Con alcuni bambini il corpo stesso è il luogo del gioco e molto spesso questo gioco avviene al suolo. Il primo obiettivo dell’adulto o del riabilitatore è quello di creare un codice comune di comunicazione che inizialmente sarà frammentario ma che potrà prendere forma e continuità man mano che si individuano i possibili canali attraverso i quali stabilire una relazione significativa. Nei giochi corporei tonici-emozionali, di equilibrio-disequilibrio, di immobilità e spostamento, di ritmo del movimento, di manipolazione del corpo dell’altro, di contatti corporei che veicolano messaggi non verbali, nelle esperienze propriaccettive, esterocettive ed enderocettive: il corpo attraverso il gioco prende forma come costruzione di un’immagine interna rassicurante di sé e dell’altro. Il gioco è il linguaggio più adatto, il modo migliore per comunicare con un pre-adolescente che abbia subito un danno neurologico post-encefalite: attraverso il gioco, è possibile partecipare con lui ad una realtà comune, fatta di regole condivise, orientandolo verso obiettivi volti alla conquista di un parziale recupero cognitivo, emozionale e sociale. Per questo, ho posto il gioco al centro del mio progetto terapeutico con questo tipo di bambini: il primo passo, in questo percorso fatto di giochi e simbologie, è rispondere alla necessità di riconoscere nel profondo il dolore per le aspettative negate del bambino; ognuno di loro porta incisa dentro di sé la ferita inferta dalla consapevolezza di non riuscire mai più a recuperare quanto andato perso a causa del trauma. Il limite è reale, a ragione può sembrare invalicabile, e lo sforzo richiesto al bambino deve per questo fare leva su motivazioni estremamente forti: in taluni casi, accettare il limite equivale a superarlo, o meglio, a trascenderlo. L’obiettivo non è più recuperare quanto perso, ma ottenere il pieno controllo su se stessi e sulla propria realtà. Il percorso si snoda attraverso momenti di profonda difficoltà, dei quali il terapeuta è intimamente cosciente: egli prova, infatti, le medesime emozioni esperite dal bambino, e il suo ruolo è spesso quello di evitare che cadute motivazionali, sulla spinta delle emozioni di tristezza, rabbia, paura, vergogna, interrompano il percorso di crescita. Ma è nell’identità d’intenti che si instaura tra terapeuta e bambino, in quello spazio ravvicinato, che si genera l’energia necessaria a raggiungere l’obiettivo. In questa relazione entrano, a buon diritto, altri attori: nel gioco dovranno essere coinvolti i genitori, i fratelli, la scuola, gli amici del bambino, e gli altri terapisti, al fine di giocare tutti insieme, portando avanti un delicatissimo lavoro le cui alchimie sono sempre dinamiche e in mutamento. Terapeuta e bambino cominceranno a giocare insieme, in una maniera sana, quando sarà chiaro a entrambi che il loro non è un gioco ideale o idealizzato, ma che ha a che vedere con la realtà oggettiva del bambino, alle prese con la sua condizione di disabilità.
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La finalità del gioco è quella del puro divertimento: si gioca con l’obiettivo di trascorrere del tempo in modo piacevole. Le origini del gioco sono antichissime e coincidono con la comparsa dell’Uomo sulla Terra.