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Enrico Ianniello con la copertina di un vecchio numero di Orione, a Piazza Bellini a Napoli. Febbraio 2020.

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Incanto e disincanto

10 Aprile 2020
Secondo me, se uno fa lo scrittore deve fare lo scrittore e cercare di saperne di letteratura, come un pittore deve saperne di colori, un musicista deve saper leggere una partitura...
Enrico Ianniello con la copertina di un vecchio numero di Orione, a Piazza Bellini a Napoli. Febbraio 2020.

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Incanto e disincanto

10 Aprile 2020
Secondo me, se uno fa lo scrittore deve fare lo scrittore e cercare di saperne di letteratura, come un pittore deve saperne di colori, un musicista deve saper leggere una partitura...

Io non ho mai pensato di scrivere un libro soltanto perché ero già un po’ famoso come attore… Poi d’un tratto è successo che Isidoro — il mio primo romanzo — è andato bene, ha vinto il premio Premio Campiello Opera Prima nel 2015, poi il premio Selezione Bancarella nello stesso anno, e una serie di altri premi; è uscito in Germania, in Brasile, in Corea, in Serbia: per me è stato come vivere un sogno. Quando, qualche anno dopo, ho scritto la storia de O’ Mollusco, Antonio Morra (La compagnia delle illusioni, Narratori Feltrinelli — 2019), quell’orizzonte favolistico si è scontrato con una realtà molto cruda. Secondo me, nei mesi in cui è ambientata la storia — era il 2017 — vivevamo, e ancora viviamo, in una realtà dominata dalla falsa comunicazione, dal contagio irrefrenabile del fake, oltre che dall’autorappresentazione estrema sui social. Il leitmotiv della Compagnia delle illusioni sta in un verso di Paul Claudel: Dal fiore delle illusioni nasce il frutto della realtà. Bisogna dunque stare attenti alle illusioni che scegliamo per compagnia, perché poi rischiamo di ritrovarcele davanti, realizzate. E che realtà può venire fuori da un’illusione nutrita di menzogna? C’è poi il fenomeno, sempre più comune, dell’essere eterodiretti: qualcuno ci dice come e cosa sognare, a che ora e in che termini. Questo nocchiero dei nostri desideri lo portiamo in tasca tutti i giorni: il social network. Il desiderio mimetico è sempre esistito, naturalmente, ma adesso è molto più pervasivo. Siamo proprio convinti di essere noi a volerci autorappresentare con una fotografia su un social e, se abbiamo la stessa maglia dell’influencer di turno, ci sentiamo fighi pure noi. Poi c’è l’aggravante dell’approvazione diretta: a qualsiasi azione è sotteso un numero di like. Questo piccolo — o grande — numero è una cosa terribilmente lesiva per tutto quello che sta alla radice dell’educazione, cioè il percorso opposto all’appiattimento: quel tirar fuori invece da ogni persona la propria genialità, fondamentale per la realizzazione del sogno di sé stessi, il sogno di ciò che uno vuole essere. È schiacciante, massificante, alienante. Lo ripeto: ottunde la propria genialità. La massificazione attraverso questi strumenti raggiunge una tale pervasività che tu ti convinci di te stesso attraverso la cosa che stai rappresentando, senza chiederti dove sta la tua vera originalità. Faccio sempre un paragone: quando a un attore danno un personaggio, gli danno qualcosa che sta in un copione in due dimensioni e lui fa lo sforzo di prendere il personaggio e aggiungere sfumature per renderlo tridimensionale: come cammina, come si muove, come parla, tu non lo sai. I social ci costringono a fare il contrario: cioè a ridurre le nostre unicità e diventare a due dimensioni. Una fotografia, un video, una luce messa in un certo modo per avere più like… È l’esatto contrario del lavoro dell’attore. Il paradosso allora sta nel fatto che per trovare un po’ di autenticità bisogna andare a teatro, dove si fa finta per mestiere. Il lavoro più grande che faccio su me stesso è di non cancellare me stesso: la sfida è quella di mettere le mie esperienze il più possibile in confronto e in relazione con le esperienze del personaggio, per potenziarlo. Sembra un percorso di autocancellazione ma in realtà è un percorso di formazione della propria identità attraverso il confronto con l’altro, che in questo caso è, appunto, il personaggio. Quando interpreto un personaggio, cancello il più possibile Enrico; ma il risultato è che poi si rafforza molto, Enrico, nel rapporto con questo personaggio… Oggi, sono quello che sognavo e desideravo di essere e ho fatto lo sforzo di rendere questo sogno un progetto. Innanzitutto, non considerando il sogno il frutto di un addormentamento. Spesso, quando si gira, il regista scherzando dice: «Facci sognare!». Io rispondo: «Addormentatevi!». La prima cosa che ho sempre considerato è l’esistenza slegata dal dormire. Non amo l’idea del sogno come qualcosa che ti allontani dalla realtà, se il sogno non è applicabile alla realtà mi annoia e basta, il sogno è una torsione della realtà, perciò mi piace il teatro… Poi devi avere il coraggio di essere profondo, cioè di andare a fondo in quello che fai, in quello che succede. Sì, sicuramente sono quello che sognavo e immaginavo di essere… e anche di più. Io non mi aspettavo di fare tutte queste cose a un livello così importante. Recitare, fare l’attore, dirigere spettacoli che sono andati in scena nei più importanti teatri d’Italia e hanno vinto premi importanti, scrivere per le più grandi case editrici… Questo ha superato di gran lunga i miei sogni. Nello stesso tempo penso che se raggiungi definitivamente quello che sognavi, arriva la morte. Quindi bisogna continuare sempre a sognare.

LINK UTILI

per citare questo articolo

Enrico Ianniello:

Incanto e disincanto,

n. 19 - Il sogno,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Ho più volte provato a scrivere e riscrivere questo editoriale per il numero sul sogno e ogni volta ho ricominciato daccapo: quando abbiamo progettato questo numero di Orione eravamo ben lontani dalla pandemia da Covid-19 e la vita scorreva — anzi correva — come al solito.