Nostalgia va cercando…
Andavo a piedi scalzi in questa fiaba. Domenico Rea poeta, lettore – critico e recensore di poesia, è l’ultimo libro di Vincenzo Salerno, edito da Francesco D’Amato editore, scaturito dal complesso lavoro di ricerca sulle “carte” donate da Lucia Rea al Polo Bibliotecario di Area Umanistica dell’Università degli Studi di Salerno, e dal “Fondo Rea” presso il Centro per gli Studi sulla Tradizione Manoscritta di Autori Moderni e Contemporanei dell’Università degli Studi di Pavia. Da questi archivi sono state tratte dall’autore poesie inedite e documenti vari, lettere e scritti, che testimoniano l’attività di recensore e di lettore-critico di poesia di Domenico Rea.
Rea è noto soprattutto come romanziere e saggista, molto meno come poeta, se non per le poesie prevalentemente giovanili pubblicate nel volume de I Meridiani, curato dal compianto Francesco Durante, al quale Vincenzo Salerno dedica questo volume. Grazie alla laboriosa attività di studio e ricerca che Vincenzo Salerno conduce da anni, con questo nuovo libro viene data continuità alle iniziative di valorizzazione e divulgazione del profilo intellettuale e umano di Rea, avviate in occasione delle celebrazioni del centenario della sua nascita, inserendo un nuovo e ancora inesplorato tassello che riguarda il rapporto che Domenico Rea aveva con la Poesia. Il libro ripercorre, attraverso le carte custodite nei suddetti Archivi, la vita di Rea, la sua attività di scrittore, i rapporti con intellettuali e amici, le sue esperienze di lavoro, a Napoli, a Milano, a Roma, dagli esordi a Ninfa Plebea, il romanzo per cui gli sarà attribuito il Premio Strega. In questo interessante excursus che ne fa Salerno, appare chiaro che tutta l’opera di Rea è poetica in quanto liberata dallo scrigno dei suoi ricordi nell’Agro nocerino-sarnese: sembra di vederlo Rea, bambino e adolescente, andare a piedi scalzi nelle contrade ubertose di Nofi, quelle del Ritratto di maggio, definito il suo racconto più poetico, che mostra sé e i suoi compagni scolari.
Il presente numero di Orione è sul tema della nostalgia, che si confà a una chiave di lettura del libro di Salerno, proprio a partire dal suo titolo. Andavo a piedi scalzi, versi di una straordinaria poesia scritta nel 1965. Rea è poeta e scrittore sensoriale. Suoni, immagini, odori e sapori brulicano nel teatro dei ricordi, quadretti lirici bucolici, piccoli borghi tra i campi irrigati dal fiume Sarno, i ruderi dei castelli sui monti di Nofi, le grandi valli sovrastate dal Vesuvio e dalle quali si vede il mare; in un tempo mai realmente presente eppure carnale e naturale nell’immaginario dell’autore. Avvampa la nostalgia per la sorprendente bellezza della fragilità e forza della natura, per la levità di un fiore che sboccia, la rana, la lucertola che suscita lo stupore infantile, un mappamondo che si curva, una virgola di luce. Ma il racconto di Nofi è una fiaba che non è mai ricerca del bello di per sé, come nel marinismo — dirà Rea in un suo articolo sulla narrativa meridionale, riportato nel libro — ma sempre orientata alla ricerca del bene e del giusto alla maniera del Verga e del De Sanctis. Si legge nell’incipit del libro: «Nofi era il nome di un regno dall’orizzonte illimitato. Nocera un’identità storica, la rivale della Pompei romana, una terra di conquista di Annibale, una campagna ubertosissima ben segnalata da Luigi Einaudi. Nofi, era invece una terra mia, in cui qualche volta i protagonisti rassomigliavano a quelli realmente incontrati, conosciuti e frequentati a Nocera Inferiore». L’attaccamento identitario a Nocera-Nofi è così evidente che anche Annamaria Ortese ne Il mare non bagna Napoli, definisce Rea, a più riprese “il nocerino”, forse per evidenziarne l’estraneità al gruppo dei napoletani o solamente per ancorarlo a quella radice fisiognomica mai recisa della “nocerinità”. Una così forte e pregnante radice che ogni approccio con l’atto del raccontare ha inizio dalla nostalgia di Nofi.
Che cosa intendiamo qui per nostalgia? Certamente mai rimpianto sentimentaleggiante nei confronti di un mondo perduto, ma spinta emozionale, fonte di ispirazione letteraria e di espressione creativa. Attraverso la nostalgia, Rea guarda al favoloso Reame di Nofi e ne custodisce interiormente la ricchezza, fatta di frutta matura, fiori odorosi, un vermicino timido e smarrito. In quanto slancio creativo la nostalgia per Rea non è mai ancoraggio al passato o rimpianto ma un ponte per andare al futuro prossimo, in un racconto dai vivi ricordi dei luoghi di un’infanzia perduta dove ha lasciato la parte più vera di sé; la nostalgia riprende forma e sostanza nei giorni a venire e rivive grazie alla mente sognante. Scrive Vito Teti che la nostalgia può essere considerata anche una risorsa in quanto consente un’opera di riconoscimento di sé e del mondo. Alla maniera dei Poeti, direi, che sono cercatori di senso. Il bel libro di Vincenzo Salerno, Andavo a piedi scalzi in questa fiaba, ci fa quindi riflettere su questo e altro, aprendo una finestra su nuovi e inesplorati campi dell’opera reana, e sulla nostalgia che congiunge la favolosa Nofi all’infinito poetico.