Come per gli umani anche per gli animali il gioco è fonte di acquisizione per le competenze future, seppur si constati che negli animali il gioco è stereotipato e privo di creatività, caratteristica questa riscontrabile nel gioco umano dove emerge un atteggiamento fantastico, infatti grazie all’immaginazione fantastica è possibile costruire mondi sempre nuovi, esteticamente perfetti e regolati: è la dimensione del far finta. Attraverso il gioco si costruisce il proprio mondo esteriore, infatti, un elemento dello stesso è arricchimento, infatti, la situazione gioco non è episodica; tant’è vero che chi gioca cerca la continuità del gioco stesso, visto che esso è autogratificante. Non è raro vedere un bambino che vuole ripetere sempre la stessa attività ludica, egli lo fa perché si sente padrone di quelle azioni che lo caratterizzano, ma allo stesso tempo è alla ricerca di azioni più complesse e di giochi più impegnativi che segnano il suo sviluppo. Lo sviluppo cognitivo è un processo composto dal cogliere un’informazione, elaborarla e agire attivamente, in questo il gioco aiuta. Molte delle informazioni provenienti dal mondo esterno raggiungono il cervello attraverso il canale visivo, che riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo cognitivo; sia per cogliere l’informazione, che per agire attivamente, si manifestano generalmente notevoli svantaggi nei primi anni di vita nel bambino non vedente rispetto al normovedente poiché egli privo della risorsa visiva è costretto a comprendere il mondo esterno e interagire con esso attraverso canali alternativi. La vista è anche uno stimolo alla motivazione; infatti, il bambino è motivato a muoversi verso persone o oggetti che suscitano il suo interesse attraverso il canale visivo, dunque, con il bambino non vedente dovremo utilizzare una stimolazione più intensa e mirata per stimolare la curiosità poiché bisogna ricordarsi che il gioco è impegno e gratificazione attiva, infatti chi gioca è sempre coinvolto in prima persona e questo impegno da vita a conoscenze significative. Tale impegno, però, scaturisce dalla motivazione del bambino, quindi non comporta stanchezza e noia che determinano la fine dell’attività, bensì piacere dovuto proprio all’attività di gioco. La visione non appare un requisito fondamentale per le interazioni sociali durante l’infanzia, anche se contribuisce a renderle più spontanee, facili e frequenti. Gli adulti dovrebbero essere coscienti della necessità maggiore che il bambino cieco ha di stabilire routine e cicli di interazioni e più pazienti ed attenti nel cogliere i segnali che indicano il loro coinvolgimento nell’interazione. È importante l’abilità degli adulti nell’interpretare adeguatamente le reazioni e le espressioni facciali e corporee dei bambini non vedenti e di usare in modo continuo il linguaggio per sottolineare i cambiamenti di umore, la direzione dell’attenzione e per spiegare gli eventi correnti e futuri. Anche in questo il gioco riveste un ruolo importante in quanto spiana la strada anche ai rapporti intersociali visto che è rispetto delle regole, infatti la libertà individuale di scegliere di giocare con altri giocatori si incrocia con le libertà individuali dei compagni di gioco e ciò comporta l’esigenza di regole comuni di comportamento; dunque, se si vuole che sia rispettata la propria libertà, bisogna avere rispetto anche di quella altrui. Si nota quanto il gioco sia un’ottima palestra educativa. Le regole nel gioco non vengono imposte, ma accettate liberamente, condivise da tutti e magari, se lo si reputa opportuno, anche modificate. Il non vedere non permette di percepire visivamente le labbra dell’interlocutore, quindi la capacità di comprendere le sue parole diminuisce; un esempio è la discoteca, a tal proposito è ancora più indispensabile che si consideri l’ambiente dove si svolge l’attività ludica tenendo presente che il gioco rappresenta un ambiente sereno, stimolante e accogliente. Infatti, è possibile solo lì dove non c’è ansia o stati d’animo di disagio, soprattutto se si interagisce con una persona disabile. Tant’è vero che con un bambino disabile è opportuno adottare toni e atteggiamenti che facilitano un’emozione di tranquillità affinché si realizzi un atteggiamento di collaborazione. Per far giocare una persona disabile è necessario creare un setting di gioco idoneo che deve rispondere alle capacità della persona e solo superiore alle capacità espresse precedentemente. Grazie all’udito si possono localizzare le sorgenti sonore nello spazio, ma questo senso apporta poche informazioni sulle caratteristiche degli oggetti, mentre è il tatto che ci permette di avere altre informazioni sulle caratteristiche degli stessi come: peso forma, texture, posizione nello spazio e grandezza. Un bambino non vedente individuerà un oggetto non solo dal suono, ma anche dopo averlo toccato; infatti, la meccanica ripetizione del nome di un oggetto fonte di un suono o rumore che il piccolo non ha mai toccato non significa che il bambino ha una rappresentazione di ciò che riconosce, quindi il gioco ancora una volta ci viene in aiuto, il gioco come diritto: a sporcarsi, agli odori, al dialogo, all’uso delle mani, a un buon inizio, alla strada, al selvaggio, al silenzio, alle sfumature e al fare. Il diritto al gioco non è esclusivamente dei bambini, ma anche degli adulti, visto che attraverso esso si esplica la propria interiorità; è nell’interiorità di ogni essere umano che si può scoprire l’eterno fanciullo di cui parla Gentile. Privare l’essere umano del gioco significa privarlo del piacere di vivere; dunque, risulta errata l’opinione comune di limitare il gioco solo ai bambini in età prescolare. Il gioco è un elemento fondamentale per la crescita dell’essere umano quindi è opportuno proporre giochi adatti a ogni età, che stimolino l’attenzione e l’intelligenza, dato che ogni soggetto ha i propri ritmi di sviluppo. Di conseguenza a ogni età corrispondono modi diversi di giocare; ogni fase del gioco rappresenta un’evoluzione delle capacità e delle conoscenze. Le attività ludiche del bambino si caratterizzano inizialmente nei giochi di movimento, poi nei giochi simbolici o di imitazione e in seguito in quelli cognitivi o di costruzione. Seppur un bambino cieco segua nel suo sviluppo un cammino particolare rispetto a un bambino vedente, dalle ricerche di Fraiberg e Burlingham, è emerso che in un ambiente ricco di stimoli e in presenza di persone che si prendono cura del bambino in modo adeguato, tale sviluppo può normalizzarsi. Sarebbe opportuno che le situazioni di gioco venissero svolte in gruppi misti costituiti da disabili e non, in modo che i non-disabili possano sperimentare e imparare la comprensione e l’empatia. Per Novelli, inoltre, è fondamentale che una persona con handicap partecipi alle stesse attività dei suoi coetanei normodotati, dato che se alle attività ricreative partecipano solo persone con handicap non si persegue lo scopo ultimo, ossia creare ambienti ricreativi normali.
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La finalità del gioco è quella del puro divertimento: si gioca con l’obiettivo di trascorrere del tempo in modo piacevole. Le origini del gioco sono antichissime e coincidono con la comparsa dell’Uomo sulla Terra.