La testa poggiata sul petto di Maria, sua madre, ferma, come un antico palazzo dopo una scossa di terremoto. Le lesioni nascoste per pudore, il velo che adorna e protegge la dignità. Del resto Nicola è un movimento tellurico che dura 14 ore al giorno, da 8 anni, da quando le è uscito dal grembo e ha ritrovato l’ossigeno che aveva perso. Da quando i medici si erano accorti di non essere stati accorti con Maria e la sua pancia sgriffata. In realtà glielo avevano detto che potevano esserci complicazioni da monitorare, ma glielo avevo detto in una lingua che lei e suo marito, Giuseppe, non potevano capire. E nessuno si era preoccupato di capire se avessero capito. E allora Nicola si era dovuto arrangiare. Perché, a un certo punto, le complicazioni c’erano state e l’ossigeno era diventato sempre meno e per difendere la sua vita aveva dovuto combattere, e accettare di essere ferito, l’unico modo di uscirne vivo. E vivo e ferito ne era uscito. Ma aveva continuato a combattere, ogni volta che riapriva gli occhi, con un convulso fremito di braccia e gambe agitate contro il mondo intero, con poche, pochissime pause, per lui e per chi gli stava vicino. Fino al crollo della sera. La tregua, per lui e per Maria, sua madre, il suo mondo, la sua trincea.
— Peppì, domani teniamo il controllo a Napoli…
— Domani ce la vediamo nera, Marì, l’assicurazione è scaduta.
— Perché, oggi ce la siamo vista bianca? Maria avrebbe dovuto fare l’attrice. Ha i tempi, perfino quando è stanca: un orologio.
— Si, ma ad arrisicarci a Napoli senza assicurazione, ce la vediamo davvero nera: se si prendono la macchina non posso farmi più nemmeno il giro per portare queste quattro mozzarelle…
— Peppì, se ci fermano le guardie, gli metto Nicola in braccio per cinque minuti.
— E, secondo te, così la macchina non se la prendono?
— E non lo so, ma così se la vedono nera pure loro, ed è già qualcosa! Giuseppe sorride mentre Maria, accarezzando il ciuffo sudato di Nicola, socchiude gli occhi per accogliere la stanchezza. La sua Maria. Una giornata intera a lottare con Nicola, a contenere in un perimetro di sicurezza i suoi movimenti convulsi facendo da cuscino, sacco e parete alla sua eterna lotta con la vita. Una giornata intera a vivere e a morire d’amore per suo figlio. E, di sera, ancora con la forza di strappargli un sorriso nel buio più fitto.
— Marì, in questi giorni mi devono chiamare per un colloquio.
— …
— Dice che è un buon lavoro, almeno mille euro al mese…
— Per fare che?
— Qualcosa, non lo so, ma dice che è una cosa definitiva.
— E chi lo dice? Sempre quello?
— Sì.
— E ti ha chiesto il voto?
— …
— Digli che stavolta non ci facciamo fare fessi, prima ti dà il posto e poi gli diamo il voto.
Ma, per Giuseppe, non è più questione di farsi fare fessi, ma di esserlo. Anzi, di volerlo essere. Perché altrimenti un’altra soluzione l’avrebbe già trovata. O accettata. Perché qualche buona proposta l‘ha ricevuta: dai cinquanta euro a settimana per tenersi un pacco dietro alla caldaia fino Linguaggi Francesco Paolo Oreste Assistente capo nella sezione informativa UICIOS della Polizia di Stato di Pompei e scrittore La banda degli onesti Racconto puramente inventato di una famiglia napoletana verace Perché, a un certo punto, le complicazioni c’erano state e l’ossigeno era diventato sempre meno e per difendere la sua vita aveva dovuto combattere, e accettare di essere ferito, l’unico modo di uscirne vivo. E vivo e ferito ne era uscito 16 ai duecentocinquanta euro, sempre a settimana, per fare un fischio quando arrivano le guardie nelle palazzine. Qualcosa, se avesse voluto, sarebbe uscita per lui. Il fatto è che Giuseppe è figlio di Michele Titasso, buonanima, picchiatore del clan dei Cardilli, fuori e dentro da Poggioreale fino all’abbraccio con la malattia che se l’è portato via. E Giuseppe sa benissimo cosa significhi sedersi a tavola con un posto che resta vuoto. Toccare la mano di tuo padre attraverso un vetro che ti mostra quello che non puoi avere. Avere intorno il rispetto della paura ma vivere ai bordi di un buco nero in cui non puoi affacciarti. Avere tutto e non avere niente. E allora si arrangia. E combatte. E si agita. Come fa suo figlio. Provando a non fare come suo padre. Provando a non farsi convincere dagli amici. Provando a non farsi convincere dallo sfratto e dall’ufficiale giudiziario che vuole farli uscire dalla casa che non riescono a pagare. Provando a credere alle bugie di chi gli promette un posto in cambio del voto. E, se non proprio un posto, almeno qualcosa per arrangiare.
— Marì, ci fanno fessi perché siamo fessi. Perché io sono fesso.
— E non lo volevo dire…
— Però sto qua.
— E il Papa sta a Roma.
— E l’ospedale sta a Napoli. E, in un modo o nell’altro, ci arriviamo.
— E, se le guardie ci fermano, gli metto Nicola in braccio! E, spostando il ciuffo, stampa un bacio sulla fronte di suo figlio e sul suo sonno.
— E, se si prendono la macchina, ci facciamo portare da loro in ospedale.
— Così, con la sirena, arriviamo pure prima…
— Marì…
— Peppì…
— Sai che ti dico?
— E se lo sapevo facevo la maga e ci abbuscavamo due lire!
— …
— Dai, dimmi
— Nicola…
— Eh!
— Questa cosa di metterlo in braccio alle guardie…
— Eh!
— Secondo te funziona pure con l’ufficiale giudiziario?
E ridono entrambi. Perché Nicola dorme e loro sono lì. Perché sul fondo del niente c’è sempre e comunque qualcosa. Non il posto di lavoro. Non i servizi sociali. Non la solidarietà sociale. Ma qualcosa. Su cui poggiano i piedi e resistono. E sorridono. Perché sono una famiglia. E pure niente è già qualcosa.