Si chiamava R., era professore di filosofia. Rientrò a Collegno dal manicomio di Cogoleto lo stesso giorno in cui fui assunto. Con il suo sorriso da sfinge e gli occhi lontani diceva a tutti di essere figlio di Gianni Agnelli e di Titti, quella che all’anagrafe risultava essere sua sorella. L’interlocutore rimaneva interdetto, avendo la sensazione che R. stesse recitando una parte per canzonarlo o ironizzare su sé stesso. In realtà quell’espediente gli serviva a sostenere le proprie convinzioni senza essere considerato matto. Anche gli infermieri lo rispettavano chiamandolo professore e dandogli del lei. Era perfino diventato amico dei centralinisti di casa Agnelli che ogni tanto lo venivano a trovare. Un giorno mi interpellò su una questione che per lui poteva diventare esiziale: «Come faccio a ritirare la pensione che mi avete fatto avere se devo firmare R. C.?». Era chiaramente tormentato dal dubbio, angustiato dalla contraddizione. Non voleva rinunciare al piccolo reddito, ma neanche al privilegio di essere un Agnelli. Senza pensare, mi venne di dirgli «firma per R. C.». Il raffinato professore di filosofia, forse accennando l’ombra di un sorriso, accettò il banale stratagemma senza commenti polemici né provocatorie ironie, come era solito fare nelle nostre conversazioni. Non credo che gli impiegati delle Poste si fossero mai chiesti perché quel signore distinto mettesse un “per” davanti alla propria firma. Quando lasciai Collegno per tornare al Sud restammo in contatto. A volte R. si sentiva «meno drogato» da quelle «droghe depressogene» come sosteneva lui, e nelle sue lettere iniziava a chiedersi se «i genitori che t’hanno cresciuto» hanno più diritto di meritare la gratitudine dei figli rispetto ai «genitori naturali». Questo per me era il segnale che «stava meglio» (le virgolette sono a volte essenziali) e aveva una visione lucida di quanta vita il suo delirio gli avesse rubato. Allora temevo che potesse togliersi la vita. In genere dopo qualche tempo una nuova lettera in cui affermava perentoriamente di essere figlio di Agnelli e di Titti, mi rassicurava dandomi certezza che la «crisi depressogena» fosse passata. Una volta mi scrisse: «Il comune di Collegno mi ha offerto una casa… Che faccio? Accetto?». Sperai che qualcosa stesse cambiando, che magari la sua sofferenza gli concedesse uno spazio e un tempo fuori dalle mura della sua prigione, almeno da quelle esterne. Dopo un paio di mesi R. mi scrisse: «Sono rimasto qui [in manicomio]. Se il mio problema fosse stato quello di avere un lavoro e una casa, l’avevo risolto prima di finire a Collegno. Facevo il professore e avevo una casa più che dignitosa… Io sono figlio di Agnelli e rivendico di essere riconosciuto tale… Altrimenti tutti questi anni di manicomio, a che cosa sono serviti?». La dolorosa vicenda di R., autentica, ci aiuta a evitare di farci cadere nella tentazione di porre una contrapposizione netta tra pensiero magico e pensiero razionale. R., nonostante fosse imprigionato nel suo delirio, espressione di una profonda angoscia legata all’impossibilità di riuscire a elaborare il dolore per la precoce perdita della madre, per l’essere stato messo in un collegio e probabilmente di aver subito violenza, di non aver accettato la sua omosessualità e tanto altro, comunque presentava e coesistevano in lui logiche legate al pensiero razionale. Il voler percepire la pensione, prendere in considerazione l’accettare la casa propostagli dal comune di Collegno ne era la testimonianza. D’altra parte nel suo caso, paradossalmente, il recupero di una visione più libera dai miraggi del delirio («i genitori veri sono quelli che crescono i figli…») metteva a nudo la drammatica condizione di un’esistenza vissuta tra le mura estranianti di un manicomio. Dunque “pensiero magico” e “pensiero razionale” si configurano come due processi mentali coesistenti e in costante interazione nella quotidiana sperimentazione della realtà. Sergio Piro nel suo bellissimo saggio del lontano 1971: Il Linguaggio schizofrenico — Feltrinelli — affermava che il pensiero magico è largamente diffuso, anche se in forma più o meno mascherata. Si esprime nelle varie forme di superstizione o di pregiudizio (non ultimi quelli razziali) o di false generalizzazioni (tutti gli stranieri sono cattivi e molte altre convinzioni simili) indipendentemente dal livello di istruzione o dalle condizioni di vita e influenza potentemente la vita d’ognuno. Se il progresso tecnico ha indubbiamente elevato le potenzialità umane in modo assolutamente imprevedibile rispetto a non molti anni fa, non ha, però, risolto il rischio di cadere in quella che Ernesto de Martino definì la crisi della presenza, anzi, per certi versi, lo ha implementato.
La “Crisi della presenza, la perdita della presenza” concettualizzano efficacemente la condizione esistenziale di una umanità costantemente minacciata dagli imprevisti, dall’indifferenza, dal caos non solo della vita naturale (terremoti, covid…), ma anche dalle infinite espressività che il progresso tecnico comporta (si pensi a una potenziale catastrofe nucleare, all’insensato sfruttamento delle risorse naturali con i sofisticati strumenti di cui si dispone). Günther Andres parlò di «vergogna prometeica» per indicare quel dislivello che si è venuto a creare tra l’uomo, in quanto essere finito, «inadeguato» e le sue produzioni tecniche incomparabilmente più complete ed efficaci di quanto egli potrà mai essere. Il rischio, dunque, della «perdita della presenza» pone l’imperativo di trovare un senso. In questa ottica il pensiero magico svolge una specifica funzione di «rassicurazione» attraverso il ricorrere a spiegazioni anche semplicistiche che, associando, ad esempio, un evento stressante a elementi arbitrali, danno la sensazione di aumentarne il controllo e di ridurre i livelli di ansia suscitati da esso. A questo proposito citiamo il culto del serpente, descritto da Aby Warburg, un rituale messo in atto dagli indiani Moki (Arizona) per affrontare la siccità. Il serpente, per il terrore primordiale che questo animale comporta, era utilizzato simbolicamente come sostituto del fulmine per evocare la pioggia. La contiguità fulmine-pioggia e l’associazione serpente-fulmine, sia per la forma zigzagante che per la paura che provocano entrambi, aiutano a capire la complessa logica del pensiero magico alla base del rito. Ci preme dunque sottolineare che la trama dei processi mentali nei comportamenti, nelle relazioni con sé stessi e con gli altri, nelle nostre fantasie, e in molte altre situazioni è continuamente segnata dalla dialettica, dalla contrapposizione, a volte dalla giustapposizione di un pensiero che con una semplificazione definiamo «razionale» con quello «magico». Quando quest’ultimo, per una serie di complesse ragioni, finisce per polarizzare la dimensione psichica del soggetto questi, come nel caso di R., può rimanere segnato dal delirio, dalla ritualità ossessiva o da altre forme psicopatologiche oppure costituisce la colonna portante di costruzioni ideative quali le diverse forme di complottismo, di posizioni antiscientifiche (come ad esempio il terrapiattismo e credenze simili). La creazione di una sorta di nuova mitologia apocalittica come disvelamento di macchinazioni di poteri occulti, si configura di fatto come una scorciatoia per decodificare le opacità, le contraddizioni, l’enigmaticità di una contemporaneità sempre più illeggibile e fonte di un diffuso e profondo disagio. Il soggetto, attraverso l’attiva ricerca di “verità nascoste” sulla rete, sui social, d’altra parte, risponde a una ri-affermazione del sé e della propria presenza nel mondo e a un’irreprimibile esigenza di sicurezza, di fronte a quel senso di anomia, di insignificanza nel confronto quotidiano con una realtà mutevole e sempre più estraniante. Questa deriva del pensiero magico, d’altra parte, lungi da produrre una reale presa di consapevolezza, finisce per distogliere lo sguardo dall’esercizio di un pensiero critico rispetto ai nodi problematici di una organizzazione sociale, politica tutt’altro che ideale e certo non centrata su un sistema valoriale che pone al centro dei propri obiettivi ad esempio la solidarietà, il rispetto verso qualunque altro. Ritorniamo per concludere a R. Il suo delirio si poggiava su uno stile di pensiero magico che lo portava a decodificare la sua esistenza secondo le leggi proprie di quella organizzazione ideativa. Tale approccio alla realtà, nonché una profonda angoscia, che potremmo definire ontologica in quanto riguardava l’essenza stessa della sua soggettività, dette un definitivo scacco a lui e a quanti nel tempo tentarono di prendersi cura di lui provando ad alleviarne la paralizzante sofferenza. Sofferenza che lo privò della possibilità di un recupero, anche parziale della sua presenza nel mondo e lo relegò in una tragica dimensione di mancanza ad essere. R. è morto diversi anni fa in una stanzetta dell’ex ospedale psichiatrico, che con qualche sotterfugio era riuscito a ottenere, nell’attesa di un riconoscimento della sua presunta vera identità, fondamento ultimo della sua esistenza, ma ufficialmente ancora paziente, l’ultimo, mai dimesso perché intanto tutti, proprio tutti, compresi direttori, medici e infermieri, se ne erano andati via da quel manicomio ormai da tempo.