È, senz’altro, interessante la prospettiva di Alexander Jodorowsky che, con la sua “psicomagia”, ha messo in gioco i molteplici elementi che fanno la storia in divenire di ognuno di noi, affidando ad affascinanti pratiche eterodosse la possibilità di guarigione psichica mediante il recupero di sedimentazioni dell’io. Il mio pensiero magico è stato a sua volta la sedimentazione di processi narrativi a opera di una mia prozia che si prese cura del mio immaginario infantile, abituandomi a pensare su due livelli: il piano del reale e il piano dell’immaginario, in cui il secondo dava senso e valore al primo. La storia che segue vuole essere un esempio di “cura”.
ZIA ALFONSINA O DELLE FAVOLE ANTICHE
Avevo una prozia, sorella di mio nonno, nubile e femmena ‘e cchiesa. Ho passato, da bambina, interi pomeriggi ad ascoltare i suoi “cunti”. A lei devo la mia passione per la parola, veleno e farmaco, e il grande interesse per il passato. Mi sedevo con lei sul balcone della casa di mia nonna, su una sediola a dondolo piccola e antica e la sentivo raccontare, metteva in scena ogni volta le favole di una sibilla di paese. Le sue storie sollecitavano la fantasia, erano su due livelli, il piano della realtà impercettibilmente veniva sollevato in una specie di incantamento, ascoltavi dei racconti e sentivi che i fatti e i personaggi si muovevano in uno spazio che accoglieva qualcosa di “altro”, metteva paura. Quello che vivi è sempre legato al mondo dei morti, a quelli che sono passati prima di te, ma non ti lasciano mai da sola. In qualche modo, ti guardano da fuori, ma sono anche dentro di te. Ti abitui a pensare il mondo in doppia dimensione, i cui confini sfumano l’uno nell’altro, in una prospettiva che supera l’ordine lineare del tempo, per configurare quel ciclo della vita in cui l’eterno ritorno appare uguale e diverso. Mi ricordo ‘o cunto del giorno, anzi della sera dei Morti. «Ezì, quanno è a sera del primo novembre, si sta ‘a casa, non si esce, è pericoloso, jescene ‘e muort’. Quann è scuro, si cena e pressa, si leva ‘a tavola, e si prepara p’e muort. ‘Ncopp ‘a tavola si lascia ‘o pane, ‘o vino, nu piatt e nu bichier. Si va a letto presto, due Ave Marie e subito si dorme. Venen’ e muort, quelli di famiglia, s’assettano, si guardano intorno, toccano ‘e mobili, vengono vicino, ma nun te scetano, non sempre vengono, dipende se aveno ‘o permesso». La possibilità di tornare era, quindi, subordinata a una valutazione metafisica, non avevo il coraggio di chiedere di più. Comprendevo, oscuramente, che c’erano alcuni che non sarebbero venuti, forse “i cattivi”, quelli che erano fora’a Grazia ‘e ddio. Mi sembrava una grande ingiustizia, ma non chiedevo, sapevo che la mia prozia non avrebbe dato una risposta. Restano zitti, sono pallidi e stanchi, siedono e aspettano fin quando sona ‘a Messa. «A mezanotte ‘a Chiesa ‘o Corpo ‘e Cristo s’appicciano ‘e cannele, sonano’ e campane e tutte e muorte lasciano ‘e case loro e vann’ a messa. Na vota, a figlia ‘e Ze Mariettina sentette ‘e campane e si sbandaje ” Uh Maronna, sonano ‘e campane, è ‘o journ’re muort, vac ‘a Messa!». Si vestì di fretta, entrò in una chiesa piena di gente, si fece la Comunione, tornò al suo posto in fondo alla Chiesa, dicendo le orazioni. Finì la Messa, il segno della Croce e scappò via. Un lembo della veste rimase nel portale della Chiesa, che si richiuse subito alle sue spalle. Se ne fujette, turnava ‘a casa janca e cu ‘a vesta stracciata. Zè Mariettina la vide tornare, era affacciata al balcone. Sulla soglia di casa, ricevette uno schiaffo dalla madre. Da quel momento, non fu più la stessa, lasciò il fidanzato, che poi sposò la sorella, e divenne “monaca ‘e casa”. ‘A sera re muort, nun se jesce, se sta ‘a casa.