute e delle cure è stata individuata come la possibile soluzione per garantire i servizi per la salute alle persone usando le tecnologie digitali che hanno il duplice scopo di contribuire a contrastare la diffusione di Covid-19, proteggere i soggetti a rischio e garantire per quanto possibile la continuità della cura e dell’assistenza. Infatti, il valore aggiunto della salute digitale viene ad esempio espresso dalla domiciliarità di un servizio assistenziale di qualitàche permetta di far vivere l’anziano e i malati cronici nel proprio domicilio, come in una residenza protetta, integrata in un sistema socio-sanitario, connessa in una rete di assistenza al cittadino in grado di annullare l’isolamento geografico, ridurre gli accessi in ospedale, garantire supporto medico e sociale paragonabile a quello offerto nei grandi centri urbani.
ORGANIZZAZIONE DEGLI SPAZI URBANI E COMUNITÀ: NUOVE SFIDE PER IL PROGETTO DELL’AMBIENTE URBANO
Mario Losasso
Le tematiche della progettazione dell’ambiente urbano attengono a un compito ordinatore di ambienti di vita complessi [4] in cui interagiscono numerosi sistemi (da quello dello spazio fisico e delle infrastrutture a quello delle risorse e dello spazio sociale) all’interno dei quali le ricadute di aspetti legati alla sicurezza, al benessere e alla fruibilità incidono direttamente sulle componenti della vivibilità urbana. La città contemporanea accentua all’interno dei suoi spazi le numerose inadeguatezze e vulnerabilità dovute alle disuguaglianze, al degrado dei patrimoni costruiti e agli impatti ambientali [5] dentro una condizione di policrisi, come ha recentemente sottolineato Edgar Morin. [6] Tra le maggiori criticità si annovera la mancanza di qualità e organizzazione degli spazi per le comunità, che restano il luogo della socializzazione di tutti [7] ma nei quali si affievolisce il mix di spazi pubblici, collettivi e privati. Nelle città e negli spazi urbani, nella crisi del Covid-19 si sono combinati tre impatti: l’impatto dell’inquinamento, l’impatto virale e l’impatto climatico, esito dell’incapacità di prevenire e governare gli impatti ambientali all’interno dei tessuti urbani. Nello spazio urbano del post Covid sono emersi luoghi comuni” di carattere retorico (saremo tutti più buoni, ne usciremo migliori…) ma anche luoghi comuni di carattere sociale, in particolar modo nei quartieri più marginali. Nella contemporaneità, anche nei momenti di profonda crisi il termine di confronto è ormai con la velocità e con i nuovi paradigmi dei processi generativi. Come ricorda Alessandro Baricco, resta il dubbio che da qualche parte stiamo scontando una certa incapacità a trovare una proporzione aurea tra l’entità del rischio e l’entità delle contromisure, in cui l’emergenza si delinea come scenario cronico del nostro futuro e in cui il caso Covid 19 si configura come una grande prova per salvare le città e le comunità per salvare il pianeta.[8] Nell’epoca della pandemia quello che è entrato in crisi è lo spazio cartesiano del grande vuoto delle piazze, dello spazio rarefatto e dei grandi viali deserti. Al loro posto è subentrato il ruolo vincente degli spazi intermedi — gli spazi comuni, i cortili, i terrazzi, gli affacci — luoghi comuni che hanno consentito la continuità della vita nel lockdown, permettendole di proseguire con imprevedibili elementi di prossimità. Quindi, le comunità non si sono ritrovate né in spazi privati di tipo familiare né in quelli pubblici. Per restituire un nuovo senso di comunità, un elemento su cui puntare dovrebbe dunque essere l’incremento di spazi intermedi quale fattore di equilibrio fra esigenze di densità e concentrazione rispetto alla necessità di diversificazione e de-intensificazione delle attività, puntando su fattori di qualificazione degli spazi che incrementino l’inclusione sociale, la solidarietà, il pluralismo.
CONCLUSIONI
Maddalena Illario
Covid-19 ha imposto una drammatica accelerazione a una situazione pre-esistente di diseguaglianze sociali che trovano espressione nelle periferie, siano esse geografiche o diffuse. Per rammendare luoghi e tessuto sociale è necessaria la rifondazione del rapporto tra cittadino e istituzioni attraverso ascolto e collaborazione, a valle di una visione condivisa che abbia una coerenza valoriale riconosciuta, dove gli sforzi collettivi sono rivolti al superamento delle diseguaglianze ed allo sviluppo. È necessario per questo usare tutto il buono che c’è, anche nella periferia, dovunque essa sia: la voglia di uscire dalla segregazione, dall’isolamento, la ricchezza di progettualità spesso inascoltata, la riserva di resilienza sono driver preziosi. Al di là delle attuali esigenze emergenziali, i nuovi modelli di erogazione dei servizi per la salute possono offrire servizi di qualità anche presso il domicilio di un anziano che vive in periferia, attraverso l’implementazione di sistemi innovativi, basati sulla fruibilità delle tecnologie digitali condivise e distribuite, modulari e scalabili secondo le effettive esigenze e capacità di fruizione degli utenti. Disporre di un’adeguata cassetta degli attrezzi comporta la condivisione della conoscenza, la certezza dei diritti, la consapevolezza reciproca e la cura del prossimo. La sanità pubblica e i suoi operatori dovrebbero porre maggiore attenzione alle condizioni di marginalità delle proprie periferie e adottare una politica di captazione della domanda inespressa, in quanto essa rappresenta un indicatore dell’incapacità di comunicare e far emergere i problemi dei soggetti che vivono una condizione di disagio. Questa volta non possiamo permetterci di sbagliare: in un tempo in cui un malinteso senso del politically correct, ridotto a stucchevole esercizio retorico, afferma le qualità e le condizioni negandole o sostituisce all’elemento originale un suo succedaneo, pensare alla politica senza i cittadini, senza la loro appassionata motivata partecipazione è cosa assolutamente perniciosa.
NOTE
[1] Cohen Daniel: La prosperità del vizio. Una breve storia dell’economia — Garzanti — 2019
[2] Edward T. hall: La dimensione nascosta — Bompiani — 1968
[3] John Suler’s: The Psychology of Cyberspace — clicca qui per leggere la pagina
[4] Tomàs Maldonado: La speranza progettuale. Ambiente e società — Einaudi — 1970
[5] U7+ Alliance — 2019 — link qui
[6] Edgar Morin: Per l’uomo è tempo di ritrovare se stesso — Avvenire.it — edizione del 1 giugno2020
[7] Edoardo Salzano: Crisi dello spazio urbano o fine (morte) delle città? — Altri Tasti — edizione del 5 settembre 2010
[8] Alessandro Baricco: Virus: è arrivato il momento dell’audacia. Undici cose che ho capito su questo momento la Repubblica — edizione del 26 marzo2020
AUTORI
Maddalena Illario
U.O.D. Promozione e Potenziamento, programmi di “Health’s Innovation”, Regione Campania
Sara Diamare
U.O.D. Promozione e Potenziamento, programmi di “Health’s Innovation”, Regione Campania
Vincenzo De Luca
U.O.S. Ricerca e Sviluppo, UOC Affari generali, AOU Federico II
Keoma Colapietro
Dipartimento delle fragilità, ASL Caserta
Maria Teresa Gianni
ASL di Salerno
Alberto Lombardi
ASL Benevento
Mario Losasso
Dipartimento di Architettura, Università di Napoli Federico II
Giovanni Tramontano
U.O.S. Ricerca e Sviluppo, UOC Affari generali, AOU Federico II
Donatella Tramontano
Università degli Studi di Napoli Federico II
Gruppo Pro.M.I.S. Campania
Cozzolino Santolo, Belli Antonello, Guarino Erni, Francesca Fiadone
Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale “A. Cardarelli”
Della Vecchia Antonio
Azienda Ospedaliera Universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona
Femiano Maria
ASL Napoli 2 Nord
Galdi Maria
ASL Napoli 3 Sud
Galdieri Anna
Azienda Ospedaliera Universitaria Luigi Vanvitelli
Iandolo Raffaele
ASL Napoli 1 Centro
Lauriello Carmine
ASL Caserta
Manzoni Alessandro
IRCCS Istituto Nazionale Tumori Fondazione “G. Pascale”
Marro Anna
ASL Avellino
Minaci Federica
Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale Santobono Pausilipon
Morgevi Emilio
Azienda Ospedaliera G. Rummo
Pappalardo Pierluigi
ASL Salerno
Prizio Maria Teresa
Azienda Ospedaliera San Giuseppe Moscati
Sgueglia Tommaso
Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale “Sant’Anna e San Sebastiano” Caserta
Vito Antonio Gianni
ASL Salerno
Vittorioso Luigi
Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale Ospedali dei Colli
Si ringrazia per l’assistenza tecnica
Maria Ferrario