Sembra un’affermazione ovvia, ma in realtà porta con sé una complessità di cui bisogna tenere conto per evitare che un genitore si senta inadeguato o peggio colpevole nel momento in cui non ci riesce. Ciascuno di noi, essendo adulto ormai strutturato, ammesso che abbia ancora un rapporto con il gioco, è tendenzialmente molto lontano da quello del mondo infantile. Il giocare con un bambino richiede una capacità di dare un senso a qualcosa che per i grandi sembra ormai perso, una capacità di ricontattare la propria parte infantile con modalità che non siano ovviamente regressive, ma che salvaguardino l’aspetto di una relazione caratterizzata dalla condivisione di un vissuto di piacere. È evidente che una relazione adulto-bambino è una relazione asimmetrica e negare questo significa mettersi in una posizione paritaria che, oltre a essere artificiosa, non accompagna il bambino a sperimentare il gioco, nella sua valenza di esperienza di crescita. Penso a quei genitori che davanti a una play station si mettono in competizione con il figlio, finendo a litigare su chi è più bravo. Il gioco non deve neppure rappresentare un momento di addestramento e quindi tradursi per il bambino in un’esperienza di dovere e non d piacere: penso agli adulti che vedono il gioco come uno strumento per insegnare al bambino come fare ad essere più bravo o più competitivo, enfatizzando il valore del risultato più che il significato di un processo, che deve avere, come elemento dominante, il puro divertimento. Il dialogo si trasforma in una serie di «non si fa così», «guarda come faccio io», «stai attento a quello che fai», dialogo molto simile a quello delle situazioni in cui si fanno i compiti di scuola. Questa modalità priva l’esperienza ludica della sua valenza creativa, che non contempla necessariamente un risultato , ma che sviluppa la fantasia ed il piacere di sperimentare fine a se stesso. Ho visto genitori che si sentono in dovere di giocare con i propri figli, come se fosse un compito necessario, che un bravo genitore deve svolgere ed essere sopraffatti dalla noia, finendo a condividere azioni meccaniche, svuotate delle emozioni di piacere, mentre il pensiero va altrove, nel tentativo di arginare la sensazione di stare perdendo tempo. In queste situazioni, molte energie vanno nel trovare strade di fuga; solitamente la soluzione arriva dai bambini che, non cadendo in questo inganno, si sottraggono alla noia, fuggendo per primi! Fermo restando che è molto importante che i bambini possano divertirsi con i propri genitori, o con gli adulti in generale, è necessario che ciascuno trovi una propria modalità di divertimento, che sia coerente con la proprie caratteristiche. Il gioco rappresenta semplicemente uno strumento di mediazione che facilita la relazione e che rappresenta per i bambini l’elemento motivante lo stare insieme. Il piacere dell’adulto è rappresentato dalla condivisione di un’emozione, dalla soddisfazione di vedere il bambino divertirsi e quindi non scaturisce da quello che si fa, ma dalla relazione in cui l’azione ha luogo. Le aree emotive che si attivano sono le stesse, il piacere è condiviso e l’empatia deve caratterizzare l’esperienza. Non bisogna inoltre immaginare l’esperienza di gioco esclusivamente circoscritta all’utilizzo di oggetti che riguardano il mondo infantile: può essere un’esperienza pervasiva del quotidiano in cui l’adulto non adatta il suo comportamento, ma coinvolge il bambino in ciò che sta facendo, consentendogli di farlo a modo suo. Si può giocare dando spazio al bambino nel momento in cui si cucina, mantenendosi in relazione con lui e stimolando le sue capacità imitative, si può giocare mentre si sta leggendo o scrivendo, consentendo al bambino di fare finta di farlo anche lui, pur non conoscendo le lettere, si può giocare individuando le macchine rosse per strada mentre si sta camminando insieme… E in mille altre occasioni, giocare non è solo fare qualcosa che si chiama comunemente gioco, ma può essere anche un atteggiamento capace di individuare nella realtà che ci circonda dei pretesti per divertirsi insieme. Questo approccio consente anche di trasmettere al bambino l’importante messaggio che il mondo adulto è per loro accessibile e non sono solo i grandi che lo fanno divertire o che fanno finta di divertirsi, ma che anche lui può far divertire gli adulti, in un’esperienza di reciprocità che rafforza la relazione e da fiducia ai bambini che crescere non significa solo giocare sempre meno e avere sempre più regole e doveri, ma che è un percorso di arricchimento che non sacrifica il piacere del gioco.
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La finalità del gioco è quella del puro divertimento: si gioca con l’obiettivo di trascorrere del tempo in modo piacevole. Le origini del gioco sono antichissime e coincidono con la comparsa dell’Uomo sulla Terra.