Skip to content

|

La salute mentale? È un’arte

9 Maggio 2019
Siamo nel lontano 1973. Un cavallo azzurro nato in un manicomio triestino, è cresciuto cosi tanto da rimanere incastrato, nel tentativo di uscire, all’interno dell’edificio che l’ha ospitato.

|

La salute mentale? È un’arte

9 Maggio 2019
Siamo nel lontano 1973. Un cavallo azzurro nato in un manicomio triestino, è cresciuto cosi tanto da rimanere incastrato, nel tentativo di uscire, all’interno dell’edificio che l’ha ospitato.

Negli anni Marco, — questo è il nome del cavallo —  ha riempito la sua pancia di speranze, desideri e oggetti di tutte quelle persone che hanno vissuto con lui. Ora quelle persone sono i suoi amici e in questo momento di difficoltà, di fronte alla porta piccola che non gli permette di uscire, lo incitano ad andare fuori. «Fai un balzo», gli dice uno, «rompi i muri», urla un altro. All’inizio Marco è timoroso, ma la forza di quelle voci gli da il giusto coraggio. Prende la rincorsa… «Vai Marcooo!». I muri intorno alla porta d’ingresso che prima gli impedivano di uscire si sgretolano al suo passaggio. Marco è libero. Gli amici lo accompagnano festosi per la città. Compaiono strani manifesti e si sentono persone gridare che la libertà è terapeutica. Questo racconto fantastico, narrato con più precisione nel libro riedito di Giuliano Scabia (Marco Cavallo — Da un ospedale psichiatrico la vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura), rappresenta la storia reale di come l’avanguardia della psichiatria triestina di quegli anni intendesse utilizzare l’arte come strumento di coesione, cura e comunicazione sociale. Dopo quarant’anni di lotte le cose sono un po’ cambiate, non sempre in meglio. Mentre la nuova versione del DSM V (il manuale diagnostico per i disturbi mentali) vedrà a breve la sua uscita ufficiale sancendo chissà quali nuove categorie diagnostiche, mentre professori universitari dichiarano di voler ricercare all’interno del funzionamento cerebrale della malattia mentale un proprio bosone di Higgs (Craddock, 2013), in Italia sui letti di contenzione si continua a morire e negli ospedali psichiatrici giudiziari si continua a marcire senza conoscere il proprio destino. Come scrive Peppe dell’Acqua nella prefazione al libro di Scabia (2011)

la follia rischia sempre più spesso di essere associata alla pericolosità.

È per questo motivo che il messaggio di Marco Cavallo mi appare quanto mai quello di imparare a utilizzare l’arte come strumento espressivo, comunicativo (inteso come parte integrante della comunità) per prevenire il disagio psichico, promuovere la salute mentale e combattere lo stigma sociale. La sfida è coinvolgere le persone che soffrono e la società civile tutta in un processo creativo fatto di inclusione e accoglienza. Parlo di inclusione e accoglienza perché il processo creativo può e deve costruire un mondo di diritto, dove ognuno (malato, sano, malato-sano, pittore, scultore) può partecipare, evidenziando le proprie risorse, senza subire il peso delle differenze. È il modo stesso di comunicare dell’arte, fatta spesso di emozioni trasformate in materia, a renderla sociale. Come scrive la giornalista Di Miscio in un articolo del 2011,

L’esperienza del fare arte vive e si nutre della relazione con i mondi della vita quotidiana. Sia Ia produzione che la fruizione dell’oggettivazione artistica sono anche e soprattutto partecipazione ad un’esperienza umana, concreta e significativa, complementare a tutte le altre attività umane. . . Ecco allora che un’arte-terapia (laboratori di pittura, scultura, fotografia, teatro) attenta alla “socialità dell’arte”, costituita da poche regole ben precise (l’utilizzo del camicione da lavoro, il lavorare esclusivamente sul proprio foglio…) per una liberta espressiva creativa ma non caotica, può costruire un processo educativo puro. Educare, in questo senso, è utilizzato con il significato di educere: portare fuori, far emergere la consapevolezza e una maggior conoscenza di sé, mediante la pratica espressiva, l’osservazione e il confronto con l’altro, capace di accogliere. Vedere gli altri, attraverso l’arte, al di la della loro patologia. Questa è l’eredita lasciataci da Marco Cavallo.

La malattia non siete voi. Anzi: non siamo…perché mi ammalo anche io. . . non siamo noi. La malattia, nessuna malattia, può possedere tutta la persona. Nessuna persona diventa solo la propria malattia. (Il “dialogo di Marco Cavallo e il Drago con gli internati di Montelupo”, 2003)

per citare questo articolo

Vincenzo Capuano:

La salute mentale? È un’arte,

n. 1 - Arte,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

INSERISCI COMMENTO ALL’ARTICOLO

In questo numero