La necessità di dare un senso a ciò che non può essere spiegato ha dato origine al cosiddetto “pensiero magico”. Gli antropologi affermano che questa forma affondi le sue radici nel pensiero primitivo, una strada che l’individuo tenta di percorrere verso il soprannaturale e l’ignoto, un modo per far fronte a situazioni di ansia e pericolo, quasi come fosse un arcaico precursore del ben più attuale pensiero scientifico. La capacità cognitiva dell’uomo lo ha portato a riflettere sul senso della vita, a porsi domande.
Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Qual è lo scopo della mia vita? Cosa c’è dopo la morte? Questa ricerca lo ha predisposto verso una dimensione più spirituale. È la dimensione del sacro, legata al senso del mistero che da sempre affascina l’essere umano, perché lo pone di fronte al desiderio di infinito, a provare emozioni e meraviglia di fronte alle bellezze della natura. La meraviglia è la scintilla della conoscenza, il punto di partenza attraverso il quale l’uomo inizia il suo pensiero di scoperta anche di cose immateriali che non si vedono e non si toccano. Per le culture primitive non c’era differenza tra ciò che “esiste” e ciò che “non esiste”, come invece accade nella nostra cultura dominata dalla scienza.1 L’uomo scopre una realtà trascendente, ovvero una realtà misteriosa che va al di là del suo sguardo, oltre l’apparenza. La necessità di relazionarsi con qualcosa di immanente ha dato origine a preghiere e riti che hanno permesso all’uomo di entrare in contatto con le divinità. Adoravano non solo le forze della natura, ma anche entità antropomorfe come le divinità Cerere e Demetra, “signore della terra” donatrici di frutta, campi di grano, fiori, cereali, fertilità.
Anche i sentimenti umani subirono un processo di divinizzazione. Per i Greci l’amore divenne Afrodite, lo spirito combattivo divenne Marte, la sapienza fu rappresentata da Atena. Non è affatto sorprendente constatare che insieme alla nascita della spiritualità, alle prime forme di religiosità e al pensiero magico si siano sviluppate di pari passo forme di credenze popolari, di superstizione. Nel corso della storia, ciò che per una persona era superstizione, spesso per un’altra era religione. L’imperatore cristiano Costantino considerava superstizione il paganesimo, mentre lo statista pagano Tacito definiva il cristianesimo una credenza pericolosa e irrazionale. I protestanti consideravano superstiziosa la venerazione dei santi e delle reliquie da parte dei cattolici, mentre i cristiani giudicavano allo stesso modo i riti indù. Per un ateo, tutte le convinzioni religiose sono superstizione. Le superstizioni nascono in modo semplice, siamo noi che rendiamo straordinario ciò che è normale. A dire il vero sono pochissimi gli oggetti che ci circondano, a cui, in una cultura o nell’altra, non siano stati attribuiti significati legati alla superstizione: il vischio, l’aglio, il sale, i ferri di cavallo, gli ombrelli, le dita incrociate. Anticamente, la rigorosa osservanza della tradizione imponeva che una persona che desiderasse essere fortunata dovesse portare con sé una “zampa di lepre”, animale strettamente imparentato con il coniglio. Storicamente la zampa di lepre aveva poteri magici. Il “ferro di cavallo” nella cultura occidentale era considerato simbolo di buona sorte, secondo una leggenda fu san Dunstan a conferire al ferro di cavallo appeso sulla porta di casa poteri speciali contro il male.
Dagli scritti di Giulio Cesare e dalle leggende irlandesi sappiamo che i Druidi credevano che una persona che possedeva un quadrifoglio potesse individuare i demoni dell’ambiente circostante, e contrastare il loro sinistro influsso tramite degli incantesimi. Tra tutte le superstizioni che si crede portino sfortuna, quella che influenza la maggior parte della gente, al giorno d’oggi, è un senso di disagio provocato in molti modi dal numero 13 o dal numero 17, che portano sfortuna, infatti nella smorfia napoletana il 17 corrisponde “a disgrazzia”. In Francia, per esempio, negli indirizzi non esiste il tredici come numero civico. In Italia la lotteria nazionale omette il numero tredici. La paura che un gatto nero ci attraversi la strada ha un’origine relativamente recente. Al tempo degli antichi egizi tutti i gatti, compresi quelli neri, erano tenuti in grande considerazione e per legge erano protetti da ogni genere di maltrattamenti e dalla morte. Nel Lincolnshire, intorno al 1560, tutti i gatti neri furono sospettati di essere streghe che avevano adottato un insolito travestimento. Molte società del tardo Medioevo cercarono di portare i gatti all’estinzione perché la loro presenza era malefica. Nonostante le cause associate al pensiero magico, questo fenomeno presenta anche delle funzioni importanti.2 Potremmo quasi affermare che il pensiero magico, in ogni tempo, sia stato ed è ancora oggi una forma di difesa. Dinnanzi a ciò che non siamo in grado di spiegare, il nostro cervello cerca un’associazione che — vera o meno — funga da calmante dinnanzi all’ansia che l’incertezza potrebbe provocare in noi. Tutti noi in determinate condizioni possiamo essere scaramantici o superstiziosi, avere un amuleto personale o un “rituale” per ingraziarci la sorte. Perché lo facciamo? Di fronte a un evento inspiegato o incerto, dove la logica formale e il principio dimostrabile di causa-effetto falliscono, la mente umana può far ricorso al pensiero magico, modalità tipica dell’età infantile che tuttavia permane nel repertorio cognitivo degli adulti. Il pensiero magico può quindi avere risvolti interessanti purché, come dicevano gli antichi, lo si utilizzi cum grano salis e un briciolo di consapevolezza che ci consenta di giocare con questa modalità senza prenderla troppo sul serio…
NOTE
1 Adriano Favole: Sacro, in Enciclopedia dei Ragazzi — Treccani — 2006
2 Charles Panati: Extraordinary Origins of Everyday Things (traduzione di Nicoletta Spagnol) — Armenia Editore — 1996