«Bisogna superare la logica che separa i peccatori dai giusti». Volendo pensare al termine periferia attribuendo ad esso il significato più comune, ciò che si definisce rispetto a un centro, mi viene da chiedere: chi stabilisce il centro? Il termine periferia non dovrebbe esistere: è stato creato da noi stessi; varie cause lo hanno generato e, come più spesso delle volte accade, crea danni imprevisti, proprio come un virus, quando in un laboratorio va fuori controllo. Credo che all’origine, una tra le varie cause sia l’egoismo: pensare all’Io è più semplice che pensare al Noi, accogliere è più complicato che allontanare. Una seconda causa che ha generato il concetto di periferia, inteso come qualcosa di diverso, credo possa essere l’arte della separazione. Pensiamo alla politica: la separazione è stata sempre il mezzo scelto per disperdere e abbattere voci e forze. Poi c’è l’ingordigia: le super potenze, e non solo, hanno cercato sempre di sfruttare il più debole per la brama di possesso non tenendo conto minimamente dei danni che il profitto smoderato comporta a tutti i livelli — anche mettendo in secondo piano la salute personale. Fino a pochi anni fa, le periferie rappresentavano il sottobosco; il progresso ha fatto sì che cominciassero a intravedersi, fino ad affiorare a galla, numerose accezioni. Troppe oggi sono le periferie verso le quali chiudiamo gli occhi. Quando però, abbandonando la cultura dello scarto, attuiamo quella della condivisione, della responsabilità verso il debole, dell’impegno per la creazione e la difesa dei diritti di tutti gli uomini, determinando un unico centro, aboliamo nella nostra mente e nella realtà le periferie e torniamo secondo me a essere Uomini.
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Sin dagli anni del dopoguerra, le narrazioni di Rossellini, Visconti, De Sica, Germi e altri autori del neorealismo, non ultimi Fellini e Pasolini, documentando la realtà, hanno contribuito a costruire l’immaginario delle periferie che ha assunto un aspetto peculiare.