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Il conflitto come risorsa

18 Aprile 2019
«Le parole servono a litigare senza farsi male», diceva una bambina di Reggio Emilia a proposito dell’imparare a litigare bene. A cosa servono le parole?

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Il conflitto come risorsa

18 Aprile 2019
«Le parole servono a litigare senza farsi male», diceva una bambina di Reggio Emilia a proposito dell’imparare a litigare bene. A cosa servono le parole?

A far emergere i conflitti per affrontarli con un obiettivo di sviluppo, di miglioramento della relazione. Il CPP — Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti — nel 2019 festeggerà trent’anni di ricerca e formazione nella gestione dei conflitti e in questo tempo ha elaborato un approccio maieutico al conflitto aprendo così una nuova prospettiva. Daniele Novara, fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore spiega:

La maieutica apre un nuovo esito possibile al conflitto, non la soluzione tecnica ma la ricerca di un compito ulteriore. La soluzione del conflitto sta nell’assumere un compito, una responsabilità.

Quindi il conflitto e la sua gestione si pone per la famiglia come uno degli aspetti da tenere in considerazione per favorire la crescita e lo sviluppo dei figli, ma è un elemento decisivo anche nella collaborazione tra la famiglia e gli adulti significativi che entrano in gioco con i figli — insegnanti, allenatore, educatore, medico — a causa della necessaria coesione educativa da perseguire. Per conflitto intendiamo quelle situazioni di contrasto, contrarietà, divergenza, opposizione, resistenza critica nelle quali ci sono emozioni faticose da gestire, senza la componente emotiva parleremmo di dialettica, e questo aspetto genera il rischio di volercene sbarazzare facilmente. Ricerca tempestiva di una soluzione da parte dell’adulto, evitamento o negazione sono reazioni molto naturali con cui spesso gestiamo i conflitti con e tra i figli o tra adulti che di questi si occupano. L’adulto si può trovare a gestire o subire un sentimento di impotenza, o ci penso io perché nessun altro potrebbe farlo al posto mio, oppure all’opposto non me ne occupo perché non c’è niente da fare. È comprensibile, non ci sono colpe, ma è necessario un cambio di prospettiva per poter incidere sui nostri comportamenti, altrimenti applicheremo tecniche che al primo fallimento scarteremo. «Le mappe non sono il territorio», diceva Alfred Korzybski ripreso poi da Gregory 18 fondazionesinapsi.it Bateson, quindi proviamo a cambiare gli occhiali con i quali vediamo il conflitto. «Regola: non si litiga», leggevo su un cartellone a scuola, ed è proprio questo il tabù a cui siamo stati abituati. Non si deve litigare e farlo ci ha esposto al rimprovero, alla punizione, alla ricerca del colpevole consegnandoci direttamente all’idea dello sbagliare e all’emozione della vergogna. Di conseguenza l’adulto interviene spesso dando soluzioni e non favorisce l’autonomia dei figli nel gestire le loro relazioni, favorisce la dipendenza dal suo intervento. Il cambio di prospettiva, ampiamente sostenuto dalle scienze sociali, ci dice che il conflitto è fisiologico alle relazioni come l’aria che respiriamo, non è un incidente di percorso o una colpa, ma è presente nelle buone relazioni. È evidente che nessuno nasce capace a gestire i conflitti, così come camminare, andare in bicicletta, scrivere e fare di conto. È un area di apprendimento, quindi necessita di un’organizzazione familiare funzionale ad allenarsi in questa competenza, così come si allenano i figli su tante altre competenze sociali che poi serviranno per giocare la partita della Vita. Ecco la metafora, la famiglia e le altre agenzie educative come una grande palestra di allenamento, dove far crescere le autonomie necessarie al futuro adulto che si giocherà le sue carte nella società civile. Il conflitto necessità di essere gestito bene e gli va data parola. La cultura diffusa non aiuta, alcuni fenomeni sociali o situazioni destano stupore o un senso di impotenza e purtroppo l’enfasi mediatica a volte non restituisce il dato di realtà. Il conflitto è spesso confuso con la violenza, oppure si parla di bullismo come se fosse la normalità fra i ragazzi e assistiamo a una occupazione del tema educativo da parte di tutti, come se fosse un opinione l’educare, quindi anche il presentatore televisivo di turno scrive di educazione. Non è così! L’educare non è un’opinione e la pedagogia è la scienza che se ne occupa, attenta al cosa fare con l’ausilio delle diverse scienze sociali che ci permettono di comprendere l’età evolutiva. Il conflitto è una risorsa nella relazione, ma bisogna imparare a gestirlo bene per evitare che le emozioni in gioco non consentano di capire il contenuto che il conflitto vuole tematizzare nella relazione. Imparare a gestirlo bene consente di sviluppare la capacità di autoregolazione, di decentramento emotivo e quella creativo-divergente. Queste capacità sono funzionali ad affrontare la diversità delle persone, oggi maggiormente manifestata in quanto uno dei valori della nostra società è la pluriculturalità e sarebbe un errore grossolano pensare che sia solo una questione legata ai migranti. Pensate ad esempio alle famiglie italiane che conoscete… quanti stili educativi diversi ci sono? Non penso che si possa dare una risposta univoca. A cinquant’anni dal ‘68 è evidente che la pluri-cultura intesa in senso lato è un aspetto a cui la nostra società dà valore. Però, un vecchio e saggio proverbio dice il troppo stroppia e nell’enfasi sulla diversità si rischia l’autoreferenzialità. Quante volte sentiamo dire Io la penso così! Dico quello che penso, frase legittima se non fosse che perde di vista la necessità delle scelte. L’educare è fatto di scelte continue e la scelta ha a che fare con il convergere. Il conflitto mette in gioco delle divergenze, punti di vista diversi, ma è poi la scelta educativa che deve provare a integrarli. Questo è il tema centrale della coesione educativa, volta a un reciproco riconoscimento senza aver la pretesa di cambiare l’altro, ma in una giusta tensione riferibile alla sostenibilità conflittuale delle parti. Coesione da perseguire tra le agenzie educative per evitare che ognuno vada per la sua strada, nella logica di una collaborazione non all’insegna dell’andare d’accordo — modalità di facciata che prova ad annullare le differenze, ma trovare accordi che affrontino le difficoltà che si presentano.

per citare questo articolo

Massimo Lussignoli:

Il conflitto come risorsa,

n. 14 - Le famiglie,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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